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Meditazione di mons. Pizzaballa: XVI Domenica del Tempo Ordinario, anno C

Lug 20, 2019   //   by mauro   //   Riflessioni  //  No Comments

Nella Bibbia è difficile trovare una coppia di fratelli o di sorelle che non abbiano una relazione difficile, conflittuale.

Ci si imbatte in bellissimi rapporti di amicizia (cfr Davide e Gionata), ci sono forti legami padre-figlio, marito-moglie, perfino un esempio di relazione riuscita tra suocera e nuora (cfr il libro di Ruth).

Invece il legame tra fratelli sembra essere fin dall’inizio (cfr Caino-Abele) segnato da una certa violenza, e tutta la storia successiva non fa che confermare questa modalità.

Il Vangelo di oggi ci parla di una coppia di sorelle a cui non viene risparmiata la fatica di confrontarsi con questa dinamica. Gesù entra in una casa, due sorelle lo accolgono, una si mette seduta ad ascoltare, l’altra si dedica alle mansioni domestiche, ma poi si lamenta con Gesù: “Non ti importa che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti” (Lc 10,40)

Ci lasciamo aiutare da altri due episodi del Vangelo per entrare in questa Parola.

Il primo è riportato da Luca due capitoli dopo questo episodio di Betania, ed è quello di un uomo che si avvicina a Gesù e gli chiede di fare da arbitro tra lui e suo fratello (Lc 12, 13-21). E lo fa usando parole molto simili a quelle di Marta: “Or uno della folla gli disse: «Maestro, di’ a mio fratello che divida con me l’eredità»” (Lc 12,13). Sono due brani con tanti elementi in comune: in entrambi ci sono due coppie di fratelli; in entrambi c’è la richiesta a Gesù di fare da arbitro (esattamente con le stesse parole: “di’ a mio fratello”, “di’ a mia sorella”), ed entrambi finiscono con qualcosa che sarà o non sarà tolta: Maria si è scelta la parte migliore, che non sarà tolta; e al fratello che rivendica la parte di eredità, Gesù racconta la parabola del ricco stolto, al quale, dopo tanto accumulare (che richiama da vicino il gran da fare di Marta), viene richiesta (tolta) la vita.

Il secondo è un momento di tempesta, in mezzo al lago. I discepoli temono della loro vita, invece Gesù dorme sul guanciale a poppa. “Essi lo svegliarono e gli dissero: «Maestro, non t’importa che noi moriamo?»” (Mc 4,38).

Nelle parole di Marta, risuona la stessa espressione: Non ti importa?, come se il problema di Marta non fosse tanto quello di essere rimasta sola a servire, ma il fatto che questo non importi a Gesù.

Forse qui, nascosti in questi richiami, ci sono alcuni dei nodi che rendono problematico il vivere da fratelli (e sorelle).

Il problema è che i fratelli, per il fatto stesso di essere tali, sono chiamati a dividersi tra loro una serie di cose: lo spazio in casa, l’affetto dei genitori, i diritti e i doveri, fino all’eredità paterna… (“di’ a mio fratello che divida con me l’eredità”).

E su questo si litiga, si litiga su come è giusto spartirsi le cose, su ciò che spetta all’uno o all’altro.

È un problema spartirsi i diritti, i beni, ma lo è ancor più forse dividersi i doveri: a chi tocca fare questo? È il problema di Marta: “dille dunque che mi aiuti a servire”.

Perché il mio dovere, esattamente come il diritto dell’altro, ai miei occhi rappresenta qualcosa che mi vien tolto, una parte di vita a cui devo rinunciare perché l’altro ne benefichi…Come se la vita non bastasse per tutti.

Ed ogni volta che ci viene tolto qualcosa (o che così ci sembra), anche di minimo, per noi diventa un’esperienza drammatica, perché in qualche modo ci richiama alla mente quel momento ultimo in cui tutto ci sarà tolto, ci sarà tolta la vita. Ci ricorda che siamo mortali, e questo è il dramma della vita.

È il dramma per cui il ricco stolto accumula tante cose, sperando che queste gli assicurino la vita. Ma la vita non sta lì.

Allora accogliere la presenza del fratello, le sue esigenze, non è mai scontato, può far nascere qualche domanda (ciò che abbiamo basterà per tutti e due?), e anche qualche sospetto (l’altro non ne approfitterà, non prenderà anche la mia parte? Non è che la vita dell’altro arriverà a comportare poi la mia morte?).

Il legame con il fratello c’entra da vicino con la vita, e con la morte; e, in modo particolare, con la paura della morte, con la paura che l’altro sia una minaccia per la mia vita.

Allora, quando il fratello viene percepito come una minaccia, l’unica soluzione è eliminarlo… È la soluzione di Caino, e di altri dopo di lui, ed è la tentazione di tanti, se non di tutti, prima o poi…

La grandezza di Marta (a differenza di Caino) è stata la capacità di parlare di questo dramma direttamente con Gesù. È un primo passo perché il legame sia evangelizzato.

Ogni legame fraterno (quello tra fratelli, tra clan, tra etnie, tra popoli, tra nazioni…) ha bisogno di essere evangelizzato, se no vive solo della paura dell’altro.

Evangelizzato, cioè ricondotto all’essenziale, a ciò che Maria si è scelta.

Ma cosa si è scelta Maria?

Maria semplicemente ha scelto di credere, proprio come Abramo nella prima lettura; di credere che quando Dio viene, non viene a togliere la vita, ma a darla, e che questa vita basta per tutti.

La vita che Dio dà basta per tutti, proprio perché ha vinto la morte, e per questo non può essere tolta.

Maria si è scelta questa vita, e ci sta in quell’atteggiamento di libertà di chi è sicuro che al Signore importa la nostra vita. Allora non è necessario fare qualcosa per Lui, ma basta sedersi ad accogliere.

È un atteggiamento che nasce dall’ascolto, dallo stare seduti ai piedi del Maestro, e che libera da una dinamica fraterna basata solo su diritti e doveri, su cosa è giusto, su cosa mi spetta, su confronti e contrapposizioni.

E siccome questo essenziale non può essere tolto, Maria non ha bisogno di guadagnare e non ha paura di perdere.

Per questo, in Giovanni 12 Maria fa un gesto in cui perde tutto, senza alcun timore, in cui spreca, in cui attinge a piene mani alla vita e la dona. Un gesto che dice tutta la libertà dalla paura della morte…

Un gesto d’amore vero è possibile solo lì, dove è vinta la paura della morte.

Allora, cosa chiede Gesù a Marta? Non di lasciar perdere le faccende domestiche, e neanche di non lasciarsi distrarre dalle tante cose da fare. Non le chiede di fare le cose senza lamentarsi, non le chiede di sacrificarsi per tutti.

Le dice che, se ascolta, Lui trasformerà la sua morte in vita, come ha fatto con sua sorella Maria, come farà con suo fratello Lazzaro.

E che questo è l’unica via per ritrovare i suoi fratelli.

+ Pierbattista

Meditazione di mons. Pizzaballa: XV Domenica del Tempo Ordinario, anno C

Lug 13, 2019   //   by mauro   //   Riflessioni  //  No Comments

Sono due le espressioni che ci offrono una prima chiave di lettura del brano di Vangelo di oggi (Lc 10,25-37).

La prima lo troviamo subito all’inizio, quando l’evangelista Luca dice che un dottore della Legge si alza per mettere alla prova Gesù.

Questo verbo è lo stesso verbo che Luca utilizza al capitolo 4, dove Gesù, nel deserto, è tentato dal diavolo (Lc 4,2). È un’espressione forte e ci dice che, nascosta dietro e dentro le parole del dottore della Legge, è nascosta una tentazione, ovvero la proposta di una falsa immagine di Dio.

La seconda espressione la troviamo al versetto 29, quando il dottore della Legge, dopo le parole di Gesù alla sua domanda su cosa sia necessario fare per ereditare la vita eterna, volendo “giustificarsi”, pone un’altra domanda, su chi sia il proprio prossimo (“Ma quello, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è mio prossimo?»”).

Il dottore della Legge, quindi, prima tenta Gesù, e poi si giustifica. Ma cosa c’è in gioco, qual è la tentazione, e da che cosa si deve giustificare?

Dietro le domande di questo maestro c’è la grande tentazione dell’uomo religioso, quella di chiudere Dio dentro i confini della propria logica umana, di possederlo, di farlo a propria immagine: un Dio pulito, scontato, lontano, che non entra nella vita, che non abita la storia. Con il rischio di farlo diventare un’ideologia, che alla fine giustifica solo il proprio egoismo.

Il nostro personaggio, insomma, va da Gesù cercando di definire cos’è l’amore e chi bisogna amare, sperando che questa casistica segni dei confini in cui anche lui possa muoversi senza troppi imprevisti, da cui non sia tenuto ad uscire, che gli risparmino la fatica di morire e di rinascere. Cerca una risposta che gli dia la sicurezza di essere nel giusto, di uscirne cioè “giustificato”.

Gesù evita di entrare nella logica del maestro della Legge, e non dà risposte: alla prima domanda (“Cosa devo fare per ereditare la vita eterna?”, 25) invita l’altro a rispondere da sé, lo rimanda a se stesso, a cercare da sé in quella Legge di cui è maestro; alla seconda racconta una parabola (“Chi è il mio prossimo?”, 29), che non è una risposta, e che si conclude con una ulteriore domanda. Gesù non si lascia ingannare, e non ci lascia nel nostro inganno.

Questo è il contesto in cui nasce la parabola del “buon Samaritano” (Lc 10,30-35).

Il malcapitato, caduto nelle mani dei briganti, è visto (Lc 10,31.32.33) da tre differenti persone. Il sacerdote e il levita lo vedono. Il testo usa due preposizioni (antì-parà) che indicano un “movimento intorno”, e fanno capire che il sacerdote e il levita girano alla larga, gli girano intorno, in altre parole lo evitano e proseguono il loro cammino.

Ci soffermiamo solo sui gesti del samaritano, il quale, a differenza dei primi due personaggi, non solo vede ma anche ha compassione (Lc 10,33): prima di attraversare fisicamente la strada, ha già fatto spazio dentro di sé a quell’uomo, e non in nome di una medesima appartenenza religiosa, né di una qualche sintonia politica, ma in nome dell’unica appartenenza alla medesima umanità, alla medesima fragilità bisognosa.

E la compassione fa fare a lui quel passo che la “fede” non aveva fatto fare agli altri due personaggi.

Il Samaritano ha la capacità e la libertà di sconfinare, di uscire dalla rigidità di quei confini che impedirebbero a mondi diversi di venire in contatto.

Fa una liturgia di gesti umani, sacri, che si chinano sull’uomo così come nel tempio ci si inchinerebbe davanti a Dio. Fa il suo offertorio, con olio e vino, usa ciò che ha, e poi non lo lascia lì. Non decide di aver fatto abbastanza, va fino in fondo. Se lo carica, lo affida ad un altro, coinvolgendolo nella sua storia di compassione. E poi tira fuori due monete, paga di persona assicura che ripasserà.

Dopo questa parabola, Gesù restituisce al maestro della Legge la domanda sul prossimo, ma gliela restituisce capovolta Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?», 36): là dove lui avrebbe voluto definire i confini e decidere chi è dentro e chi è fuori, chi dobbiamo amare e chi no, Gesù invita a fare il contrario, ad eliminare i confini, a diventare noi stessi prossimi di chiunque ci capiti sulla via, senza scegliere.

Solo eliminando questi confini, scopriamo il volto vero di Dio, liberati dalla tentazione di pensare ad un Dio che si tiene lontano dall’uomo, liberati dalla tentazione che si possa amare e servire Lui, senza servire il fratello che ci capita accanto.

+ Pierbattista

Meditazione di mons. Pizzaballa: XIV Domenica del Tempo Ordinario, anno C

Lug 6, 2019   //   by mauro   //   Riflessioni  //  No Comments

Il Vangelo di Luca è il solo a raccontare due volte l’invio in missione dei discepoli: la prima volta, all’inizio del capitolo 9, riguarda i Dodici ed è riservata al popolo di Israele; la seconda -che leggiamo oggi e che si trova al capitolo 10- si allarga ad un numero più ampio, ai 72 discepoli, ed è destinata a tutti, anche ai popoli pagani.

All’evangelista sta particolarmente a cuore affermare che la vita del discepolo è partecipare alla stessa missione di Gesù: Gesù è l’inviato del Padre (cfr v. 16; anche Gv 9) per portare tutti gli uomini all’incontro con Lui, ad una vita da figli; e chi accoglie la salvezza, a sua volta si mette in cammino, dietro a Lui, per contagiare altri con la stessa esperienza di vita: non è qualcosa di facoltativo, non è un optional; è essenziale. Il messaggio cristiano, se si tiene per sé, muore.

Inviando i suoi, Gesù non fa progetti, non insegna strategie, non pianifica il cammino: semplicemente educa ad uno stile, ed è uno stile che ha tutto il gusto della novità del Vangelo. Non fa programmazioni, dunque, ma “getta” i suoi nella vita, li fa entrare nelle case e nelle piazze, lì dove l’uomo vive. Chiede di mangiare con la gente, di aver cura dei loro malati, di partecipare delle loro sofferenze.

Il messaggio cristiano non è un’idea, ma ha bisogno di una casa, di una città, dove entrare e plasmare la vita.

Lo ritroviamo, questo stile paradossale, in alcune espressioni del discorso di Gesù ai suoi missionari.

“Vi mando come agnelli in mezzo ai lupi” (Lc 10,3): il “programma” della missione è un programma pasquale, perché certamente dovrà farsi carico del male presente nella realtà che si incontra. Il Signore non manda i suoi a fare una passeggiata, a raccontare delle cose interessanti che verranno accolte con facilità e disponibilità. Non promette facili risultati, non illude nessuno. Il Signore manda i suoi ad entrare nella morte del mondo, per annunciare che proprio lì –per grazia- accade la salvezza. E questo messaggio accoglierà certamente ostacoli e rifiuti, come è accaduto per Gesù stesso.

Eppure Gesù li manda, sapendo che partire significa donare la vita; e chiede di farlo nello stile dell’agnello mansueto, perché solo questo atteggiamento di mitezza potrà vincere il male. Non con la forza, non con il potere, non con i propri mezzi, ma con l’umile testimonianza dell’amore.

“Non portate borsa, né sacca, né sandali” (Lc 10,4).

Quando si parte per un viaggio, si cerca di prevedere e di prendere con sé tutto ciò che potrà servire. Gesù fa il contrario, e chiede di non portare nulla. Perché?

Perché il successo della missione non dipenderà dai mezzi o dall’equipaggiamento, ma dalla testimonianza umile della vita, che annuncia un Dio che si è fatto povero e solidale.

I discepoli partono poveri perché sappiano aver bisogno dell’altro, sappiano far spazio dentro di sé all’altro, sappiano innanzitutto chiedere. Amare l’altro non è solo dargli qualcosa, ma anche aver bisogno di lui.

Partono poveri, perché possano fidarsi di Colui che li ha mandati, e di coloro che li accoglieranno.

I missionari non sono persone che hanno tutto, che sanno tutto, che pensano di avere tutto ciò di cui gli altri hanno bisogno. Partono umili, perché solo se hanno imparato ad aver bisogno possono davvero incontrare l’altro: così si lasceranno evangelizzare anche loro per primi, e proprio dalle persone che incontreranno.

“Non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada” (Lc 10,4). Anche questo è molto strano. Il riferimento è ad un episodio dell’Antico testamento (2Re 4,29), in cui il profeta Eliseo manda il suo servo Giezi a ridare vita al figlio della Sunnamita: non c’era tempo da perdere, il viaggio era urgente, non ci si doveva perdere in convenevoli. Allora è come se Gesù dicesse ai suoi: guardate che è questione di vita e di morte, state portando la vita ai morti. Non perdete tempo, perché questo è il tempo favorevole, è l’ora della salvezza.

“Se vi sarà un figlio della pace, la pace scenderà su di lui, altrimenti tornerà su di voi” (Lc 10,6). La pace è il grande annuncio di Gesù: pace tra cielo e terra, tra Dio e gli uomini, pace ai vicini e ai lontani, pace tra gli uomini di nuovo fratelli. È la pace del Risorto, quella che ha vinto la morte, che ha riconciliato l’uomo con Dio, che l’ha liberato dalla morte. Ed è una pace che non si può perdere: gli apostoli sono chiamati a darla, ma se non viene accolta, l’apostolo non perde la sua pace, che ritorna a lui.

La pace vera è quella del Risorto, che è già passata attraverso il rifiuto, attraverso la morte: è dunque una pace mite, e non può andare perduta.

“Rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti in cielo” (Lc 10, 20). I discepoli partono, e il Vangelo ce li descrive già di ritorno, lieti per i loro risultati pastorali. Il Signore non sminuisce la loro gioia, ma la interpreta come un segno del Regno che sta venendo sulla terra.

E poi non lascia che i suoi si fermino ai risultati.

Il discepolo è un uomo libero: libero dai successi pastorali, e quindi anche dagli insuccessi.

La sua gioia vera è quella di chi sa che la propria vita (e anche quella di tutti coloro ai quali ha portato la buona notizia) è scritta nei cieli, cioè è custodita in Dio.

+ Pierbattista

Meditazione di mons. Pizzaballa: XIII Domenica del Tempo Ordinario, anno C

Giu 29, 2019   //   by mauro   //   Riflessioni  //  No Comments

Il brano di Vangelo che ascoltiamo in questa domenica dà avvio alla seconda parte del racconto di Luca, la parte caratterizzata dal tema del viaggio che Gesù compie per salire dalla Galilea a Gerusalemme.

Come abbiamo già avuto modo di dire, Luca presenta la vita di Gesù –e poi quella del discepolo- come un cammino: non tanto un cammino fisico, neanche un semplice spostamento, quanto un pellegrinaggio interiore, per arrivare al luogo del compimento, lì dove la vita è donata, è persa, nella fede in Colui che non abbandona i suoi figli nella morte.

La vita è un cammino che ha come meta prima Gerusalemme, e come meta ultima il Padre (verso di Lui, in alto, Gesù sarà “elevato” 9,51): da Lui veniamo e verso di Lui torniamo.

Nel brano che abbiamo ascoltato, questo viaggio verso Gerusalemme comincia: non è un caso che il termine “cammino” ricorra ben 4 volte.

In realtà, c’è un’altra parola importante, che ricorre più volte, ma che nella traduzione dal greco viene persa: Gesù indurisce il volto (v. 51), manda dei messaggeri davanti al proprio volto (v. 52), ed è rifiutato dai Samaritani perché il suo volto è rivolto verso Gerusalemme.

Allora possiamo dire che il protagonista di questo viaggio è il volto.

È il volto del Signore che si mette in cammino: qualche versetto precedente, questo volto, sul monte, era apparso trasfigurato, era diventato “altro”. E ancor di più sarà “altro” al termine del viaggio, dove lo troveremo sfigurato dalla Passione, e poi di nuovo luminoso al mattino di Pasqua.

Ma nessun viaggio è mai scontato: bisogna decidersi di mettersi in cammino, ed è proprio quello che Gesù fa oggi.

Ha fatto molti segni, ha compiuto molti prodigi, ma non rimane lì, non si ferma, non si accontenta di aver guarito qualcuno, di aver annunciato a qualcuno la buona notizia dell’amore del Padre.

All’inizio della vita pubblica (Lc 4, 16ss), nella sinagoga di Nazaret aveva iniziato il suo ministero alla luce di una Parola di grazia e di liberazione per tutti; e poi si era messo in cammino (Lc 4,30). Ora Gesù va fino in fondo, prendendosi la responsabilità di rimanere in un viaggio che lo porterà alla morte, perché sa che solo così rivelerà appieno il Volto del Padre.

Per questo indurisce il proprio volto, e la sua è la durezza di chi non retrocede, di chi è determinato ad andare fino in fondo, a portare a termine il proprio cammino, a compiere la propria ora. È la forza dell’amore, che non è una forza violenta, ma una forza mite. Mite, ed invincibile.

Nel brano di Vangelo, c’è un’altra durezza, molto diversa da quella che leggiamo sul Volto di Gesù: è la durezza dei discepoli Giacomo e Giovanni. Di fronte al rifiuto, all’ostilità, di fronte al mistero del male, essi decidono di rispondere con la violenza. Il riferimento è al profeta Elia (2Re 1, 10-15), che fa scendere un fuoco su tutti i nemici del Signore, pensando così di difendere Dio, pensando di risolvere il problema dell’idolatria facendo perire gli idolatri.

Ma non è questa la durezza che salva. Questa non è la durezza del Volto, è la durezza di cuore, la durezza dei cuori di pietra, di cui parlano i profeti (cfr Ez 36, 26): e il Signore ci salva cambiando il cuore di pietra in cuore di carne, cioè in cuori che, di fronte al mistero del male, sanno provare compassione, sanno assumersi il peso del destino dei propri fratelli.

La durezza dei discepoli esclude, distrugge, uccide, allontana, rifiuta…

La durezza di Gesù include, perdona, accoglie, si fa carico…

In realtà, sui Samaritani scenderà davvero un fuoco, ma sarà quello dello Spirito (At 8,17-18), e sarà proprio Giovanni, insieme a Pietro, a mettersi in cammino da Gerusalemme per imporre loro le mani, quando si seppe che i Samaritani avevano accolto la Parola di Dio.

Allora il nostro cammino, il cammino del discepolo, è un cammino che deve portare a conoscere questo Volto buono. Non un volto di dio così come noi ce lo immaginiamo (vincente, potente, violento…), ma il Volto di Dio in cammino verso Gerusalemme.

Per fare questo cammino, occorre un taglio: ed è quello che Gesù chiede ai tre che incontra sulla strada.

Sono tre casi diversi, tre situazioni diverse. In alcuni casi è Gesù che chiama, in altri sono loro che si propongono.

Ma quello che accomuna tutti e tre i personaggi è che ciascuno, se vuole seguire il Signore, deve fare un salto.

Deve creare un vuoto, uno spazio, deve lasciare il proprio cuore di pietra per accogliere un cuore di carne.

Cioè entrare in una logica diversa, dove al centro non ci siamo noi, neppure i nostri impegni più sacri, nulla di ciò che ci dà sicurezza, potere, gloria; nulla a cui possiamo aggrapparci per tenere stretta la vita fra le mani.

Deve lasciare il proprio volto di dio, e incontrare quello di Gesù.

Così si inizia il cammino.

Altrimenti seguiamo il Signore, ma non cambia il cuore, non si trasforma la logica, che rimane mondana.

Si possono avere tantissime buone intenzioni, ma il cammino non arriva a Gerusalemme, non torna al Padre, se non ci si converte al Volto di Gesù, al suo Volto reso duro dalla tenerezza dell’amore.

+ Pierbattista

Solennità del Corpus Domini

Giu 22, 2019   //   by mauro   //   Riflessioni  //  No Comments

Il brano di Vangelo che la Liturgia ci offre in questa festa del Corpus Domini contiene diversi paradossi, come se volesse mostrarci qualcosa di eccessivo, delle esagerazioni.

È il brano che racconta l’episodio della moltiplicazione dei pani e dei pesci da parte di Gesù secondo la versione di Luca (9,11b-17).

Il primo eccesso è dato dalla fame della gente. È tanta la fame, ed è tanta la folla, visto che l’evangelista si preoccupa di dirci che c’erano circa cinque mila uomini (Lc 9,14).

Eccessiva è anche la povertà dei discepoli, che non hanno altro se non cinque pani e due pesci (Lc 9,13).

Decisamente sfavorevoli sono anche le condizioni in cui tutto questo accade: è ormai sera, e siamo in una zona desertica (Lc 9,12).

Quello che l’evangelista vuole sottolineare è dunque la situazione di estrema fragilità, di estremo bisogno in cui ci si viene a trovare; una situazione che rispecchia tutta la realtà della vita umana, profondamente segnata da questa condizione di massima precarietà.

Ma vuole anche sottolineare il fatto che umanamente sembra non ci siano vie di uscita, non vi siano soluzioni: c’è una sproporzione tra il bisogno della folla e le reali possibilità dei discepoli.

L’unica soluzione, a questo punto, sembra essere quella proposta dai discepoli, ovvero che la gente vada via, e che ognuno cerchi da sé e per sé ciò che può saziare la propria fame (Lc 9,12). Ai discepoli proprio non viene in mente che vi possano essere altre vie d’uscita.

Per cui risulta assolutamente paradossale l’invito di Gesù, l’invito a che la gente rimanga (Lc 9,13), e che i discepoli stessi diano da mangiare a tutti: un invito umanamente impossibile da realizzare!

Invece è proprio ciò che accade.

Innanzitutto, Gesù chiede di dividerei presenti in piccoli gruppi: non più dunque una folla anonima, ma piccole comunità, dove sia più facile la condivisione e la reciprocità.

E poi Gesù non fa altro che mettere in comunione quel poco che si ha, che tutti credevano non potesse bastare a nulla. Invece basta. Il miracolo che Gesù compie è questo.

Nella storia della salvezza, spesso accade così: accade che ciò che è tanto non basta e non serve, e il poco, al contrario, riesce a bastare per tutti.

Pensiamo alla vedova di Zarepta di Sidone (1Re 17): il profeta Elia viene mandato da una povera vedova, che non ha più quasi nulla da mangiare. Sarà lei a sostenere e nutrire il profeta, e così facendo non mancherà nulla neanche per lei e per suo figlio.

Ma pensiamo a Gesù stesso: non ci salva con mezzi potenti e ricchi, ma, al contrario, con il suo farsi povero e ultimo, uno di noi. Come dice san Paolo, “Gesù Cristo, da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà” (2 Cor 8,9).

Noi siamo abituati a pensare che la salvezza ci porti fuori da una situazione di precarietà e povertà; al contrario, la salvezza è tale quando ci porta dentro, ci fa abitare la nostra povertà, ce la fa vivere come una ricchezza, come una possibilità di condivisione e di comunione, di affidamento, di dono.

Dio non salva mai con la ricchezza: questo lo saprebbero fare tutti. Dio salva con la povertà, perché è in essa che risplende la ricchezza vera, non data dalle cose, dai mezzi, dalle possibilità, ma dal dono reciproco di sé stessi.

Il brano si conclude con un ultimo elemento eccessivo: si tratta di ciò che avanza, che riesce a riempire ben dodici ceste (Lc 9,17).

Lì dove ci si arricchisce vicendevolmente con tutto il poco che si ha, allora si fa esperienza di essere veramente ricchi, di essere nell’abbondanza, di avere più di quanto si osava sperare.

+ Pierbattista

Meditazione di mons. Pizzaballa: Santissima Trinità

Giu 15, 2019   //   by mauro   //   Riflessioni  //  No Comments

Per aiutarci ad entrare nel mistero della SS Trinità, la Liturgia ci offre un brano del Vangelo di Giovanni (16,12-15) in cui Gesù parla fondamentalmente dello Spirito Santo.

Ma parlando dello Spirito, Gesù apre uno squarcio su quelle che sono le relazioni che si vivono all’interno della Trinità; non parla dunque solo dello Spirito, ma dice qualcosa anche di sé e del Padre.

E a questo proposito, la prima cosa che veniamo a sapere è che lo Spirito non parla da sé, ma dice tutto ciò che ha udito (Gv 16,13). È un’indicazione importante.

All’interno delle relazioni trinitarie, si vive così: ciascuno non è un individuo singolo, che ha se stesso al centro del proprio orizzonte. Per cui nessuno parla di sé, né parla da sé, di ciò che decide, o pensa, o vuole.

Ciascuno, al contrario, non condivide e non dona se non ciò che a sua volta ha ricevuto.

Dev’essere molto bello vivere così; così capaci di raccontare non se stessi, ma un altro; capaci di parlare di un altro, di dire quello che l’altro pensa, dice, vuole, desidera, realizza.

Questa è la vita della Trinità: una vita in cui nessuno ha bisogno di imporsi, perché è l’altro a farlo per me, a custodire e a garantire la mia esistenza.

Il secondo elemento è rintracciabile nell’aggettivo possessivo “mio”, che nel corso di questi pochi versetti ritorna più volte.

È anche questa un’indicazione interessante, perché Gesù sembra dire che all’interno della Trinità niente è posseduto in modo definitivo da nessuno. Non c’è nulla di definitivamente “mio” o “tuo”.

Così Gesù dice che ciò che è del Padre è anche del Figlio; e ciò che è del Figlio è “preso” dallo Spirito perché diventi di tutti, diventi dei discepoli.

Nel Vangelo di Giovanni, questo concetto ritorna più volte.

Per esempio, là dove dice che “Gesù rispose loro: «La mia dottrina non è mia, ma di colui che mi ha mandato.” (Gv 7,16); e più avanti dice che “la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato” (Gv 14, 24).

Ritroviamo cioè spesso questo scambio, questa appartenenza reciproca, questo scambio, per cui è sempre difficile stabilire ciò che sia dell’uno o dell’altro.

O meglio, dalle parole di Gesù è sempre più chiaro che il Padre e il Figlio sono accomunati da un’unica vita, da un unico disegno di salvezza per l’uomo.

Per cui Gesù può arrivare a dire che chi ha visto Lui, in realtà ha visto il Padre (Gv 14,9).

Tutto ciò significa semplicemente che la vita all’interno della Trinità è essenzialmente una vita di amore, e di nient’altro.

E nell’amore non c’è un possesso personale di cui l’altro possa essere escluso, non c’è una proprietà privata che arricchisca uno più di un altro. Altrimenti non sarebbe amore.

Non solo tutto appartiene a tutti, ma ciascuno appartiene completamente all’altro e vive dell’altro.

La buona notizia è che questo stile di vita non è solo all’interno della Trinità: lo Spirito vuole vivere in noi come principio di una vita ugualmente vissuta nell’amore e nel reciproco dono, in cui non ci sia più bisogno di impossessarsi di nulla, perché si è tutti ugualmente e immensamente ricchi del dono dell’altro, di ciò che si riceve e di ciò che si dona.

+Pierbattista

Meditazione di mons. Pizzaballa: Pentecoste

Giu 8, 2019   //   by mauro   //   Riflessioni  //  No Comments

Il Vangelo che leggiamo in questa solennità di Pentecoste, che conclude il Tempo Pasquale, ci apre alcuni squarci preziosi sulla vita della Chiesa nella storia, dopo che il Signore Risorto ascende al cielo e fa ritorno nella casa del Padre.

Di questo brano di Vangelo sottolineiamo alcuni elementi.

Il primo lo troviamo al versetto 26, dove Gesù dice ai discepoli che lo Spirito insegnerà loro ogni cosa e ricorderà tutto ciò che Lui ha detto.

Lo Spirito Santo è dunque un maestro, ma Gesù sembra dire che non è un maestro come gli altri.

In che senso?

Innanzitutto è un maestro che rimane sempre con noi (Gv 14,16).

Qualsiasi altro maestro, dopo aver insegnato al discepolo tutto ciò che sa, lo lascia andare per la sua strada. Per lo Spirito, invece, non è così.

Lo Spirito rimane sempre, perché ciò che gli importa è insegnare una relazione, di cui Lui stesso è garanzia e possibilità.

Non deve insegnarci delle cose, ma deve insegnarci a vivere, deve essere in noi presenza del Padre e del Figlio.

Lui rimane perché rimanere è il suo modo di amarci.

Infatti, Gesù continua dicendo che chi accoglie il Paraclito, che rimane con noi per sempre, diviene dimora sua e del Padre (Gv 14, 23).

Il compito dello Spirito, dunque, è renderci capaci di essere dimora di Dio.

Da soli, questo non ci appartiene, non è nelle nostre capacità e nelle nostre forze.

Quanto più lasciamo spazio all’opera dello Spirito in noi, tanto più allora Dio prende dimora in noi, ci santifica, ovvero ci rende simili a Lui.

Lo Spirito è un maestro diverso da ogni altro maestro anche per un altro motivo.

Mentre tutti i maestri insegnano delle nozioni, delle idee, lo Spirito compie un’altra operazione.

Lui non insegna, ma fa in modo che ciò che già sappiamo divenga nostro, divenga vita, venga da noi interiorizzato.

Perché non basta sapere che Gesù è morto; bisogna credere che Gesù è morto per me.

Non basta sapere che Dio è amore; bisogna credere che Dio ama me, esattamente così come sono.

Questa è l’opera dello Spirito, che non insegna dal di fuori, ma che ci convince dal di dentro, che trasforma la Parola in esperienza.

Anche questa è un’operazione che non possiamo fare da soli.

È interessante poi il fatto che Gesù dica che lo Spirito ricorda all’uomo qualcosa che l’uomo già sa.

L’uomo sa già com’è la vita buona e bella per cui è creato: il peccato, però, gliel’ha fatta dimenticare, e lo ha spinto ad ascoltare altri maestri, a seguire altre vie che si sono rivelate vie di morte.

Lo Spirito, che il Padre ci dona, ha il compito di ricordarci sempre a quale speranza siamo chiamati, perché non accada che, per dimenticanza, viviamo al di sotto della bellezza racchiusa nella nostra chiamata.

Infine è importante sottolineare che Gesù prega per noi il Padre, perché il Padre ci doni lo Spirito (Gv 14, 16).

La presenza dello Spirito Santo in noi, dunque, è qualcosa di profondamente legato al mistero della preghiera di Cristo, al suo desiderio profondo, al bene che Lui ha per noi.

Ma è qualcosa di legato anche alla nostra preghiera, al nostro aprirci a Lui.

La vita di un cristiano è una vita che incessantemente chiede lo Spirito, è la vita di chi ha scoperto che solo lo Spirito può dargli senso e pienezza.

Per cui chiedere lo Spirito è la preghiera per eccellenza, e lo Spirito è la “cosa buona” che il Padre dà a coloro che lo chiedono (cfr Lc 11,13).

+ Pierbattista

Meditazione di mons. Pizzaballa: Ascensione del Signore

Mag 31, 2019   //   by mauro   //   Riflessioni  //  No Comments

Celebriamo oggi la solennità dell’Ascensione, e leggiamo gli ultimo versetti del Vangelo di Luca (Lc 24,46-53).
Gli elementi che caratterizzano questo brano sono tanti, e ne sottolineiamo alcuni.

Innanzitutto, il brano è diviso in due parti: nella prima (vv 46-49) si racconta la conclusione di un’apparizione agli apostoli, quella che racconta la venuta del Signore risorto nel Cenacolo dopo che i discepoli di Emmaus vi hanno fatto ritorno, e hanno raccontato il loro incontro con Lui lungo la via (Lc 24, 33).

In seguito (vv 47-50), Gesù conduce fuori i suoi, verso Betania, e lì viene assunto al Padre.

Nel vangelo di Luca, quando Gesù appare, sempre apre la mente dei discepoli alla comprensione delle Scritture. Non spiega la sua risurrezione, non dice nulla di ciò che gli è accaduto se non in riferimento al disegno di Dio, perché, dice, questo disegno si è compiuto.

Così fa anche l’angelo, con le donne, la mattina di Pasqua (Lc 24,7).

Gesù, obbedendo al Padre, compie la storia di salvezza che Dio, lungo i secoli, aveva promesso al popolo di Israele.

Quale era questo disegno, questa promessa?

La promessa era quella di una nuova alleanza, che i profeti avevano intravisto come unica possibilità che la relazione fra Dio e il suo popolo diventasse vera e praticabile.

Non più legata all’osservanza di una legge, ma ad una novità di vita che Dio avrebbe donato. Era l’alleanza di cui parlava Geremia (31, 31-34), scritta nei cuori.

Ebbene, Gesù dice che questa alleanza si è compiuta, grazie alla sua passione; nel brano di Vangelo che racconta l’ultima cena di Gesù con i suoi, Luca è l’unico ad usare l’espressione “la nuova alleanza nel mio sangue” (Lc 22,20), perché l’alleanza nuova è il suo sangue, la sua vita, sparsa su di noi, versata per noi e in noi.

Se tutto questo è vero, allora ora Gesù può fare ritorno al Padre. Non solo perché ha compiuto la sua missione tra gli uomini, ma anche perché, partendo, Egli rimane sulla terra nella vita dei suoi discepoli. Ora la logica del Regno è lasciata nelle mani dei suoi, nel cuore nuovo dei suoi, l’alleanza diviene il criterio e il senso della vita della Chiesa.

Il brano di Geremia citato sopra continua dicendo che “non dovranno più istruirsi gli uni gli altri, dicendo: Riconoscete il Signore, perché tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande” (Ger 31,34): l’interiorizzazione della legge si è compiuta, e ciascuno porta il Signore nella propria carne. Gesù ora può ritornare dal luogo da dove era partito.

Un secondo elemento che collega il brano di oggi con questo discorso del compimento riguarda il perdono.

Ritorniamo ancora a Geremia 31,34. Perché tutti mi conosceranno? “Poiché io perdonerò la loro iniquità e non mi ricorderò più del loro peccato”.

La nuova alleanza, nel sangue di Gesù, è strettamente legata al perdono che Dio usa verso i suoi. Potremmo dire che l’alleanza nuova è la possibilità data all’uomo di lasciarsi infinitamente perdonare.

Cosa dovranno annunciare allora i discepoli, partendo da Gerusalemme?

Fondamentalmente questo, “la conversione e il perdono dei peccati” (Lc 24,47).

Non perché l’abbiano imparato o ascoltato da qualche parte, ma perché ne sono testimoni (Lc 24, 48), ovvero l’hanno vissuto e sperimentato per primi. Per primi, nei loro tradimenti, nelle loro fughe, sono stati amati fino al perdono.

Non faranno questo da sé, con le proprie forze, ma saranno rivestiti di potenza dall’alto (Lc 24,49), dallo Spirito che ricorderà loro tutto ciò che Dio ha fatto per la loro vita.

È bello quindi, che dopo tutto questo, Gesù salga in cielo benedicendo i suoi (Lc 24, 50), perché la benedizione non è altro se non questo, questa presenza nuova del Signore tra i suoi. C’è un distacco (Lc 24,53), che però non è un’assenza, perché in realtà Gesù non può partire in modo assoluto. Parte e rimane, intimamente e profondamente legato alla vita della Chiesa, nel cuore del mondo.

+ Pierbattista

Meditazione di mons. Pizzaballa: V Domenica di Pasqua

Mag 17, 2019   //   by mauro   //   Riflessioni  //  No Comments

Il brano di Vangelo che ascoltiamo oggi (Gv 13,31-35) è tratto dal capitolo 13 del Vangelo di Giovanni, capitolo in cui l’evangelista pone il racconto dell’ultima cena di Gesù con i suoi e non è di immediata comprensione se lo togliamo dal suo contesto.

Dopo il gesto scandaloso della lavanda dei piedi, Giovanni riporta l’annuncio, da parte di Gesù, del tradimento di Giuda (13,21). Seguono i versetti che ascoltiamo oggi, con le parole sul comandamento nuovo, e poi un nuovo annuncio di defezione, che questa volta riguarda Pietro e il suo rinnegamento (13,36).

Il comandamento nuovo, quindi è come incastonato tra due annunci di tradimento. Ed è questo il primo elemento su cui soffermarci, perché Gesù chiederà ai suoi di amarsi tra loro nello stesso modo, con la stessa misura con la quale Gesù li ha amati (“Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri” – 38).

E la misura è data dalla distanza che i discepoli pongono tra loro e il Signore: una distanza abissale, quella del peccato, ma che Gesù colma con il suo amore gratuito; non lascia i suoi vagare nella lontananza dove si sono smarriti, perché, come abbiamo visto domenica scorsa, lui è il buon pastore, e il buon pastore non vuole che nessuna delle sue pecore vada perduta. Per questo dà la vita.

L’evangelista Giovanni mette in relazione il rinnegamento di Giuda con le parole di Gesù proclamate nel Vangelo di oggi: è infatti proprio quando Giuda prende il boccone ed esce, che Gesù esclama queste parole forti, apparentemente fuori luogo: “Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui” (Gv 13,31).

Cosa significano?

Tutto il Vangelo di Giovanni tende ad un’“ora” misteriosa, un momento in cui Dio avrebbe rivelato completamente se stesso, la sua gloria, nella vita e nell’opera del Figlio. Ebbene, l’ora è giunta proprio in questo momento, in cui Gesù può finalmente rivelare tutto l’amore che è venuto a donare, un amore che raggiunge anche il discepolo che rinnega e che tradisce, un amore che anche per lui dona la vita.

Giuda è appena uscito per tradire il suo Signore, per consegnarlo. Ma l’ha fatto dopo aver ricevuto da Gesù il boccone destinato all’amico prediletto, dopo aver mangiato il pane dell’amicizia in cui ogni inimicizia è superata.

E proprio questa è per Gesù la gloria, ovvero il massimo dell’amore possibile; per cui anche il gesto di Giuda viene riletto e accolto come un’ulteriore possibilità di amare, e quindi di dare gloria al Padre.

Il Padre, a sua volta, risponderà a questo gesto di amore e di obbedienza dando gloria al Figlio: come l’amore di Gesù raggiunge i discepoli persi nel loro peccato, così l’amore del Padre non lascia Gesù perso nella morte: “subito” (Gv 13,32), infatti, gli restituirà la vit: Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito”.

Queste parole di Gesù, dunque, si pongono in mezzo a queste due storie di tradimenti, e ci stanno come un inno di vittoria, come un presagio sicuro di salvezza. Proprio dentro tutto questo male si rivela pienamente la vita di Dio.

Eppure questo non è ancora tutto.

Il capitolo 13, infatti, pone al centro i due gesti di tradimento, grazie ai quali si manifesta tutto l’amore di Gesù per l’uomo, gesti che anticipano e intrepretano ciò che, di lì a poco, sarebbe accaduto sulla croce, che le danno senso.

Ma subito dopo chiede ai suoi di amarsi gli uni gli altri come Lui li ha amati: li ama gratuitamente e chiede, in forza di questa gratuità, di fare altrettanto.

Le parole del comandamento nuovo possono essere poste solo nel contesto della croce e, in Giovanni, solo dopo quei gesti che della croce dicono il senso. I discepoli non saranno capaci, infatti, di amarsi se non per l’amore che hanno ricevuto.

L’amore di Dio non si ricambia: non saremmo mai capaci di restituirgli ciò che Lui ci ha donato.

L’amore di Dio, piuttosto, lo si scambia tra di noi, lo si fa circolare, e questo è l’unico modo con cui possiamo ri-amare Dio, in cui possiamo dirgli il nostro vero grazie.

+ Pierbattista

Meditazione di mons. Pizzaballa: IV Domenica di Pasqua

Mag 13, 2019   //   by mauro   //   Riflessioni  //  No Comments

Le prime domeniche  del Tempo Pasquale ci hanno fatto ascoltare i brani di Vangelo relativi agli incontri del Signore Risorto con i suoi discepoli.

Oggi iniziamo a vedere come sia la vita nuova dei risorti, quale sia la vocazione dei credenti che il Risorto rende partecipi della sua novità di vita.

Il brano che ascoltiamo oggi è tratto dal capitolo 10 del vangelo di Giovanni, capitolo il cui l’evangelista riporta il discorso di Gesù sul buon pastore.

C’è una prima parte (Gv 10, 1-18), in cui Gesù tratteggia la fisionomia del buon pastore; c’è un intermezzo (Gv 10, 19-24), che riporta la reazione dei giudei a queste parole, con una loro domanda sull’identità di Gesù: “Fino a quando ci terrai nell’incertezza? Se tu sei il Cristo, dillo a noi apertamente”.

I versetti che leggiamo oggi sono la risposta di Gesù a questa domanda, e, come spesso accade, Gesù ribalta la questione.

E dice innanzitutto che per conoscerlo, per sapere veramente se Lui è il Cristo, bisogna far parte del suo gregge (“le mie pecore”, 27; “il Padre mio me le ha date”, 29). Non esiste una conoscenza che possa rimanere all’esterno, una conoscenza intellettuale, un sapere che non coinvolga la vita, che non compromette; la conoscenza di Gesù passa attraverso l’amore, attraverso una relazione di fiducia e di abbandono, attraverso una sequela fatta di umile obbedienza; così, infatti, è anche la relazione di Gesù con il Padre (Gv 10,18).

Rimanendo nella metafora del pastore e delle pecore, Gesù utilizza alcune espressioni: due dicono le disposizioni e le azioni dei discepoli verso di Lui; e le altre due dicono ciò che fa Lui per loro.

I discepoli fanno essenzialmente due cose: ascoltano e seguono (“Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono”, 27).

Ascoltare e seguire sono l’essenziale del discepolato, della vita nuova, e sono profondamente legati tra di loro: si segue nella misura in cui si ascolta.

Il pastore fa altre due cose, anch’esse fondamentali: conosce e dà la vita (”Io le conosco”, 27; “Io do loro la vita eterna”, 28). Ha con i suoi una relazione di profonda intimità, per cui con ogni discepolo c’è un rapporto personale. E questo rapporto si realizza esclusivamente grazie al dono gratuito della sua vita.

Questi versetti mostrano il risvolto esistenziale di questa relazione.

La vita nuova, che nasce dalla relazione con il Signore, ha caratteristiche precise: essere una comunità convocata (“ascoltano la mia voce”, 27). La chiamata di Cristo li ha portati in una nuova relazione con lui (“Io le conosco”); una relazione che a sua volta porta ad un nuovo stile di vita (“esse mi seguono”). È una comunità donata (“do loro la vita eterna, 28), la nuova vita del Regno appartiene a loro; e una comunità sicura (“e non andranno perdute”, 28).

Non la sicurezza di coloro ai quali è promesso che non accadrà mai nulla di fastidioso o di pericoloso, ma la sicurezza di chi sa che la propria vita è custodita in mani buone.

Per cui Gesù dice che questa vita non andrà mai perduta (Gv 10, 28).

Gesù per primo ha fatto questa esperienza nella sua relazione con il Padre: si è affidato a Lui, l’ha ascoltato, e la sua vita non è andata perduta; è passato attraverso la morte, ma il Padre non l’ha abbandonato in suo potere, e gli ha ridonato vita. Gesù ha sperimentato che la relazione con il Padre è una relazione sicura, fedele.

Ed è questa relazione che ora vuole donare ai suoi discepoli, che sono dunque chiamati ad ascoltare il Signore e a seguirlo dentro questa esperienza di affidamento, per cui passano attraverso la morte e scoprono, con stupore, che la loro vita non solo non si perde, ma diventa eterna, vera.

Nei due versetti del vangelo di oggi per ben due volte sono nominate le mani: quelle di Gesù (Gv 10, 28) e quelle del Padre (Gv 10,29): nei vangeli della Pasqua compaiono spesso le mani.

Sono mani che tutto hanno ricevuto, che sono passate attraverso la morte di cui portano i segni gloriosi. E ora, proprio per questo, sono capaci di custodire tutto, senza che nulla vada perduto di ciò che il Padre vi ha deposto.

+ Pierbattista

Meditazione di mons. Pizzaballa: III Domenica di Pasqua

Mag 4, 2019   //   by mauro   //   Riflessioni  //  No Comments

Anche il brano di Vangelo di oggi racconta un’apparizione del Signore ai suoi discepoli, dopo la sua risurrezione. Siamo al capitolo 21 del Vangelo di Giovanni, e l’evangelista precisa che questa è la terza volta che Gesù si rivela (Gv 21,14).

Questo è il primo dato su cui ci soffermiamo, il fatto che Gesù si riveli più volte, non una sola.

Gesù viene, e poi ritorna, e ogni volta si rivela.

Non è un caso che il brano inizi dicendo che Gesù si rivela “di nuovo” (Gv 21,1), perché ogni volta che Gesù viene, ogni volta che il Signore si affaccia sulla nostra vita, in realtà è sempre qualcosa di nuovo che accade, una novità che si propone. Ogni incontro con il Signore non è mai uguale a quello già sperimentato in precedenza, e per questo bisogna essere attenti e vigili, pronti ad accogliere la manifestazione sempre nuova del Signore.

Se questo è vero, allora nasce la domanda: come riconoscerlo? A quale condizione il suo passaggio diventa un incontro, un principio nuovo per la nostra vita?

Il brano di oggi offre alcuni elementi a riguardo.

Il primo nasce dall’esperienza della sua assenza: noi riconosciamo il Signore quando riconosciamo che senza di Lui non possiamo fare nulla.

I discepoli vanno a pescare, ma “quella notte non presero nulla” (Gv 21,3), e questo non è un caso, non è solo una notte particolarmente sfortunata. È una questione che ci riguarda molto più profondamente, che dice la verità della nostra vita: se non siamo uniti a Lui, se Lui non è presente nella nostra vita, noi non possiamo se non fare esperienza del nulla, del vuoto; senza di Lui noi non abbiamo nulla da mangiare (Gv 21,5).

Ebbene, il Signore si rivela proprio lì. E si rivela con una promessa di vita: “Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete”. Il Risorto è l’unico che può fare e mantenere una promessa di vita piena, abbondante, proprio perché è il Risorto, perché ha sconfitto la morte. Molti possono promettere la vita; ma solo il Risorto la può donare veramente.

E infatti i discepoli fanno questa esperienza, e a partire da questa esperienza lo riconoscono: “È il Signore” (Gv 21,7).

C’è un ulteriore elemento da sottolineare, un elemento che accomuna questo brano alle altre apparizioni del Risorto raccontate nei Vangeli. Ogni volta che Gesù appare, c’è sempre una parola, o un gesto che apre il cuore dei discepoli, increduli, o dubbiosi o semplicemente ancora incapaci di riconoscerlo.

C’è qualcosa di familiare, che tocca il cuore, che fa scattare una memoria, che apre gli occhi.

Per Maria di Magdala è il suo stesso nome, pronunciato da Gesù in un modo tale che Maria subito riconosce il Maestro (Gv 20,16). Per i discepoli di Emmaus è il gesto dello spezzare il pane (Lc 24,31), anche qui, un gesto familiare, amico, che Gesù aveva fatto più volte insieme a loro. Nel Vangelo di oggi è di nuovo questo mangiare insieme (21,12), questo stare a tavola con Lui: è in questo gesto che i discepoli sono di nuovo capaci di vedere il Signore.

La seconda parte del Vangelo di oggi riguarda l’incontro personale di Gesù con Pietro (Gv 21,15-19). Alla nuova manifestazione del Signore, corrisponde una nuova chiamata per Pietro.

In realtà, nel Vangelo di Giovanni è solamente qui che Gesù invita Pietro a seguirlo; Gesù ha attraversato la Pasqua, e Pietro ha fatto esperienza del proprio peccato, della sua incapacità totale a mantenere ogni promessa al Signore.

Ora sa che solo il Signore mantiene la sua promessa di vita, e che la sequela non sarà altro che buttarsi in Lui, come nel vangelo di oggi si è gettato in mare (Gv 21,7): potremmo dire che è un po’ il simbolo del battesimo di Pietro, la sua scelta di seguire il Signore solo in forza di un’unione profonda con la morte e la risurrezione di Lui.

+ Pierbattista

Meditazione di mons. Pizzaballa: II Domenica di Pasqua

Apr 27, 2019   //   by mauro   //   Riflessioni  //  No Comments

Otto giorni fa, nella domenica di Pasqua, abbiamo visto dove inizia il cammino della fede di ogni cristiano: inizia al sepolcro vuoto, lì dove torniamo a vedere il luogo dove Gesù è stato sepolto, ma anche dove le donne e i discepoli scoprono che il suo corpo non è più. Gesù non è più nella morte.

Ma questo è solo il punto di partenza, che ha bisogno di un cammino.

Infatti i racconti degli incontri tra il Risorto e i suoi discepoli sono spesso racconti di cammino: i discepoli vanno al sepolcro, Gesù va da loro nel cenacolo, i discepoli stanno andando ad Emmaus, poi tornano in fretta a Gerusalemme.

È un cammino fisico, ma anche un percorso spirituale, è il percorso della fede.

Ebbene, se con il vangelo della mattina di Pasqua abbiamo visto dove inizia questo percorso, oggi vediamo dove porta, dove deve arrivare, cioè deve arrivare a riconoscere il Signore Risorto, a vederlo con i propri occhi, a credere in Lui, a riscoprirlo come il proprio Signore, il proprio Dio.

Di questo percorso, sottolineiamo qualche aspetto.

Il primo è che dopo la mattina di Pasqua, del primo giorno dopo il sabato, tutti cercano Gesù, ma nessuno lo trova, perché è Lui a trovare i suoi. Li trova quando e come vuole. Nel Vangelo di oggi vediamo proprio questo: Gesù trova prima i suoi, riuniti nel cenacolo, la sera di quel giorno. E poi torna, otto giorni dopo, per incontrare Tommaso, che al primo appuntamento era assente. Il cammino della fede passa attraverso questa strettoia, quella del lasciarsi trovare, del riconoscere che non siamo noi a trovare il Signore, ma è Lui a trovare noi.

Dove ci trova? Esattamente lì dove siamo, nelle nostre paure e nei nostri dubbi, lì dove siamo rinchiusi: i discepoli erano rinchiusi nel Cenacolo per paura dei Giudei (Gv 20,19), Tommaso era rinchiuso nell’incapacità di pensare il Signore vivo, di dare al Signore la possibilità di venire da Lui. Invece, come abbiamo detto, il Signore viene.

Viene per fare tre cose.

La prima è per donare lo Spirito (Gv 20, 22), ovvero per donare quella vita che Lui stesso ha ritrovato dopo la morte, quella vita a cui il Padre l’ha richiamato come coronamento e compimento del suo dono d’amore. Non appena la riceve, Gesù non la tiene per sé, ma la dona ai suoi amici.

La seconda cosa è quella di inviarli. Non appena Gesù ritrova i discepoli dopo lo smarrimento dei giorni della passione, non li stringe a sé, non li lega a sé, ma subito, immediatamente, li invia, proprio come il Padre aveva inviato a Lui: quella vita che hanno ritrovato, la devono condividere con ogni uomo, perché la Pasqua sia per tutti. Il modo con cui questo accadrà è uno solo: il perdono dei peccati (Gv 20,23). Il perdono è il segno ultimo della vittoria del Risorto sulla morte.

Infine viene per incontrare e guarire Tommaso.

Il bisogno dell’uomo ferito, dell’uomo peccatore, è sempre quello di allungare la mano, di toccare e di prendere, come Adamo. È il bisogno di possedere. E Gesù arriva proprio lì, si offre a questo nostro bisogno malato, ma proprio offrendosi come si era offerto sulla croce, ci guarisce, donandoci la possibilità di un altro modo d vivere, che è quello di chi si fida, di chi crede.

E se il toccare e il possedere è qualcosa che ci chiude in noi, stessi, che ci fa ripiegare su di noi e sui nostri bisogni, anche religiosi, il credere è un uscire da sé, è il principio di quella missione a cui il Risorto è venuto ad inviarci.

Chi è prigioniero del proprio bisogno di aspettare per vedere e per toccare, non parte mai.

Chi crede che il Signore è sempre con lui, che sempre dà la vita, al contrario, non può rimanere fermo, non può non partire, perché anche altri possano essere raggiunti dallo stesso dono di gratuità e di vita.

+ Pierbattista

Meditazione di mons. Pizzaballa: V Domenica di Quaresima

Apr 6, 2019   //   by mauro   //   Riflessioni  //  No Comments

Nel brano di Vangelo di oggi (Gv 8,1-11), vediamo Gesù nel tempio di Gerusalemme, che insegna alla folla che accorre a Lui.
Siede, come un maestro, e la scena ricorda quella di Mosè che, dal mattino alla sera, sedeva nell’accampamento per risolvere le questioni che sorgevano tra la gente (Es 18,13ss): il popolo andava da lui “per consultare Dio”, per conoscere i suoi decreti e le sue leggi (Es 18,16).

Anche nel Vangelo di oggi un gruppo di persone va da Gesù con una questione legata alla Legge: hanno scoperto una donna in adulterio, e sanno che la Legge dice di lapidarla.

Vanno da Gesù non per sapere cosa dicesse la Legge a questo proposito, perché dimostrano di saperlo bene.

L’evangelista ci informa che ci vanno non per risolvere un problema (come facevano gli Israeliti nel deserto con Mosè), ma per metterlo alla prova e per avere di che accusarlo (Gv 8, 6): accusando la donna, vogliono in realtà accusare Gesù.

La prima cosa che notiamo è la distanza che gli accusatori tengono da questa donna, come se fosse qualcuno che in nessun modo c’entra con la loro vita: la pongono nel mezzo (Gv 8,3), esponendola al giudizio di tutti; poi, sempre davanti a tutti, dicono la sua colpa (Gv 8,4) e la chiamano “una donna come questa” (Gv 8,5).

E il loro atteggiamento, come sempre accade in chi si sente dalla parte della verità, è insistente (Gv 8,7), per cui, quando Gesù sembra non dar loro ascolto, loro non si danno per vinti, e continuano a chiamare in causa Gesù.

Si tengono lontani da questa donna, perché si sentono lontani dal peccato, dal male; come se il peccato fosse solo suo, di questa donna, e come se questa donna fosse solo il suo peccato.

Quello che fa Gesù fa è di annullare le distanze tra la donna e i suoi accusatori.

Toglie la donna dal centro, dove è sola con il suo peccato, e mette, insieme a lei, anche tutti loro: “Chi di voi..?” (Gv 8,7). L’invito è quello a riconoscere che lo stesso peccato che abita in lei, abita anche in loro. L’invito è quello di sentire la donna non più come un’estranea, una diversa, da poter accusare senza mettersi in gioco; ma a riconoscersi in lei, a specchiarsi in lei. A riconoscere che ogni uomo è ugualmente peccatore davanti a Dio, e solo Lui può essere giudice del cuore dell’uomo.

Gesù, in tutto questo dialogo, rimane seduto, anzi chinato, a scrivere per terra.

È un gesto strano, di cui cogliamo due aspetti: mentre lo sguardo indagatore degli accusatori era fisso sulla donna e fisso su Gesù, Gesù non ricambia con un uguale sguardo.

E poi scrive per terra, e ciò che si scrive per terra, sulla polvere, non rimane a lungo: così è la memoria che Dio ha dei nostri peccati, come di qualcosa scritto sulla sabbia, che sparisce al primo colpo di vento.

Da quella posizione Gesù si alza solo per parlare con la donna, a cui finora nessuno aveva ancora parlato. Le rivolge due domande, che hanno il sapore della liberazione: Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannato? (Gv 8,10)

Non le chiede nulla del suo peccato, di ciò che ha fatto, non la rimprovera, non guarda al passato; il suo sguardo è in avanti, è “d’ora in poi” (Gv 8, 11).

L’incontro di Gesù segna uno spartiacque per tutti.

Per gli accusatori, perché d’ora in poi non potranno più accusare nessuno senza ricordarsi di essere ugualmente complici del male che vedono nell’altro. E poi per la donna, per la quale sembrava non esserci più futuro.

Il futuro invece c’è, e nasce dall’incontro con un uomo che l’ha guardata con misericordia, con uno sguardo ha trasformato la sua vita.

L’evangelista non dice nulla dei sentimenti della donna, del suo eventuale pentimento: il perdono del Signore arriva assolutamente gratuito, inatteso, prima di qualsiasi conversione.

Ma è proprio questa esperienza che può trasformare veramente il cuore, offrendole una reale possibilità di sentire il peso del proprio peccato e di iniziare una vita nuova, in cui provare a ricambiare l’amore ricevuto.

+Pierbattista

Meditazione di mons. Pizzaballa: IV Domenica di Quaresima

Mar 30, 2019   //   by mauro   //   Riflessioni  //  No Comments

Possiamo leggere il brano di Vangelo di oggi (Lc 15,1-9) a partire dai due luoghi dove si svolge la scena. È un brano assai noto e usato in molte circostanze, Ci fermiamo solo su alcune brevi considerazioni. Una chiave di lettura che ci aiuta ad entrare nel testo è legata al fatto che in entrambi questi luoghi, in modo diverso, c’è una simbolica legata al cibo.

Il primo luogo è la casa del padre, che è descritta fondamentalmente come una casa dove vi è abbondanza di cibo: quando il figlio minore è lontano, nel momento in cui si trova alle strette, pensando alla casa di suo padre la ricorda come un luogo dove si mangia, dove il pane non manca ed è per tutti: anche i servitori ne hanno in abbondanza (Lc 15,17).

E quando poi il figlio torna a casa, il padre, tutto contento, subito imbandisce un banchetto: “prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa” (Lc 15,23). Questo banchetto è sottolineato più volte (Lc 15,23.27.30), e ritorna sempre nel testo per dire il modo di agire del padre: il padre nutre, dà da mangiare, fa festa mangiando. È certamente un richiamo anticotestamentario. Nell’AT la vita con Dio è presentate come un banchetto.

Il secondo luogo è quello in cui si viene a trovare il figlio minore quando si allontana da casa, lì dove sperpera tutte le sostanze ricevute in eredità. Lì la simbolica è sempre legata al cibo, ma in maniera diametralmente opposta. C’è una grande carestia (Lc 15,14) è il figlio afferma che sta per morire di fame (Lc 15, 17). Se c’è qualcuno che mangia, questi sono i porci (Lc 15,16), mentre il figlio si sarebbe anche accontentato di mangiare il loro stesso cibo, ma “nessuno gliene dava”.

Da una parte, quindi, c’è un padre che dà da mangiare a tutti con abbondanza, anche ai servi, e dall’altra c’è un figlio diventato servo, a cui però nessuno dà nulla, neanche il mangiare dei maiali.

Possiamo fermarci a rileggere questi elementi della parabola, per dire che la vocazione dell’uomo è quella di partecipare al banchetto che il Padre prepara per tutti i suoi figli, quel banchetto in cui Lui ci nutre di sé, della sua vita, della vita che circola dentro la sua casa. È un cibo abbondante, buono, gratuito, che il Padre desidera donarci (cf Is 25,6).

E il peccato dell’uomo non è altro che allontanarsi da questo banchetto, cadere da questa condizione privilegiata in cui la vita ci è donata, per nutrirsi di un cibo che non sazia, un cibo che, alla fine, ci fa morire di fame. Il figlio minore si allontana dalla casa dove è figlio, e arriva in un luogo dove invece è servo, dove viene trattato peggio di un animale, dove perde ogni dignità, dove nessuno ha a cuore la sua vita. È un luogo di solitudine e morte.

Ma Il padre il figlio prodigo, come sappiamo, non sono gli unici due protagonisti della parabola. C’è anche un altro figlio, il maggiore, il quale rimane in casa, ma, pur vivendo nell’abbondanza, non mangia un pane che lo sazia. Cioè non vive delle cose della vita come un segno e un sacramento dell’amore del padre, non capisce che tutto ciò che riceve lo riceve dal suo amore. Ed è come se non avesse avuto niente: anche lui, in realtà, muore di fame.

Il cammino della Quaresima, oggi, ci porta in questa casa, dove siamo figli; dove per noi è preparata la possibilità di una vita piena, a patto però di riconoscere che tutto viene dal Padre e tutto ci è dato gratuitamente. Non è frutto del nostro lavoro, un premio che ci dobbiamo meritare.

A nutrirci è la relazione stessa che abbiamo con Lui, relazione che poi si apre al fratello, con il quale condividiamo lo stesso pane.

È una casa che non siamo capaci di abitare stabilmente, e da cui spesso ci allontaniamo, ma a cui è sempre possibile ritornare.

+Pierbattista

Meditazione di mons. Pizzaballa: III Domenica di Quaresima

Mar 23, 2019   //   by mauro   //   Riflessioni  //  No Comments

Il brano del Vangelo di oggi (Lc 13,1-9) è composto di due parti, che ruotano entrambe intorno al tema della conversione e che apparentemente, ad una prima lettura, appaiono discordanti tra di loro.

Nella prima parte (Lc 13,1-5), vediamo alcuni andare da Gesù per raccontargli un doloroso fatto di cronaca: alcuni Galilei, giunti a Gerusalemme, erano stati uccisi dai soldati Romani mentre compivano i loro sacrifici al tempio.

Si trattava di un fatto inquietante, che poteva prestarsi ad un’interpretazione religiosa: la morte violenta, infatti, era segno di un castigo di Dio per qualche peccato commesso.

Gesù parte da questo fatto, e ne racconta un altro, sullo stesso tono: diciotto persone erano morte per il crollo della torre di Siloe.

Il comune pensiero religioso faceva pensare che queste persone si fossero rese particolarmente odiose a Dio per aver commesso qualche colpa, per la quale avevano giustamente meritato questa sorte. Per cui si poteva legittimamente pensare che chi, invece, non subiva una tale sorte poteva considerarsi giusto e gradito a Dio.

Gesù si distanzia da questo pensiero, e lo fa con due domande a cui Lui steso dà una risposta: questi tali erano più peccatori degli altri? No, dice Gesù, perché Dio non è un Dio che punisce ed elimina il male in questo modo violento. E se non sono più peccatori degli altri, significa che il male abita il cuore di tutti, nello stesso modo, e che nessuno può considerarsi escluso dalla necessità di convertirsi.

Fin qui la prima parte.

Nella seconda (Lc 13,6-9), Gesù racconta una parabola per certi aspetti molto strana.

Un tale aveva piantato un fico nella sua vigna, ma questo fico non produceva frutti. Chiede quindi al suo vignaiolo di tagliarlo, perché non ingombri inutilmente il terreno. Al che il vignaiolo temporeggia, e promette di compiere dei gesti che, di per sé, sono abbastanza inusuali per una pianta di fico, come zappargli il terreno intorno o mettergli il concime (Lc 13,8); il padrone della vigna si lascia convincere, e accetta di lasciare l’albero per vedere se porterà frutto.

Al centro di questa parabola ci sono due verbi, all’imperativo: il primo “Taglialo!” (Lc 13,7), detto dal padrone al vignaiolo; il secondo “lascialo” (Lc 13,8) detto dal vignaiolo al padrone.

Il primo, in realtà, è espressione di quel comune pensiero religioso, di cui parla la prima parte del brano: se si è infedeli ai propri doveri religiosi, il Signore Dio interviene ed elimina il peccatore. In realtà, quest’immagine la ritroviamo anche all’inizio del Vangelo, sulla bocca di Giovanni il Battista, per cui ogni albero che non portava frutto, all’arrivo del Messia, sarebbe stato tagliato e gettato al fuoco (Lc 3,9).

Il secondo verbo, “Lascialo”, è espressione del cuore e del pensiero di Gesù: quello per cui tutta la storia della salvezza non è altro se non una continua offerta d’amore di Dio per il suo popolo, offerta a cui il popolo risponde sempre in modo insufficiente ed inadeguato (il fico che non porta frutto). Ma la risposta dell’uomo non condiziona per nulla il dono di Dio, che risponde, invece, con un sovrappiù di cuore e di cure, un sovrappiù per certi versi eccessivi, come è eccessivo zappare e concimare il terreno intorno ad un fico.

Risponde, inoltre, donando tempo. Non quindi una morte improvvisa e tragica, che interrompe il tempo della possibile conversione, ma il dono di un nuovo spazio di tempo. E qui, mentre alcune traduzioni dicono: “lascialo ancora un anno”, altre preferiscono: “lascialo anche quest’anno”.

E questa seconda traduzione è particolarmente significativa, perché si richiama all’inizio della predicazione di Gesù, quando proclama un anno di grazia e di misericordia (Lc 4,19): questo è allora il tempo in cui finalmente l’uomo può conoscere l’amore del Signore, l’anno che ci è dato ora, e che è stato inaugurato negli ultimi tempi, i nostri. Non era possibile alcun frutto, al di fuori di questo anno, perché il frutto non è se non risposta stupita di fronte al dono ultimo e definitivo che il Padre ha fatto all’uomo, quello del suo Figlio. Il tempo, dunque, è ridonato, e il frutto è atteso.

È importante, allora, leggere attentamente questi due testi insieme. La prima parte è un invito pressante e urgente alla conversione; mentre la seconda è una contemplazione della misericordia e della pazienza di Dio, come a dire che la vera conversione è quella di chi fa esperienza della bontà del Signore. Coloro che non si convertono a questa immagine di Dio, periranno tutti allo stesso modo (Lc 13,3.5), cioè credendo inutilmente ad un Dio che punisce o che premia.

+Pierbattista

Meditazione di mons. Pizzaballa: II Domenica di Quaresima 

Mar 17, 2019   //   by mauro   //   Riflessioni  //  No Comments

Il brano di Vangelo che racconta l’episodio della trasfigurazione di Gesù è incastonato tra gli annunci della Passione. Gesù sta iniziando a dire ai discepoli che il suo cammino verso Gerusalemme si compirà con la Pasqua e, subito dopo il primo di questi annunci, Gesù sale sul un alto monte, che la tradizione identifica con il monte Tabor. Li avviene l’episodio della trasfigurazione, che la Liturgia della Quaresima ci ripropone ogni anno alla seconda domenica, dopo le tentazioni.

Possiamo rileggere anche la trasfigurazione come un annuncio.

Sul Tabor Gesù annuncia qual è il fine di ogni vita umana, qual è la vocazione a cui l’uomo è chiamato: vivere una piena esperienza di gloria, di pienezza, di relazione con Dio. Ogni uomo è chiamato a diventare, con tutto se stesso, rivelazione del Padre, apertura piena a Lui.

Scopriamo che tutto questo, abitualmente, non è visibile allo sguardo umano: se guardiamo con gli occhi del nostro corpo, riusciamo a vedere solo la nostra realtà caduca e mortale, incapace di eternità.

Se guardiamo con gli occhi della fede, invece, possiamo vedere la visione a cui hanno assistito Pietro, Giovanni e Giacomo, quella per cui già fin d’ora, prima di passare per la morte, la vita dell’uomo è chiamata a vivere l’esperienza della risurrezione.

Il Vangelo ci dice come questo sia possibile.

Innanzitutto con la preghiera. Il riferimento alla preghiera è esplicito all’inizio del brano (Lc 9,29), ma ritorna continuamente, nascosto dentro tutto il testo, perché questo momento di luce è un continuo dialogo, in cui ciascuno parla, ciascuno ascolta, ciascuno si sente ascoltato. Gesù dialoga con il Padre, e lo fa mettendosi in ascolto della Legge e dei Profeti nelle persone di Mosè e di Elia. I discepoli ascoltano la Parola del Padre, che invita a non fare altro che ad ascoltare la buona notizia del Figlio eletto in cammino verso Gerusalemme, dove darà la vita per tutti.

La preghiera è questa apertura reciproca, fatta essenzialmente di ascolto, e in cui ciascuno, ascoltandosi, accoglie la rivelazione del proprio volto in relazione all’altro. L’umanità nuova è dunque un’umanità in ascolto, in dialogo.

Ma cosa ascolta Gesù, qual è la Parola del Padre che, ascoltata, è capace di trasfigurare l’esistenza, di portarla alla sua pienezza?

È quella che troviamo al versetto 35: “Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!”. Pregare è proprio imparare ad ascoltare, tra tante voci, quella del Padre che vuole comunicarci la sua volontà di sceglierci, di amarci e di averci come figli. Ascoltare è far risuonare sempre più in profondità questa Parola, lasciare che plasmi la nostra vita, la nostra percezione di noi stessi, le nostre relazioni.

Oltre all’ascolto e alla preghiera, i discepoli sono invitati ad entrare in una nube (Lc 9,34), provano paura: hanno davanti a sé il volto luminoso del Signore, che devono in qualche modo lasciare, per entrare nell’oscurità di una nube dove tutti i contorni svaniscono, dove si perde il controllo delle cose.

I discepoli, al momento della Passione del Signore, saranno effettivamente chiamati ad entrare in questa nube, in questa oscurità. Lo faranno come saranno capaci, e vivranno sulla loro pelle l’esperienza del fallimento, dell’incredulità, della fuga.

La vita nuova non accadrà grazie alle loro forze, ma per la forza di Colui che invece non ricuserà di entrare nelle tenebre della Passione e ne uscirà vivo e vittorioso sulla morte, capace di donare a tutti la vita in modo definitivo.

Ecco, la Pasqua, la vita nuova, non accade se non attraverso questa fiducia, questa esperienza di abbandono in una Parola che dice l’amore unilaterale e gratuito di Dio: e la Quaresima ci è data per arrenderci all’evidenza di questo amore, l’unico che sa trasfigurare ogni esistenza e liberarla dalle tenebre.

+Pierbattista

Meditazione di mons. Pizzaballa: I Domenica di Quaresima

Mar 9, 2019   //   by mauro   //   Riflessioni  //  No Comments

Ha oggi inizio il tempo di Quaresima (Lc 4,1-13), e il racconto delle tentazioni segna la prima tappa di questo cammino che ci conduce fino alla Pasqua del Signore.

Sottolineiamo alcuni elementi, che ci possono aiutare ad entrare nel tema di oggi e, quindi, nel tempo che oggi comincia.

L’evangelista Luca, come gli altri sinottici, pone il racconto delle tentazioni prima dell’inizio della vita pubblica di Gesù.

E questo per dire che prima di iniziare la sua missione, Gesù deve fare una scelta, deve orientarsi nel cammino, deve scegliere quale stile messianico voglia dare al suo ministero.

La tentazione entra nel mondo, fin dall’inizio, come si legge nel Libro della Genesi al capitolo 3, come la possibilità di una scelta altra, diversa dal progetto originario di Dio, dal modo con cui Dio ha pensato e creato l’uomo, a sua immagine e somiglianza.

Anche Gesù deve scegliere, dunque, e il diavolo non lo risparmia da questa prova. Ma, a differenza degli altri sinottici, Luca conclude la pericope dicendo che “dopo aver esaurito ogni tentazione, il diavolo si allontanò da lui fino al momento fissato” (Lc 4,13).

Quale sia questo momento fissato, è lo stesso Luca a suggerircelo: mentre in Matteo, infatti, dopo la prima tentazione nel deserto, il diavolo porta subito Gesù “nella città santa” (Mt 4,5), in Luca le ultime due tentazioni sono invertite, e Luca pone il culmine della prova a Gerusalemme, dove il diavolo pone Gesù sul punto più alto del tempio (Lc 4,9).

Tutto il cammino di Gesù nel terzo Vangelo, come vedremo più volte durante l’anno, non è altro che un cammino verso Gerusalemme, dove Gesù sa di avere un appuntamento, di essere atteso.

Anche sulla croce, come oggi nel deserto, verrà chiesto a Gesù di salvare se stesso, di non essere un uomo come ogni altro uomo, di preferire almeno questa volta la via del potere, del sensazionale e del miracolistico; gli verrà chiesto di scendere dalla croce, e questo per tre volte (Lc 23,35-39), proprio come per tre volte nel deserto Gesù è tentato dal diavolo.

A Gerusalemme Gesù affronta la prova definitiva, e conferma di volere ciò che oggi sceglie: non una vita centrata su di sé, una vita che si fa da sé, ma una vita che si riceve dal Padre e che a Lui si affida.

E a Gerusalemme la prova sarà terribile, perché il prezzo della fedeltà alla scelta originaria sarà la morte di croce: lì Gesù giudicherà che questa fedeltà vale più della propria vita, e invertirà completamente la logica del demonio.

Se infatti il diavolo, nelle tentazioni di oggi, invita Gesù ad utilizzare il potere che gli viene dal suo essere Figlio di Dio per salvare se stesso, evitare il limite e la fatica dell’essere uomo, a Gerusalemme Gesù sceglierà proprio la via del limite, della debolezza e della morte come modo di esprimere appieno la sua obbedienza al Padre, la sua illimitata fiducia in Lui; per esprimere appieno il senso ultimo di una umanità che si realizza non facendosi da sé, ma in un umile e fiducioso rapporto di figliolanza con il Padre.

Da dove viene a Gesù questa consapevolezza, che dà consistenza alle sue scelte? Luca ci suggerisce due risposte.

La prima è la menzione dello Spirito, che ritorna due volte in questo brano (Lc 4,1): Gesù non è solo, ma è costantemente rivolto al Padre grazie allo Spirito che abita in Lui. La solitudine del deserto è il luogo dove Gesù sperimenta con maggior forza la presenza del Padre, la forza della relazione con Lui.

La seconda è evidentemente legata alla Parola: Gesù risponde al diavolo non con parole sue, ma attingendo alla Scrittura. Le sue parole, infatti, non sono altro che citazioni del Deuteronomio. Gesù risponde non con le sue parole, ma con la Parola di Dio Padre.

La tentazione che vorrebbe spingere l’uomo ad ascoltare e a fidarsi di un’altra voce che non sia quella del Padre, non si vince con la forza, con la furbizia, con la semplice intelligenza: attraverso questi soli mezzi non potremmo essere se non perdenti, ancora una volta schiavi della fiducia in noi stessi. La prova si attraversa e si supera rimanendo in ascolto, umile e paziente, della verità del Padre, fidandosi di Lui.

Anche sulla croce, nell’ultima tentazione, Gesù userà queste stesse armi: le sue ultime parole (Lc 23,46) saranno la citazione di un salmo (Sal 31,6), di una preghiera capace di dire ancora una volta la sua totale fiducia nella relazione con il Padre: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito”.

+Pierbattista

Meditazione di mons. Pizzaballa: VII Domenica del Tempo Ordinario

Feb 23, 2019   //   by mauro   //   Riflessioni  //  No Comments

Il brano di Vangelo di oggi (Lc 6,27-38) è strettamente legato e consequenziale a quello di domenica scorsa, nel quale abbiamo ascoltato il racconto delle beatitudini secondo la versione dell’evangelista Luca.

Ascoltando le beatitudini, abbiamo guardato la vita con lo sguardo di Gesù, e abbiamo visto, come Lui stesso vede, che nei poveri, negli ultimi, negli afflitti è misteriosamente presente il Regno di Dio: questo modo di vivere povero partecipa in modo unico alla vita di Dio, al suo stile di relazione.

Come sia questo Regno, quale sia lo stile di vita in Dio, è descritto in ciò che abbiamo ascoltato oggi, e lo possiamo riassumere nella semplice esperienza di poter amare l’altro più di quanto si ami se stessi.

Da cosa lo deduciamo?

I versetti 27-30 ci raccontano episodi concreti di vita, cose che capitano dentro le relazioni di tutti i giorni: accade che qualcuno ci porti via qualcosa che è nostro, che ci si faccia del male, oppure che ci venga chiesto di dare qualcosa che è importante per noi. Che fare?

Mi sembra che ci siano due possibilità.

La prima è quella di amare l’altro avendo se stessi come misura: amo fin tanto che l’amare non mi toglie niente di ciò che io reputo vitale per me. Se l’amare mi toglie qualcosa, io mi fermo, perché ciò che è mio è più importante dell’altro.

Ma se questo accade, se amo in questo modo, in realtà non sto amando nessuno, fuorché me stesso, e tutto quello che faccio, in realtà lo sto facendo per me.

Ma c’è un’altra misura, che è quella di amare l’altro più di quanto io ami me stesso; anche più di quanto io ami il mio dolore, il mio bisogno di giustizia, il mio diritto di essere risarcito, le mie ferite. Amare con questa misura significa anteporre l’altro a tutto questo, o meglio, significa anteporre a tutto questo il valore che io attribuisco alla relazione con l’altro, anche se mi ha fatto del male.

Non accetto che niente di ciò che l’altro mi toglie o mi chiede, che nessuna delle ferite che l’altro mi inferisce mi possa impedire di rimanere in relazione con lui, perché io non posso vivere senza amare l’altro, così come esso è.

La misura dell’amore vero non siamo dunque noi.

Chi è allora? La risposta la troviamo al versetto 36: “Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso”.

Nel Regno di Dio, che Gesù vede presente nei poveri e nei piccoli, c’è un solo modo di amare, che è quello del Padre: non solo siamo tutti chiamati ad amare così, ma possiamo amare così solo perché l’amore del Padre vive in noi, è presente in noi grazie allo Spirito. Questo è il Regno dei cieli.

Finché ciascuno si sforza di amare con le proprie forze, non può se non rimanere nella propria misura d’amore; che, per quanto possa essere grande, non è capace di andare oltre se stessa.

E cosa accade quando si ama così, come il Padre?

Gli ultimi versetti del Vangelo di oggi ci dicono qual è il risultato di una vita così vissuta, cosa succede a chi sceglie il Padre come misura del proprio amore.

Ed è interessante, perché domenica scorsa siamo partiti con uno sguardo sui poveri, su chi, nella vita, è ultimo e fa fatica a vivere. Oggi concludiamo con un’immagine che parla di abbondanza, di qualcosa che trabocca, che supera ogni attesa e speranza: chi si apre ad una misura di amore secondo lo stile del Regno, diventa veramente ricco, di una ricchezza che colma davvero la vita.

Sembra un perdente, sembra qualcuno incapace di rivendicare i propri diritti, di farsi giustizia come sarebbe onorevole e conveniente.

In realtà a costui sarà donata una misura di vita veramente speciale e unica, quella che solo chi ama conosce.

Non solo non perde nulla, ma salvando la relazione con l’amico e con il nemico si ritrova ricco di una possibilità di amare che rende la vita vera ed eterna.

+Pierbattista

Meditazione di mons. Pizzaballa al Vangelo della V^ Domenica del Tempo Ordinario

Feb 9, 2019   //   by mauro   //   Bollettino Parrocchiale, Riflessioni  //  No Comments

All’inizio di questo brano (Lc 5,1-11), vediamo Gesù accostarsi a due barche, sulla riva del lago di Tiberiade. Una di queste barche, quella su cui Gesù sale, appartiene a Pietro, e poco più avanti, al v.5, veniamo a sapere che lui e i suoi compagni hanno faticato tutta la notte, senza prendere nulla.

Gesù dunque si avvicina ed entra nella vita di questo gruppetto di uomini che ha appena fatto un’esperienza cocente di smacco, di frustrazione, di fallimento.

Alla fine del brano, troviamo ancora questo stesso gruppetto di uomini, e anche questa volta li troviamo a mani vuote. Non però perché non abbiano preso nulla: al contrario, il brano ci racconta che nel frattempo hanno fatto una pesca abbondantissima (Lc 5,6). Li troviamo a mani vuote non dunque perché il loro lavoro è stato infruttuoso, ma perché hanno lasciato tutto ciò che hanno pescato.

Li troviamo dunque in una situazione per certi aspetti analoga all’inizio, ma per altri completamente diversa.

Cos’è successo a questi uomini?

Mi sembra che Pietro e i suoi compagni abbiano fatto un’esperienza fondamentale, quella di fidarsi.

Non avevano preso nulla, se ne stavano andando via stanchi e presumibilmente amareggiati; e accettano di ricominciare, di provare di nuovo non in forza di chissà quale nuovo elemento favorevole, che avrebbe potuto garantire loro la riuscita dei loro sforzi; si sono fidati semplicemente della parola di questo rabbi, maestro (Lc 5,5) che stava insegnando proprio lì vicino a loro, che lì, vicino a loro, aveva trasformato la loro barca vuota in un pulpito da cui insegnare alla gente.

Pietro e i suoi compagni fanno esperienza che vale la pena fidarsi di quel maestro che sa cosa dice: la nuova pesca è infatti così fruttuosa che una barca non basta per portare a riva tutti i pesci pescati (Lc 5,7).

La reazione di Pietro è molto importante. Riconosce che è accaduto qualcosa di eccezionale, di miracoloso, e quindi intuisce di aver davanti una persona speciale, un profeta, un inviato da Dio; e proprio per questo prende le distanze.

Fa quello che ogni uomo farebbe di fronte all’avvicinarsi di Dio: si sente indegno, si riconosce peccatore, ha paura, non può pensare che il Signore gli si avvicini (Lc 5,8)

Ma è proprio qui che accade la trasformazione, perché lì dove l’uomo sperimenta e riconosce la propria lontananza da Dio, la propria indegnità, proprio lì Lui viene.

Gesù ribalta quella logica religiosa di separazione e di lontananza, che vuole che i due mondi, quello sacro e quello profano, rimangano distinti e lontani. Lui è venuto proprio per abolire questa distanza, per cui non solo non si allontana di fronte a Pietro peccatore, ma proprio perché Pietro è peccatore, Lui gli si avvicina.

E Pietro si fida di questa parola, proprio come prima si era fidato della parola che lo invitava a ricominciare la fatica della pesca. Sa che questo fidarsi è per la vita e per una vita piena.

Chi ha fatto nella sua vita questa esperienza, allora lascia tutto, e diventa un evangelista: ha qualcosa da annunciare, qualcosa che lui per primo ha vissuto, sulla sua pelle; può annunciare che Dio si è fatto vicino, che ha abolito le distanze, che è venuto per incontrare ogni uomo peccatore.

Come Gesù è salito sulla barca vuota di Pietro per annunciare la salvezza a tutti, così Pietro e i suoi compagni partiranno proprio da lì per condividere con gli uomini questo annuncio di salvezza.

Allora possiamo dire che Gesù si avvicina a Pietro e ai suoi compagni, e questo opera in loro una trasformazione: dall’essere dei falliti all’essere degli uomini liberi.

Dall’essere persone che quotidianamente fanno esperienza che le forze umane non bastano per avere la vita, all’essere persone che hanno incontrato la vera vita, per cui possono lasciare tutto il resto, e stare con il Signore.

Entrambi, gente fallita e uomini liberi, hanno le mani vuote. Ma i secondi le hanno vuote perché hanno lasciato andare una logica di guadagno e di possesso per entrare in una nuova ottica, quella della gratuità e del dono.

E possiamo anche dire che, non si sa bene perché, ma sembra che il momento migliore per conoscere il Signore è quello del fallimento, della fatica, dello smacco: lì dove cadono le nostre resistenze e le nostre superbie, allora lì il Signore può avvicinarsi, e dirci che questa sua vicinanza è un dono gratuito che ci raggiunge lì dove può usarci misericordia.

+Pierbattista

Meditazione di mons. Pizzaballa: IV Domenica del Tempo Ordinario

Feb 2, 2019   //   by mauro   //   Riflessioni  //  No Comments

Abbiamo visto, domenica scorsa, gli inizi della vita pubblica di Gesù secondo il Vangelo di Luca, inizi posti sotto il segno della consolazione (Lc 4,14-21): la consolazione annunciata dai profeti, attesa da tutte le genti, si compie nella vita del Signore Gesù, nel suo essere consacrato dal Padre per portare a tutti l’annuncio della grazia.

Oggi abbiamo in qualche modo la prova che questa consolazione è vera, certa, sicura e per tutti.

Lo deduciamo dal fatto che Gesù è disposto a pagarne di persona il prezzo.

Il brano di Vangelo di oggi (Lc 4,21-30), che è il diretto proseguimento di quello di domenica scorsa, racconta la reazione della gente all’annuncio fatto in sinagoga. Gesù si trova a Nazaret, tra parenti e persone conosciute, e a loro per primi annuncia che con Lui si compie la promessa fatta da Dio per il suo popolo.

Ma proprio lì, da subito, Gesù sperimenta opposizione e rifiuto. Non quindi dai lontani, dai nemici, dai pagani, ma dai più vicini, dai suoi, da quelli di casa.

Gesù sembra dire che anche questo è scritto nella rivelazione: che cioè misteriosamente il messaggio della grazia è sempre associato ad un rifiuto, ad una resistenza, e proprio da coloro che per primi sono chiamati ad ascoltarlo e ad accoglierlo. Fa parte della grazia essere rifiutata, perché sia davvero grazia, perché sia solo grazia, perché la drammatica esperienza del rifiuto confermi che questa grazia è per tutti, e che non costringe nessuno.

E proprio lì, dove è rifiutata, è data la conferma che questa grazia è affidabile, perché va oltre il rifiuto, lo attraversa, così come Gesù attraversa la gente di Nazaret che gli si era stretta intorno per gettarlo giù dal monte (Lc 4,30).  La grazia non dipende dalla nostra accoglienza, ma è donata sempre e comunque. Altrimenti non sarebbe grazia.

Una domanda importante da farsi è quella che riguarda i motivi di questo rifiuto: perché i compaesani di Gesù non lo accolgono? Perché immediatamente scatta un’opposizione che addirittura arriva a progetti di morte? Perché così velocemente si passa dalla meraviglia all’incomprensione?

Non ci sono motivazioni serie che giustifichino l’atteggiamento dei Nazaretani, se non quella malattia del cuore che si oppone ad ogni novità possibile, ad ogni bellezza, ad ogni dono. E più il dono si fa vicino e gratuito, più l’insofferenza del cuore aumenta; eppure solo una grazia così gratuita può guarire questo dolore, questa malattia.

I Nazaretani, come i farisei e tanti altri nel vangelo, non erano capaci di riconoscere la novità nella persona di Gesù. Il loro cuore era chiuso alla novità. La loro idea di messia prevaleva sulla persona che avevano di fronte. In questo modo non hanno reso possibile in loro l’opera dello Spirito, di vedere in modo completamente nuovo la vita. Per accogliere Gesù, per vederlo nella sua verità, è necessario farsi piccoli, poveri. A loro infatti è annunciata la buona novella (Lc 4: 18 mi ha inviato ad evangelizzare i poveri). Questi sono i poveri del Vangelo, capaci di fare spazio alla novità, senza pregiudizi. Sono i piccoli, i poveri i privilegiati, perché capaci di lasciarsi curare, come gli abitanti dei villaggi di Galilea che accolsero Gesù al contrario degli abitanti di Nazareth.

L’atteggiamento dei nazaretani potrebbe scandalizzarci.

Ma dobbiamo stare attenti, perché dice semplicemente quello che c’è nel cuore di ogni uomo, anche nel nostro, che così tanto fatica a lasciarsi rendere felice. Preferiamo mille volte meritare, conquistare, guadagnare, che accogliere un dono.

Ebbene, Gesù è venuto per questo, per guarire questo peccato dell’uomo diventato ormai incapace di credere all’amore del Padre. Per questo è così necessario che Gesù paghi di persona la grazia che ci dona, per farci vedere quanto vale la nostra vita ai suoi occhi.

+Pierbattista

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