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Meditazioni di Mons. Pizzaballa: XXV Domenica del Tempo Ordinario, anno C

Set 21, 2019   //   by mauro   //   Riflessioni  //  No Comments

Il brano di oggi (Lc 16,1-13) segue direttamente il capitolo XV del Vangelo di Luca, con le parabole della misericordia che abbiamo ascoltato domenica scorsa, e continua con uno stile parabolico.

Quella riportata oggi, però, è alquanto strana: Gesù racconta di un amministratore che svolge le sue mansioni in maniera disonesta; il suo datore di lavoro se ne accorge, e gran parte della parabola è occupata dagli stratagemmi che l’amministratore escogita per salvarsi da questa situazione incresciosa. E, alla fine, il padrone lo loda per la sua scaltrezza.

Apparentemente, rispetto alle parabole che abbiamo ascoltato domenica scorsa, oggi sembra che Gesù abbia completamente cambiato argomento. Ma potrebbe non essere così.

Ci sono diversi elementi comuni, che proviamo ad ascoltare.

Il primo è quello della difficoltà: domenica scorsa c’era un figlio in difficoltà per essersene andato di casa, oggi c’è un amministratore che viene scoperto nei suoi intrighi.

Entrambi, poi, si trovano in questa difficoltà per essersela in qualche modo un po’ cercata.

In entrambi casi la difficoltà è irrisolvibile con le proprie forze umane, e la cosa è resa molto bene dalle parole dell’amministratore: “Che cosa farò, ora che il mio padrone mi toglie l’amministrazione? Zappare, non ne ho la forza; mendicare, mi vergogno” (Lc 16, 3).

Entrambi rientrano in se stessi, una volta toccato il fondo, per decidere il da farsi.

Entrambi, infine, non desiderano altro se non una casa, un luogo dove essere riaccolti dopo aver fatto esperienza del proprio limite, del proprio errore, della propria incapacità a bastare a se stessi.

Allora, dalla parabola di oggi, come quella di domenica scorsa, intuiamo un medesimo messaggio.

Il primo è che siamo tutte persone mancanti: abbiamo un debito, con il quale nasciamo, per il solo fatto di aver ricevuto la vita in dono, e questo debito si accresce sempre più lungo la strada della vita.

Nessuno di noi, in nessun modo, può riuscire a sdebitarsi: è impossibile.

Dalla parabola, inoltre, emerge che tutto ciò non è un grande problema: il padrone non si accanisce contro l’amministratore, non pretende che saldi il debito immediatamente. Anzi, gli dà del tempo, perché possa in qualche modo sistemare le cose.

Ciò che è importante, infatti, è trovare il modo per non restare bloccati nel proprio debito, nella propria paura: e potremmo dire che la via c’è, ma è una sola, ed è quella di intuire qual è la vera ricchezza, il vero bene.

L’amministratore intuisce che la vera ricchezza è quella dell’amicizia, della fratellanza, e fa di tutto per entrarne in possesso.

Lo fa smettendo di utilizzare gli altri per arricchirsi, e iniziando, al contrario, ad utilizzare le ricchezze per trovare amicizia. Potremmo dire che smette di trovare casa nelle ricchezze e inizia a trovare una casa nei fratelli, proprio come il figlio giovane della parabola di domenica scorsa, che smette di cercare una casa in se stesso e nei propri capricci e così ritrova la casa del padre.

Gesù, finito di raccontare la parabola, aggiunge un’esortazione molto severa a proposito della ricchezza (Lc 16, 9-13), perché sa che la bramosia dei beni è quella cosa capace di offuscare la vista dell’uomo, e di fargli credere che questi bastino alla sua vita, alla sua gioia.

E questo è così fin dall’inizio della storia: l’istinto del peccato, che Dio vede accovacciato nel cuore di Caino (Gn 4,7), non è altro se non quest’avidità insaziabile, per placare la quale l’uomo è disposto a tutto.

In realtà, Gesù afferma che le ricchezze sono poca cosa, anche quando sono tante, e sono disoneste (Lc 16,11-12): sono poca cosa perché non bastano a dare la vita; e sono disoneste, perché promettono la vita anche se sono incapaci di mantenere la promessa.

Eppure, chi sarà fedele in questa cosa poca e disonesta, senza utilizzarla pensando che sia tutto, ma vivendo come delle persone mancanti che condividono ciò che hanno con gli altri, alla fine troverà, in questa stessa condivisione, la ricchezza vera.

Una ricchezza capace di placare la bramosia, e di far trovare una casa dove infine poter abitare.

+Pierbattista

 

Meditazioni di Mons. Pizzaballa: XXIV Domenica del Tempo Ordinario, anno C

Set 14, 2019   //   by mauro   //   Riflessioni  //  No Comments

Possiamo leggere il brano di Vangelo di oggi (Lc 15,1-32) alla luce del primo versetto: “Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo”.

Il brano si apre dunque con quest’immagine, in cui vediamo che dov’è Gesù vi sono anche pubblicani e peccatori, e questi gli si avvicinano per poterlo ascoltare.

All’interno di questo versetto, ci soffermiamo su un aggettivo, riferito proprio a questa categoria di persone che l’evangelista chiama “pubblicani e peccatori”, dicendo che tutti loro si avvicinano a Gesù: “tutti”.

E potremmo dire che proprio questo tutti è ciò che scandalizza una seconda categoria di persone presente sulla scena, fatta di farisei e scribi: ciò che li scandalizza è esattamente questo, ovvero che Gesù accolga anche i peccatori, cioè che Gesù accolga tutti.

Le tre parabole che Gesù racconta si giocano, fra l’altro, su questi aggettivi di quantità, di numero.

Nella prima troviamo un uomo che ha cento pecore, e ne perde una. Allora ne lascia novantanove per andare alla ricerca di quella sola che si è persa. La trova, la riporta a casa, la riconduce insieme alle altre; sembra non darsi pace fino a quando non le ha di nuovo tutte.

La seconda parla di una donna che ha dieci monete, ne perde una; anche lei si mette alla ricerca e non si dà pace fino a quando non ne ha di nuovo dieci, fino a quando non le ha tutte.

Nella terza c’è un padre. Questo padre ha due figli, uno dei due se ne va lontano. Poi, dopo averne combinate di tutti i colori, torna; ma a questo punto è l’altro figlio ad andarsene, a non voler stare in casa con il fratello appena tornato. E il padre di questi due figli non si dà pace, finché entrambi i figli siano di nuovo con lui.

Con questa chiave di lettura, allora ci diventa chiaro che il problema sta proprio qui, in questo tutti.

Da una parte c’è Dio, che porta in cuore questo desiderio di salvezza, per tutti.

Lo abbiamo sentito risuonare fin dalle prime pagine del vangelo di Luca: quando Gesù viene presentato al tempio dai genitori, pochi giorni dopo la sua nascita, un anziano pieno di Spirito santo lo vede, e in Lui riconosce quel dono che Dio fa all’umanità per la salvezza di tutte le genti (Lc 2,31).

Dall’altra c’è l’uomo, diviso tra due tendenze solo apparentemente opposte: c’è l’uomo che si perde, come il figlio minore; e c’è l’uomo che si scandalizza, che rifiuta di essere considerato alla stregua di chi si è perso. Sono coloro che pensano di meritarsi la salvezza, come i farisei che troviamo al versetto 1

Entrambi commetto un errore, uno sbaglio di visuale, uno scambio di prospettiva.

I primi pensano di non aver più il diritto di tornare a casa; i secondi pensano di esser i soli ad avere questo diritto. Ed entrambi sbagliano perché nessuno di essi ha il diritto, ma per tutti questo stare a casa è grazia ed è vita.

Questo desiderio di salvezza di Dio, dunque, non può realizzarsi altrimenti se non dentro un cammino in cui l’uomo torni a vivere in una fraternità in cui nessuno venga escluso, un cammino in cui l’uomo rinunci a definire chi ha il diritto di essere salvato, e chi invece no.

Gesù per questo elimina ogni categoria: per lui non ci sono farisei, pubblicani, peccatori, e tutti sono ugualmente figli, persi e ritrovati, chiamati ad essere fratelli, a formare, insieme, questa nuova famiglia, in cui ci sia posto per tutti.

Nel suo viaggio verso Gerusalemme, oggi Gesù fa un altro passo, e illumina di nuovo il senso del suo cammino: a Gerusalemme Gesù darà la sua vita per tutti, perché l’umanità dispersa e divisa sia di nuovo radunata in un’unica famiglia, senza divisioni, classificazioni e distinzioni.

Ma accogliere questa novità scandalosa è la porta stretta attraverso cui passare per entrare in casa: come abbiamo visto nelle scorse domeniche (cfr XXI domenica C) rimane fuori non chi ha sbagliato, ma chi pensa di essere in vantaggio sugli altri, di meritarsi qualcosa in più, chi è geloso di quel fratello che il padre ha riaccolto gratuitamente e festosamente in casa.

+Pierbattista

Meditazione di mons. Pizzaballa: XXIII Domenica del Tempo Ordinario, anno C

Set 7, 2019   //   by mauro   //   Riflessioni  //  No Comments

Il brano di Vangelo di oggi (Lc 14,25-32) ci porta fuori dalla casa del fariseo, che l’aveva invitato a pranzo (Lc 14,1.12), e ci rimette in cammino.

Il tema del cammino, come già abbiamo detto più volte, è importante ed è da tener sempre presente, perché questo viaggio di Gesù ha una meta precisa, Gerusalemme.

Anche oggi la meta del viaggio può fornirci preziose chiavi di lettura.

Per tre volte, infatti, nel brano di oggi ritornano dei vocaboli che parlano di fine, di compimento (Lc 14,28.29): Gesù si sta rivolgendo alla numerosa folla che lo segue, e rimanda loro la necessità di prendere sul serio questa sequela, in modo che possa compiersi, che possa arrivare alla sua pienezza.

Ebbene, questi termini relativi al compimento sono molto importanti nel Vangelo di Luca, e ricorrono spesso.

Ritornano all’inizio della missione pubblica di Gesù, quando, nella sinagoga di Nazaret, Gesù si alza, legge alcuni versetti del profeta Isaia, e afferma che lì, in quel momento, si è compiuta quella Parola di salvezza (Lc 4,21).

Ritornano in una posizione strategica, a metà Vangelo, quando inizia il cammino di Gesù verso Gerusalemme: “Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto, egli prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme” (Lc 9,51).

E ritornano alla fine, sia prima della passione, durante l’ultima cena, dove ricorre ben cinque volte (Lc 21,22.24; Lc 22, 16.37.38), sia dopo la risurrezione, quando il Risorto spiega ai suoi che davvero dovevano accadere tutti gli eventi che aveva preannunciato, perché potesse compiersi la salvezza donata dal Padre (Lc 24,44).

Gesù è in cammino verso il compimento della sua vita, e rimanda ai suoi discepoli un avvertimento sul compimento della loro vita. Il compimento della vita di Gesù è il suo corpo glorioso e risorto: ma questo è anche il nostro fine, la meta a cui tendiamo, e non ne abbiamo di altri.

Perché proprio il suo compimento è ciò che rende possibile il nostro, che non sarà altro che accogliere e partecipare della sua pienezza di vita.

Ora, gli avvertimenti che il Signore dona nel brano di oggi indicano il modo, la via per entrare in questo compimento.

E mi sembra che tutti vadano in un’unica direzione, quella della libertà, che rende possibile un nuovo stile di vita, una nuova misura d’amore.

La libertà di cui parla Gesù va cercata in tre ambiti essenziali: libertà dai legami familiari, da se stessi, dai beni.

Libertà innanzitutto dai legami familiari, verso i quali Gesù usa termini molto forti, dicendo che bisogna odiare padre, madre, moglie, fratelli, figli, sorelle e fratelli (Lc 14,26). Queste affermazioni così forti, hanno un doppio significato.

Il primo è quello per cui la vita nuova è la vita che non ci viene dalla famiglia, ma dalla grazia: tutti siamo chiamati ad una morte, ad un passaggio, da tutto ciò che ci viene trasmesso attraverso il sangue, segnato dalla caducità e dal peccato, ad una vita nuova che è quella di Dio in noi; solo questa vita può giungere al pieno compimento.

Il secondo è nel senso che questi legami rischiano di diventare un luogo protetto da cui trarre sicurezza e vita, tenendoci ancorati al passato, al vecchio, impedendoci così di osare una fiducia piena nel Signore.

Tutto questo è ciò che va odiato, ovvero rifiutato, riconosciuto come una via che porta alla morte.

Ma questo non basta: nello stesso versetto Gesù dice anche che bisogna odiare se stessi, esattamente come si odia la propria famiglia. E dietro vediamo la stessa logica, quella per cui nel momento in cui cerchiamo sicurezza e vita in noi stessi e nelle nostre forze, alla fine ci ritroviamo su una via di morte.

Paradossalmente, solo la via della croce è una via di vita: una via in cui ci spalanchiamo al dono totale di noi stessi, senza pensare ai nostri interessi, alla nostra riuscita.

Infine, c’è l’invito a diventare liberi dai beni, dalle sicurezze umane e terrene. E questo attraverso le due parabole della torre e del re che si prepara alla guerra (Lc 14,28-33), due parabole costruite su un paradosso, per cui non chi ha più mezzi arriva a portare a termine la sua opera, ma, al contrario, chi non ne ha per nulla.

La sequela è questo lasciare tutto ciò che non dà vita, se non in apparenza, per poter contenere in sé la vita stessa di Dio, la sua misura d’amore.

+Pierbattista

Meditazione di mons. Pizzaballa: XXII Domenica del Tempo Ordinario, anno C

Ago 31, 2019   //   by mauro   //   Riflessioni  //  No Comments

Abbiamo visto, domenica scorsa, come in questa parte del viaggio di Gesù verso Gerusalemme risuoni più volte l’invito ad entrare nel Regno, a lasciarsi incontrare dalla salvezza. E abbiamo visto che lasciarsi incontrare da questa salvezza non è facile, non perché esiga prestazioni particolari, ma perché si tratta di entrare dalla porta stretta di una salvezza non meritata, ma donata gratuitamente a tutti.

Il brano di Vangelo di oggi (Lc 14,1-7-14) va in questa linea: si tratta, infatti, di due brevi racconti in cui il paradosso evangelico risuona con molta forza.

Il primo (Lc 14,7-10) è alquanto strano: si è ad un pranzo di nozze, e Gesù invita i commensali a non andare a sedersi al primo posto, per evitare che qualcun altro venga a spostarli da lì, per farli andare all’ultimo

Il racconto è molto più attuale e quotidiano di quanto sembri, perché non si tratta semplicemente di un invito ad essere umili e vergognosi, e non riguarda evidentemente solo un evento eccezionale, come un invito a pranzo: si tratta dell’invito a vivere in modo autentico.

Perché, a volte senza neppure accorgercene, noi passiamo la vita ad ambire al “primo posto”, lasciando spazio nel cuore all’avidità, al desiderio di possesso, alla competizione. Vogliamo apparire per quello che non siamo, lasciare una buona impressione. Siamo preoccupati di quanto gli altri potranno dire di noi. In altre parole, cerchiamo di evitare ogni situazione negativa, ogni fatica, qualsiasi cosa che possa sembrare u limite. Il nostro cuore è malato di questa malattia. E questo per inseguire l’illusione di non aver bisogno di nessuno, o di essere migliori degli altri, oppure ancora di essere maggiormente valorizzati, o amati.

La storia biblica riporta spesso esempi di questa dinamica: e il primo è proprio Adamo che, volendo evitare di obbedire a Dio per farsi come Lui, per prendere il primo posto, in realtà si trova poi all’ultimo posto e pieno di vergogna, proprio come l’invitato della parabola di oggi.

E si ritrova fuori dal paradiso, da quella dignità e da quel posto che il Signore Dio gli aveva assegnato, non perché Dio sia cattivo e punisca, ma semplicemente perché, come Gesù sembra dirci oggi, questo modo di vivere sgomitando per arrivare primi è una menzogna, e non può reggere a lungo, come quella casa sulla terra di cui parla la parabola (Lc 6,49): crolla alle prime intemperie, perché senza fondamenta. Alla fine, insomma, con la menzogna ci si ritrova senza nulla.

Chi invece, al contrario, sa stare al proprio posto, chi vive umilmente la propria obbedienza filiale al Signore, è colui che può sentire la voce del Signore che gli parla, che lo chiama “amico”, che lo invita accanto a sé (Lc 14,10). Costui conosce il Signore, ha fatto proprio il suo stile di amore, ed è da Lui conosciuto.

Ripensando alla parabola di domenica scorsa (Lc 13,22-30), potremmo dire che chi vive nella verità di sé, del proprio essere creatura, fratello accanto ad altri fratelli, è colui che passa attraverso la porta stretta e, arrivato davanti al padrone, non sentirà le sue terribili parole: “non ti conosco” (Lc 13,27), ma entrerà con Lui nella sua casa.

La seconda “parabola” (Lc 14, 12-14) rimane nel contesto dell’invito a pranzo.

E mi sembra che possa essere letto in modo consequenziale alla prima parte del brano, con due sottolineature.

La prima è che se chi ha fatto esperienza di essere stato chiamato gratuitamente dal Signore, di essere stato amato e onorato senza suo merito, allora poi è chiamato a fare altrettanto nella vita, a sposare uno stile di vita gratuito e buono, che non cerca i propri interessi, che gode nel vivere in comunione con tutti, senza alcun ritorno per sé, se non quello che viene dalla gioia di amare.

La seconda è che se qualcuno ti ha fatto entrare senza tuo merito, se non ti ha lasciato abbandonato fuori, allora imparerai ad avere compassione di tutti gli altri, a non lasciare che nessuno rimanga fuori, senza invito, senza casa.

Per concludere, è indicativo anche il contesto in cui queste parabole vengono raccontate “Un sabato si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano a osservarlo” (Lc 14,1).

Siamo dunque in una casa di farisei, ed è innanzitutto per loro che tutto questo viene detto.

Perché la porta stretta attraverso cui bisogna passare per entrare nel regno, è stretta innanzitutto per chi si ritiene giusto, per chi pensa di meritarsi il primo posto, anche nell’ambito della fede, del rapporto con Dio.

In un contesto simile, Gesù racconterà parabole dello stesso tono, che ascolteremo fra due domeniche: parabole famose e scandalose, in cui la misericordia del Padre farà un banchetto per quel figlio finito nella lontananza profonda del degrado, e poi riammesso a casa attraverso la porta stretta del perdono e dell’amore, con una grande festa.

+Pierbattista

Meditazione di mons. Pizzaballa: XXI Domenica del Tempo Ordinario, anno C

Ago 24, 2019   //   by mauro   //   Riflessioni  //  No Comments

Il brano di Vangelo di oggi (Lc 13,22-30) inizia con la menzione del viaggio di Gesù a Gerusalemme, in modo che il lettore abbia subito chiaro l’orizzonte su cui si inserisce la pericope che sta per ascoltare. E l’orizzonte è proprio il compimento del disegno salvifico che Gesù realizzerà nella Città santa, morendo in croce per tutti.

Questa parte del viaggio, che inizia con il brano di oggi, sarà caratterizzata da un pressante invito di Gesù affinché tutti, nessuno escluso, accolga la salvezza, entri nel Regno.

Dentro questo contesto arriva la domanda del tale di oggi, il quale chiede se sono pochi quelli che si salvano (Lc 13,23).

Non chiede quanti sono quelli che si salvano, o come si fa per salvarsi; chiede invece se sono pochi, facendo intendere che la mentalità comune, alimentata dalle riflessioni rabbiniche del tempo, sosteneva esattamente questa convinzione, che a salvarsi sarebbero stati in pochi.

Innanzitutto perché la salvezza era solo per il popolo eletto; e, all’interno del popolo eletto, era solo per chi era totalmente fedele alla Torah, in tutti i suoi precetti, anche minimi. Tutti gli altri, cioè la maggioranza della gente, rimaneva fuori.

Gesù, per rispondere, usa un’immagine che inizialmente sembra confermare questa mentalità: per entrare nella salvezza bisogna attraversare una porta che è stretta (Lc 13,24). E, pensando ad una porta stretta, viene da sé pensare che, attraverso questa porta, proprio perché stretta, entra poca gente.

In realtà non è così, perché il brano continua dicendo che attraverso questa porta stretta entra tantissima gente: “Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio” (Lc 13,29).

Ma come può una porta stretta far entrare così tanta gente? E, ci chiediamo, allora chi è che rimane fuori?

Una risposta può venire dal verbo che Gesù utilizza per invitare ad entrare: “sforzatevi” (Lc 13,24).

Il verbo potrebbe far pensare ad uno sforzo di volontà, in modo che entrerebbe nel Regno solo chi si sforza di più. In greco, invece, il verbo è “agonízo”, che è lo stesso termine che l’evangelista usa nella scena del Getzemani, quando Gesù vive la sua lotta per andare fino in fondo nella sua obbedienza al padre; vive fino in fondo la sua lotta per non cedere alla tentazione di non salvare solo se stesso, ma di dare la sua vita per la salvezza di tutti.

Allora potremmo dire che questa è la strettoia attraverso cui è necessario passare, ovvero la morte di Gesù. Per entrare nella Vita bisogna passare attraverso questa strettoia, che è la Passione di Cristo, che chiede semplicemente di riconoscere che la salvezza viene da lì, e solo da lì.

Ma questo è possibile a tutti, per cui, paradossalmente, questa porta stretta diventa una porta larga, la porta della grazia.

Per alcuni, invece, la porta non è solo stretta, ma è addirittura chiusa. Chi sono costoro?

Sono coloro che si vantano di poter dire: “Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze” (Lc 13, 26), ovvero chi è sicuro di potervi entrare in base alle proprie opere, chi pensa di avere un po’ di vantaggio sugli altri, chi si sente sufficientemente vicino.

Se questa falsa sicurezza impedisce di entrare nella morte con Cristo, anche le opere più buone e meritorie in realtà non fanno altro che chiudere la porta, anziché aprirla.

Non solo. Gesù chiama costoro “operatori di ingiustizia” (Lc 13, 27), e l’espressione ci può sembrare ingiusta, eccessiva: cos’hanno fatto costoro di male?

Qui Gesù sembra dire che chi non entra nella nuova logica del Vangelo, e rimane fuori, non può se non diventare ingiusto, infedele alla vera e unica Legge che Dio ha dato, quella dell’amore. Rimane prigioniero di una legge ingiusta, iniqua, quella che calcola, che misura, che vive la salvezza come un diritto, che premia i buoni e punisce i cattivi.

Costoro, che sembrano vicini, sono in realtà molto lontani da Dio, dal suo modo di pensare.

Vediamo così che accade un rovesciamento: “vi sono ultimi che saranno primi, e vi sono primi che saranno ultimi” (Lc 13,30), rovesciamento che avremo modo di vedere più volte nei Vangeli delle prossime domeniche, fino al rovesciamento ultimo, quando, arrivato a Gerusalemme, accadrà che un giusto muore per gli ingiusti, che Dio dà la vita per l’uomo.

+Pierbattista

Meditazione di mons. Pizzaballa: XX Domenica del Tempo Ordinario, anno C

Ago 16, 2019   //   by mauro   //   Riflessioni  //  No Comments

Nelle scorse domeniche, Gesù ci ha parlato delle ricchezze, dei beni, e ci ha detto che il cuore di un uomo è lì dove ha il suo tesoro.

Oggi, sembra cambiare discorso, e parla di sé, della sua missione: dice di essere venuto a portare fuoco sulla terra (Lc 12,49), e di essere impaziente che questa sua missione si compia. Come per dire che, invece, il suo cuore è lì, il suo tesoro è questa missione, che il Padre gli ha affidato.

Ma cosa significa questa espressione, e perché Gesù usa quest’immagine?

Nell’Antico Testamento l’immagine del fuoco è usata per dire la presenza di Dio in mezzo agli uomini. Dio non lo si può vedere, e quindi si fa presente e visibile attraverso alcuni simboli, come appunto il fuoco.

Pensiamo a Mosè, alla sua esperienza al roveto ardente: Mosè vede un fuoco che arde senza consumare, e si avvicina e da quel roveto sente la voce di Dio che gli parla (Es 3,2).

Ma pensiamo anche all’uscita di Israele dal deserto: il popolo in cammino era guidato da Dio stesso, che camminava alla sua testa. E il popolo lo poteva vedere come una colonna di fuoco, durante la notte, e come una nube durante il giorno (Es 13, 21s).

Ci sono altre immagini molto belle che descrivono l’opera di Dio in noi, come un fuoco che non si può spegnere. Pensiamo, ad esempio, all’esperienza del profeta Geremia: il profeta è stanco, deluso, vorrebbe dimenticarsi di Dio, ma non può, perché Dio, dentro di Lui, è come un fuoco, come qualcosa a cui non si può resistere, come qualcosa che brucia dentro (Ger 20, 9).

Se l’immagine del fuoco sta ad indicare la presenza di Dio, allora possiamo concludere che oggi Gesù dice che Lui è venuto per portare Dio fra gli uomini, per essere la Sua presenza sulla terra.

Non è venuto a fare altro se non questo, ad inaugurare il Regno di Dio, ad annullare la distanza che separava l’uomo dal suo Creatore.

Non è una missione facile, e per questa ragione Gesù fa riferimento alla sua Passione, che Lui chiama “battesimo”, momento nel quale Gesù verrà immerso nella morte: sarà il momento decisivo in cui il fuoco risplenderà in tutto il suo splendore.

In verità, nell’Antico Testamento l’immagine del fuoco non richiama solo alla presenza di Dio, ma anche alla purificazione, alla decisione, al giudizio. Molto conosciuta è la citazione del profeta Malachia (3,2): Chi resisterà al suo apparire? Egli è come il fuoco del fonditore e come la lisciva dei lavandai”.

Gesù ci dice allora che lui è certo la presenza di Dio in mezzo a noi, come un fuoco, ma è una presenza di fronte alla quale, tuttavia, si dovrà prendere una decisione, esprimere un giudizio. L’incontro con il fuoco, infatti, non lascia le cose come prima. Quando si fa entrare il Signore nella propria vita, tutto viene trasformato. L’incontro con il Signore non può non cambiarci.

Noi siamo soliti pensare che quando Dio si fa presente tutte le cose vanno a posto, che lui risolve tutti i problemi. In realtà, non è così. Non possiamo accogliere il Signore se non acconsentiamo alla sua opera, che è l’opera del fuoco che purifica, che brucia tutti gli attaccamenti malati a cui il nostro cuore tiene tanto, tutte le false ricchezze e i falsi tesori.

Quando il Signore viene, purifica e divide, proprio come fa il fuoco. E ne vengono segnati anche i legami più cari e più intimi, quelli familiari. Anche lì il fuoco lavora, per creare qualcosa di nuovo, dove tutto ciò che è vecchio viene portato al suo compimento, al suo vero significato. Anche i legami familiari, tribali, nazionali… tutti i legami, insomma, hanno bisogno di essere evangelizzati, giudicati, purificati, salvati dalla presenza di Gesù.

Mentre parla del fuoco, Gesù dice anche qual è il fuoco che arde dentro di Lui: anche Lui, come in Geremia, ha un fuoco che gli brucia dentro, che in qualche modo lo consumerà fino alla fine, alla cui opera Gesù non si sottrae, ed è l’amore del Padre, la sua volontà di bene per ogni uomo.

Questo è il fuoco che Gesù è venuto ad accendere.

+Pierbattista

Meditazione di mons. Pizzaballa: XIX Domenica del Tempo Ordinario, anno C

Ago 10, 2019   //   by mauro   //   Riflessioni  //  No Comments

Il brano di Vangelo di oggi (Lc 12,32-48) può essere letto alla luce di quello di domenica scorsa (Lc 12,21-31), quando abbiamo visto un uomo stolto, che pensava di poter vivere bene solo perché aveva accumulato tante ricchezze. Quell’uomo aveva riempito la vita di cose, e le cose gli avevano chiuso l’orizzonte: tutto finiva dentro questa vita, senza l’apertura ad un oltre.

Potremmo dire che il suo cuore era tutto qui, su questa terra, dove aveva i suoi soli beni (Lc 12,34).

I beni erano tanti, ma erano solo per questa vita.

Il Vangelo di oggi si apre con l’annuncio della vera ricchezza: “Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno” (Lc 12,32). Cos’ha questa ricchezza di diverso da quella che si accumula sulla terra?

L’evangelista ci presenta tre differenze.

La prima è che questa ricchezza è data, è donata (Lc 12,32). Non si dice che si debba faticare per guadagnarsela, come il ricco della scorsa settimana. La ricchezza che il Padre nostro dona è gratuita, e dipende solo dalla benevolenza di Dio, dal fatto che a Dio “piace” donarci la vita, condividere con l’uomo la sua esistenza. È questo il suo progetto, da sempre.

La seconda è che questa ricchezza, a differenza di quella che l’uomo si accumula da sé, non teme la morte: “è un tesoro sicuro nei cieli, dove ladro non arriva e tarlo non consuma” (Lc 12,33).

E questo perché la ricchezza donataci dal Padre è la nostra figliolanza, la nostra relazione con Lui. Ed è una relazione sicura perché, come abbiamo già detto più volte, è una relazione che è già passata attraverso la morte, e non ne è rimasta prigioniera.

La terza è che questa ricchezza, paradossalmente, si accoglie nel momento in cui si condivide ciò che si ha con gli altri: “Vendete ciò che possedete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano”.

Il ricco della scorsa settimana costruiva magazzini per accumulare i suoi beni. Oggi ci viene detto che per contenere la ricchezza del Regno bisogna avere delle “borse che non invecchiano”, ovvero che per contenere la vita eterna bisogna avere dei contenitori adatti. Non si può mettere la vita eterna in qualcosa che invece è destinato a perire.

Il brano insiste sulla vigilanza (“siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese, 35) La vigilanza cristiana è l’arte del discernimento dei segni dei tempi. Vigilare significa cercare i segni del disegno di Dio, il suo regno, dentro la storia umana che stiamo vivendo. Richiede di avere pazienza, di fidarci di Dio, a guardare la storia, come possibilità data alla nostra volontà di agire bene. Questo regno non è al di là, ma è qui. La vigilanza ci deve portare a riconoscerne i segni qui ed ora, e ad impegnarci per dar loro visibilità concreta.

Il vangelo di oggi continua con una parabola che può essere anch’essa letta facendo memoria di quella di domenica scorsa.

Perché come il ricco di domenica scorsa riempiva il vuoto con dei beni, così il servo della parabola di oggi riempie l’attesa con un’altra forma di ricchezza, che è il potere (Lc 12,45): il potere è un altro mezzo con cui l’uomo si illude di allontanare la morte, di evitare il limite.

Ma come ci si accontenta di false ricchezze, così il cuore dell’uomo si accontenta di piccoli poteri. Potrebbe avere il Regno dei cieli, tutto intero, e invece sembra soddisfatto di spadroneggiare con chi sta un po’ sotto di lui, illudendosi.

In realtà, siamo chiamati ad una dignità molto maggiore, quella di essere dei servi che il padrone ama a tal punto da farsi egli stesso loro servitore (Lc 12,37).

Vigilanza è dunque essenzialmente memoria di questa infinita dignità, che ci è data gratuitamente, mentre si attende che questa dignità diventi sempre più l’essenza stessa della nostra vita.

E lo diventa quando noi stessi facciamo come quel padrone che torna per servire, e non per essere servito.

+ Pierbattista

Meditazione di mons. Pizzaballa: XVIII Domenica del Tempo Ordinario, anno C

Ago 3, 2019   //   by mauro   //   Riflessioni  //  No Comments

Nel  brano di Vangelo di oggi (Lc 12,13-21) un uomo si avvicina a Gesù per chiedergli che si faccia da mediatore con il fratello, in modo che l’eredità paterna sia divisa con equità.

Rispondendogli, Gesù sposta l’attenzione e va oltre, va all’essenziale: il problema della relazione tra i due fratelli non si risolverà quando l’eredità sarà divisa equamente, ma quando il cuore di ciascuno sarà libero dal bisogno di possedere, e di possedere sempre di più. Altrimenti la relazione sarà sempre minacciata dall’avidità e dalla cupidigia, che non si accontenta mai, che non ha mai abbastanza.

Non si tratta di un insegnamento morale ad essere poveri, distaccati, a donare agli altri, ad andare d’accordo, ad essere buoni. Si tratta di una questione di senso, di capire cos’è la vita, cos’è la vera ricchezza, cosa dà sicurezza: si può avere tutto, ma non per questo si possiede la vita: “Tenetevi lontano da ogni cupidigia, perché anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che possiede” (Lc 12, 15)

Per dire questo, Gesù usa una parabola, e la dice alla folla che lo circonda, non solo a chi lo aveva interpellato. E questo perché, evidentemente, si tratta di un problema che non è solo di qualcuno: è di tutti noi.

C’è un uomo ricco, che, oltre ad essere ricco, ha anche la fortuna di un raccolto abbondante.

È anche un uomo abile e accorto: si chiede cosa fare per conservare questa ricchezza.

E fa quello che, probabilmente, avremmo fatto anche noi: costruisce dei luoghi dove raccogliere tutto, vi accumula ciò che ha e poi si propone di godere i suoi beni.

Per Gesù quest’uomo è stolto: perché?

Nel salmo responsoriale, c’è una descrizione dell’uomo saggio:

“Insegnaci dunque a contare bene i nostri giorni, per acquistare un cuore saggio” (Sl 90, 12);

L’uomo stolto conta i propri beni e le proprie ricchezze, mentre è saggio colui che conta i propri giorni, ovvero ha coscienza che i propri giorni sono limitati, che la vita è vanità. È saggio colui conosce il limite, la piccolezza, la propria debolezza.

Chi conta i propri beni, ma non conta i propri giorni, è uno stolto, come il ricco della parabola, che, dopo aver ammassato tanta ricchezza, pensa di aver eliminato il limite, di aver allontanato la morte: “Anima, tu hai a disposizione molti beni per molti anni; riposati, mangia, bevi, divertiti” (Lc 12,19).

Ma, evidentemente, non è così: la morte non si allontana, la morte si vince.

Anzi, chi accumula con l’illusione di allontanarla, in qualche modo le si avvicina: l’uomo della parabola ha già chiuso con la vita, parla solo con se stesso, tira i remi in barca, non investe più nulla. Per lui il tempo si ferma, non è più un uomo in cammino.

Ma non solo non si deve accumulare: questo, a volte, viene da sé.

Gesù, qualche verso dopo, diventa paradossale, lì dove, al v. 33, dice di dare, di vendere tutto ciò che si ha e poi dare in elemosina, per trovare la vera ricchezza: è lo spazio della fiducia e del dono il luogo della vera ricchezza, che rende la vita eterna.

Tutto il Vangelo è percorso da due movimenti: il movimento di chi tiene per sé (il ricco epulone, il giovane ricco, Giuda…), ed è sempre un movimento di morte. E il movimento di chi dona senza calcolare (la vedova povera, la peccatrice perdonata, Zaccheo…), che è sempre un movimento di vita.

Ma il primo a entrare in questo movimento è Gesù stesso: è lui il ricco che si fa povero, che si svuota (Fil 2), per donare tutto ciò che ha. A questo movimento di svuotamento, segue la gloria di un nome eterno, il nome di “signore” che ha vinto la morte.

È lì che si ricompone la fraternità vera: non quella che si accontenta della giustizia, di dividere equamente i propri beni, come avrebbe voluto l’uomo che si rivolge a Gesù; ma quella che fa del dono gratuito il cammino per una vita eterna, data per tutti.

+ Pierbattista

Meditazione di mons. Pizzaballa: XVII Domenica del Tempo Ordinario, anno C

Lug 27, 2019   //   by mauro   //   Riflessioni  //  No Comments

Il Padre nostro, la parabola dell’amico insistente, la bontà del Padre che dà lo Spirito: in ciascuno di questi tre brani, in cui Gesù parla della preghiera, ad un certo punto troviamo qualcosa che c’entra con la fame e, quindi, con qualcosa da mangiare.

“Dacci oggi il nostro pane quotidiano” (Lc 11,3), diciamo nel Padre nostro.

“Prestami tre pani” (Lc 11,5), dice all’amico chi ha un ospite notturno da sfamare.

“Se il figlio gli chiede un pesce…o se gli chiede un uovo” (Lc 11,11-12) dice Gesù per parlare di quanto è buono il Padre, di come sa dare sempre cose buone.

Si parla di cibo, e di qualcuno che lo dona.

Dunque, la preghiera non è qualcosa innanzitutto da fare, ma qualcosa da cui lasciarci nutrire. Anzi, è la scoperta di qualcuno che nutre. È la scoperta di ciò che nutre veramente, di una relazione capace di sfamare il nostro bisogno di vita.

Sono i discepoli che chiedono a Gesù di insegnare loro a pregare. Lo vedono pregare, e intuiscono che Lui è nutrito da una relazione; vedono che la sua vita ha una sorgente nascosta, che la rende vera e feconda.

L’esperienza del discepolato passa necessariamente attraverso questa domanda fatta a Gesù: insegnaci a pregare. È una domanda fondamentale: ad un certo punto, bisogna sentire dentro di sé il desiderio di una relazione con Dio che nutra la vita.

I discepoli intuiscono che la preghiera di Gesù è nuova, diversa da quella del Battista, da quella di ogni altro, che è solo sua, e che solo Lui la può donare. Sentono che manca loro qualcosa, che è proprio questo ciò che manca loro; ne sentono la fame, e chiedono. È già preghiera.

Per lasciarci nutrire, dunque, bisogna innanzitutto avere fame.

Chi sa tutto, chi ha tutto, chi può tutto, basta a se stesso, è sazio e non conosce la fame; e non ha bisogno di chiedere nulla a nessuno. Costui non prega.

E neppure chi, pur non avendo nulla, non ha nessuno a cui chiedere qualcosa, neppure costui prega.

E neppure prega chi non sa che c’è qualcuno disposto a dare, a nutrire la sua fame.

La preghiera che Gesù insegna ai suoi è l’esperienza che nasce nella vita di chi conosce la verità di sé e la verità di Dio.

La verità di noi stessi è quella del nostro essere affamati, bisognosi, mancanti, limitati: un essere bisognosi che, lungi dall’essere un ostacolo alla preghiera, ne è la forza.

Ma se conoscessimo solo la profondità del nostro bisogno, e non conoscessimo la bontà di Dio, se non sapessimo che la nostra fame interessa a qualcuno, la nostra vita sarebbe disperata.

E Gesù risponde ai discepoli rivelando e condividendo con loro ciò che nutre la sua vita: il Padre.

Dio “Padre” è il fondamento, della preghiera e della vita.

E in questo cammino della vita, di cui il Padre è origine e fine, Gesù mostra come il Padre ci nutre.

Sono le cinque domande del Padre nostro: al centro, appunto, la domanda sul pane di ogni giorno.

Le altre quattro dicono quale sapore ha il pane di Dio, con quale pane il Padre ci nutre, di cosa abbiamo veramente bisogno per vivere.

Abbiamo bisogno che il nome di Dio sia santificato (Lc 11,2). In nome di Dio è Dio stesso: ma chi oserebbe pronunciare un Nome santo con delle labbra impure? Il riferimento all’Antico Testamento è in Ez 36,23, dove Dio stesso si preoccupa di santificare il suo nome, disonorato tra gli uomini, con un di più di amore, perché questo Nome non rimanga inaccessibile, pronunciato solo dai puri. E lo fa dandoci un cuore nuovo, un cuore capace di portare il Suo nome dentro di sé. Santifica il suo Nome perché sia sorgente di santità per tutti.

Abbiamo bisogno che venga il suo regno (Lc 11,2): perché i nostri regni sono quelli che abbiamo davanti tutti i giorni, che generano morte e violenza. Il regno del Padre è quello dove si dà la vita gli uni per gli altri.

Abbiamo bisogno di perdono, ricevuto e condiviso (Lc 11,4), cioè abbiamo bisogno che Dio affronti con noi una delle questioni fondamentali della vita, che è la presenza del male. Abbiamo bisogno di un modo nuovo per affrontarla, un modo he nutra la vita. E questo modo è il perdono.

E infine abbiamo bisogno che Dio si prenda cura della nostra vita, perché nella vita non cadiamo in tentazione. È interessante che nell’episodio delle tentazioni di Gesù (Lc 4,1-13) ritorna il tema del pane: quando si ha fame, se il pane manca, si può cedere alla tentazione di cercarlo al di fuori della relazione con il Padre, di farlo da sé. Solo chi sa che Dio è Padre sa attenderlo da Lui.

Per questo poi Gesù racconta la parabola dell’amico insistente, e continua chiedendo di insistere nel chiedere.

È come se volesse invitarci a non accontentarci di un qualsiasi pane, ma di insistere a cercare quello buono. L’insistenza accetta di rimanere nella fame, fino a quando non sia il pane di Dio a sfamarci. È l’atto di fede di chi non desiste di fronte al silenzio del Padre, perché sa che il Padre certo darà la vita, come e quando Lui saprà meglio per noi.

Lì, nell’attesa, la relazione cresce, diventa davvero nutriente. Se no è magia.

Allora Gesù educa il nostro desiderio, il nostro palato, perché sappia riconoscere il gusto del pane vero, lo sappia chiedere, lo sappia attendere. Non qualsiasi pane ci sfama, ma solo quello che ha il sapore della santità del nome del Padre, che ha il sapore del suo regno, che ha il sapore del perdono, che attende da Lui la salvezza.

+ Pierbattista

Meditazione di mons. Pizzaballa: XVI Domenica del Tempo Ordinario, anno C

Lug 20, 2019   //   by mauro   //   Riflessioni  //  No Comments

Nella Bibbia è difficile trovare una coppia di fratelli o di sorelle che non abbiano una relazione difficile, conflittuale.

Ci si imbatte in bellissimi rapporti di amicizia (cfr Davide e Gionata), ci sono forti legami padre-figlio, marito-moglie, perfino un esempio di relazione riuscita tra suocera e nuora (cfr il libro di Ruth).

Invece il legame tra fratelli sembra essere fin dall’inizio (cfr Caino-Abele) segnato da una certa violenza, e tutta la storia successiva non fa che confermare questa modalità.

Il Vangelo di oggi ci parla di una coppia di sorelle a cui non viene risparmiata la fatica di confrontarsi con questa dinamica. Gesù entra in una casa, due sorelle lo accolgono, una si mette seduta ad ascoltare, l’altra si dedica alle mansioni domestiche, ma poi si lamenta con Gesù: “Non ti importa che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti” (Lc 10,40)

Ci lasciamo aiutare da altri due episodi del Vangelo per entrare in questa Parola.

Il primo è riportato da Luca due capitoli dopo questo episodio di Betania, ed è quello di un uomo che si avvicina a Gesù e gli chiede di fare da arbitro tra lui e suo fratello (Lc 12, 13-21). E lo fa usando parole molto simili a quelle di Marta: “Or uno della folla gli disse: «Maestro, di’ a mio fratello che divida con me l’eredità»” (Lc 12,13). Sono due brani con tanti elementi in comune: in entrambi ci sono due coppie di fratelli; in entrambi c’è la richiesta a Gesù di fare da arbitro (esattamente con le stesse parole: “di’ a mio fratello”, “di’ a mia sorella”), ed entrambi finiscono con qualcosa che sarà o non sarà tolta: Maria si è scelta la parte migliore, che non sarà tolta; e al fratello che rivendica la parte di eredità, Gesù racconta la parabola del ricco stolto, al quale, dopo tanto accumulare (che richiama da vicino il gran da fare di Marta), viene richiesta (tolta) la vita.

Il secondo è un momento di tempesta, in mezzo al lago. I discepoli temono della loro vita, invece Gesù dorme sul guanciale a poppa. “Essi lo svegliarono e gli dissero: «Maestro, non t’importa che noi moriamo?»” (Mc 4,38).

Nelle parole di Marta, risuona la stessa espressione: Non ti importa?, come se il problema di Marta non fosse tanto quello di essere rimasta sola a servire, ma il fatto che questo non importi a Gesù.

Forse qui, nascosti in questi richiami, ci sono alcuni dei nodi che rendono problematico il vivere da fratelli (e sorelle).

Il problema è che i fratelli, per il fatto stesso di essere tali, sono chiamati a dividersi tra loro una serie di cose: lo spazio in casa, l’affetto dei genitori, i diritti e i doveri, fino all’eredità paterna… (“di’ a mio fratello che divida con me l’eredità”).

E su questo si litiga, si litiga su come è giusto spartirsi le cose, su ciò che spetta all’uno o all’altro.

È un problema spartirsi i diritti, i beni, ma lo è ancor più forse dividersi i doveri: a chi tocca fare questo? È il problema di Marta: “dille dunque che mi aiuti a servire”.

Perché il mio dovere, esattamente come il diritto dell’altro, ai miei occhi rappresenta qualcosa che mi vien tolto, una parte di vita a cui devo rinunciare perché l’altro ne benefichi…Come se la vita non bastasse per tutti.

Ed ogni volta che ci viene tolto qualcosa (o che così ci sembra), anche di minimo, per noi diventa un’esperienza drammatica, perché in qualche modo ci richiama alla mente quel momento ultimo in cui tutto ci sarà tolto, ci sarà tolta la vita. Ci ricorda che siamo mortali, e questo è il dramma della vita.

È il dramma per cui il ricco stolto accumula tante cose, sperando che queste gli assicurino la vita. Ma la vita non sta lì.

Allora accogliere la presenza del fratello, le sue esigenze, non è mai scontato, può far nascere qualche domanda (ciò che abbiamo basterà per tutti e due?), e anche qualche sospetto (l’altro non ne approfitterà, non prenderà anche la mia parte? Non è che la vita dell’altro arriverà a comportare poi la mia morte?).

Il legame con il fratello c’entra da vicino con la vita, e con la morte; e, in modo particolare, con la paura della morte, con la paura che l’altro sia una minaccia per la mia vita.

Allora, quando il fratello viene percepito come una minaccia, l’unica soluzione è eliminarlo… È la soluzione di Caino, e di altri dopo di lui, ed è la tentazione di tanti, se non di tutti, prima o poi…

La grandezza di Marta (a differenza di Caino) è stata la capacità di parlare di questo dramma direttamente con Gesù. È un primo passo perché il legame sia evangelizzato.

Ogni legame fraterno (quello tra fratelli, tra clan, tra etnie, tra popoli, tra nazioni…) ha bisogno di essere evangelizzato, se no vive solo della paura dell’altro.

Evangelizzato, cioè ricondotto all’essenziale, a ciò che Maria si è scelta.

Ma cosa si è scelta Maria?

Maria semplicemente ha scelto di credere, proprio come Abramo nella prima lettura; di credere che quando Dio viene, non viene a togliere la vita, ma a darla, e che questa vita basta per tutti.

La vita che Dio dà basta per tutti, proprio perché ha vinto la morte, e per questo non può essere tolta.

Maria si è scelta questa vita, e ci sta in quell’atteggiamento di libertà di chi è sicuro che al Signore importa la nostra vita. Allora non è necessario fare qualcosa per Lui, ma basta sedersi ad accogliere.

È un atteggiamento che nasce dall’ascolto, dallo stare seduti ai piedi del Maestro, e che libera da una dinamica fraterna basata solo su diritti e doveri, su cosa è giusto, su cosa mi spetta, su confronti e contrapposizioni.

E siccome questo essenziale non può essere tolto, Maria non ha bisogno di guadagnare e non ha paura di perdere.

Per questo, in Giovanni 12 Maria fa un gesto in cui perde tutto, senza alcun timore, in cui spreca, in cui attinge a piene mani alla vita e la dona. Un gesto che dice tutta la libertà dalla paura della morte…

Un gesto d’amore vero è possibile solo lì, dove è vinta la paura della morte.

Allora, cosa chiede Gesù a Marta? Non di lasciar perdere le faccende domestiche, e neanche di non lasciarsi distrarre dalle tante cose da fare. Non le chiede di fare le cose senza lamentarsi, non le chiede di sacrificarsi per tutti.

Le dice che, se ascolta, Lui trasformerà la sua morte in vita, come ha fatto con sua sorella Maria, come farà con suo fratello Lazzaro.

E che questo è l’unica via per ritrovare i suoi fratelli.

+ Pierbattista

Meditazione di mons. Pizzaballa: XV Domenica del Tempo Ordinario, anno C

Lug 13, 2019   //   by mauro   //   Riflessioni  //  No Comments

Sono due le espressioni che ci offrono una prima chiave di lettura del brano di Vangelo di oggi (Lc 10,25-37).

La prima lo troviamo subito all’inizio, quando l’evangelista Luca dice che un dottore della Legge si alza per mettere alla prova Gesù.

Questo verbo è lo stesso verbo che Luca utilizza al capitolo 4, dove Gesù, nel deserto, è tentato dal diavolo (Lc 4,2). È un’espressione forte e ci dice che, nascosta dietro e dentro le parole del dottore della Legge, è nascosta una tentazione, ovvero la proposta di una falsa immagine di Dio.

La seconda espressione la troviamo al versetto 29, quando il dottore della Legge, dopo le parole di Gesù alla sua domanda su cosa sia necessario fare per ereditare la vita eterna, volendo “giustificarsi”, pone un’altra domanda, su chi sia il proprio prossimo (“Ma quello, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è mio prossimo?»”).

Il dottore della Legge, quindi, prima tenta Gesù, e poi si giustifica. Ma cosa c’è in gioco, qual è la tentazione, e da che cosa si deve giustificare?

Dietro le domande di questo maestro c’è la grande tentazione dell’uomo religioso, quella di chiudere Dio dentro i confini della propria logica umana, di possederlo, di farlo a propria immagine: un Dio pulito, scontato, lontano, che non entra nella vita, che non abita la storia. Con il rischio di farlo diventare un’ideologia, che alla fine giustifica solo il proprio egoismo.

Il nostro personaggio, insomma, va da Gesù cercando di definire cos’è l’amore e chi bisogna amare, sperando che questa casistica segni dei confini in cui anche lui possa muoversi senza troppi imprevisti, da cui non sia tenuto ad uscire, che gli risparmino la fatica di morire e di rinascere. Cerca una risposta che gli dia la sicurezza di essere nel giusto, di uscirne cioè “giustificato”.

Gesù evita di entrare nella logica del maestro della Legge, e non dà risposte: alla prima domanda (“Cosa devo fare per ereditare la vita eterna?”, 25) invita l’altro a rispondere da sé, lo rimanda a se stesso, a cercare da sé in quella Legge di cui è maestro; alla seconda racconta una parabola (“Chi è il mio prossimo?”, 29), che non è una risposta, e che si conclude con una ulteriore domanda. Gesù non si lascia ingannare, e non ci lascia nel nostro inganno.

Questo è il contesto in cui nasce la parabola del “buon Samaritano” (Lc 10,30-35).

Il malcapitato, caduto nelle mani dei briganti, è visto (Lc 10,31.32.33) da tre differenti persone. Il sacerdote e il levita lo vedono. Il testo usa due preposizioni (antì-parà) che indicano un “movimento intorno”, e fanno capire che il sacerdote e il levita girano alla larga, gli girano intorno, in altre parole lo evitano e proseguono il loro cammino.

Ci soffermiamo solo sui gesti del samaritano, il quale, a differenza dei primi due personaggi, non solo vede ma anche ha compassione (Lc 10,33): prima di attraversare fisicamente la strada, ha già fatto spazio dentro di sé a quell’uomo, e non in nome di una medesima appartenenza religiosa, né di una qualche sintonia politica, ma in nome dell’unica appartenenza alla medesima umanità, alla medesima fragilità bisognosa.

E la compassione fa fare a lui quel passo che la “fede” non aveva fatto fare agli altri due personaggi.

Il Samaritano ha la capacità e la libertà di sconfinare, di uscire dalla rigidità di quei confini che impedirebbero a mondi diversi di venire in contatto.

Fa una liturgia di gesti umani, sacri, che si chinano sull’uomo così come nel tempio ci si inchinerebbe davanti a Dio. Fa il suo offertorio, con olio e vino, usa ciò che ha, e poi non lo lascia lì. Non decide di aver fatto abbastanza, va fino in fondo. Se lo carica, lo affida ad un altro, coinvolgendolo nella sua storia di compassione. E poi tira fuori due monete, paga di persona assicura che ripasserà.

Dopo questa parabola, Gesù restituisce al maestro della Legge la domanda sul prossimo, ma gliela restituisce capovolta Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?», 36): là dove lui avrebbe voluto definire i confini e decidere chi è dentro e chi è fuori, chi dobbiamo amare e chi no, Gesù invita a fare il contrario, ad eliminare i confini, a diventare noi stessi prossimi di chiunque ci capiti sulla via, senza scegliere.

Solo eliminando questi confini, scopriamo il volto vero di Dio, liberati dalla tentazione di pensare ad un Dio che si tiene lontano dall’uomo, liberati dalla tentazione che si possa amare e servire Lui, senza servire il fratello che ci capita accanto.

+ Pierbattista

Meditazione di mons. Pizzaballa: XIV Domenica del Tempo Ordinario, anno C

Lug 6, 2019   //   by mauro   //   Riflessioni  //  No Comments

Il Vangelo di Luca è il solo a raccontare due volte l’invio in missione dei discepoli: la prima volta, all’inizio del capitolo 9, riguarda i Dodici ed è riservata al popolo di Israele; la seconda -che leggiamo oggi e che si trova al capitolo 10- si allarga ad un numero più ampio, ai 72 discepoli, ed è destinata a tutti, anche ai popoli pagani.

All’evangelista sta particolarmente a cuore affermare che la vita del discepolo è partecipare alla stessa missione di Gesù: Gesù è l’inviato del Padre (cfr v. 16; anche Gv 9) per portare tutti gli uomini all’incontro con Lui, ad una vita da figli; e chi accoglie la salvezza, a sua volta si mette in cammino, dietro a Lui, per contagiare altri con la stessa esperienza di vita: non è qualcosa di facoltativo, non è un optional; è essenziale. Il messaggio cristiano, se si tiene per sé, muore.

Inviando i suoi, Gesù non fa progetti, non insegna strategie, non pianifica il cammino: semplicemente educa ad uno stile, ed è uno stile che ha tutto il gusto della novità del Vangelo. Non fa programmazioni, dunque, ma “getta” i suoi nella vita, li fa entrare nelle case e nelle piazze, lì dove l’uomo vive. Chiede di mangiare con la gente, di aver cura dei loro malati, di partecipare delle loro sofferenze.

Il messaggio cristiano non è un’idea, ma ha bisogno di una casa, di una città, dove entrare e plasmare la vita.

Lo ritroviamo, questo stile paradossale, in alcune espressioni del discorso di Gesù ai suoi missionari.

“Vi mando come agnelli in mezzo ai lupi” (Lc 10,3): il “programma” della missione è un programma pasquale, perché certamente dovrà farsi carico del male presente nella realtà che si incontra. Il Signore non manda i suoi a fare una passeggiata, a raccontare delle cose interessanti che verranno accolte con facilità e disponibilità. Non promette facili risultati, non illude nessuno. Il Signore manda i suoi ad entrare nella morte del mondo, per annunciare che proprio lì –per grazia- accade la salvezza. E questo messaggio accoglierà certamente ostacoli e rifiuti, come è accaduto per Gesù stesso.

Eppure Gesù li manda, sapendo che partire significa donare la vita; e chiede di farlo nello stile dell’agnello mansueto, perché solo questo atteggiamento di mitezza potrà vincere il male. Non con la forza, non con il potere, non con i propri mezzi, ma con l’umile testimonianza dell’amore.

“Non portate borsa, né sacca, né sandali” (Lc 10,4).

Quando si parte per un viaggio, si cerca di prevedere e di prendere con sé tutto ciò che potrà servire. Gesù fa il contrario, e chiede di non portare nulla. Perché?

Perché il successo della missione non dipenderà dai mezzi o dall’equipaggiamento, ma dalla testimonianza umile della vita, che annuncia un Dio che si è fatto povero e solidale.

I discepoli partono poveri perché sappiano aver bisogno dell’altro, sappiano far spazio dentro di sé all’altro, sappiano innanzitutto chiedere. Amare l’altro non è solo dargli qualcosa, ma anche aver bisogno di lui.

Partono poveri, perché possano fidarsi di Colui che li ha mandati, e di coloro che li accoglieranno.

I missionari non sono persone che hanno tutto, che sanno tutto, che pensano di avere tutto ciò di cui gli altri hanno bisogno. Partono umili, perché solo se hanno imparato ad aver bisogno possono davvero incontrare l’altro: così si lasceranno evangelizzare anche loro per primi, e proprio dalle persone che incontreranno.

“Non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada” (Lc 10,4). Anche questo è molto strano. Il riferimento è ad un episodio dell’Antico testamento (2Re 4,29), in cui il profeta Eliseo manda il suo servo Giezi a ridare vita al figlio della Sunnamita: non c’era tempo da perdere, il viaggio era urgente, non ci si doveva perdere in convenevoli. Allora è come se Gesù dicesse ai suoi: guardate che è questione di vita e di morte, state portando la vita ai morti. Non perdete tempo, perché questo è il tempo favorevole, è l’ora della salvezza.

“Se vi sarà un figlio della pace, la pace scenderà su di lui, altrimenti tornerà su di voi” (Lc 10,6). La pace è il grande annuncio di Gesù: pace tra cielo e terra, tra Dio e gli uomini, pace ai vicini e ai lontani, pace tra gli uomini di nuovo fratelli. È la pace del Risorto, quella che ha vinto la morte, che ha riconciliato l’uomo con Dio, che l’ha liberato dalla morte. Ed è una pace che non si può perdere: gli apostoli sono chiamati a darla, ma se non viene accolta, l’apostolo non perde la sua pace, che ritorna a lui.

La pace vera è quella del Risorto, che è già passata attraverso il rifiuto, attraverso la morte: è dunque una pace mite, e non può andare perduta.

“Rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti in cielo” (Lc 10, 20). I discepoli partono, e il Vangelo ce li descrive già di ritorno, lieti per i loro risultati pastorali. Il Signore non sminuisce la loro gioia, ma la interpreta come un segno del Regno che sta venendo sulla terra.

E poi non lascia che i suoi si fermino ai risultati.

Il discepolo è un uomo libero: libero dai successi pastorali, e quindi anche dagli insuccessi.

La sua gioia vera è quella di chi sa che la propria vita (e anche quella di tutti coloro ai quali ha portato la buona notizia) è scritta nei cieli, cioè è custodita in Dio.

+ Pierbattista

Meditazione di mons. Pizzaballa: XIII Domenica del Tempo Ordinario, anno C

Giu 29, 2019   //   by mauro   //   Riflessioni  //  No Comments

Il brano di Vangelo che ascoltiamo in questa domenica dà avvio alla seconda parte del racconto di Luca, la parte caratterizzata dal tema del viaggio che Gesù compie per salire dalla Galilea a Gerusalemme.

Come abbiamo già avuto modo di dire, Luca presenta la vita di Gesù –e poi quella del discepolo- come un cammino: non tanto un cammino fisico, neanche un semplice spostamento, quanto un pellegrinaggio interiore, per arrivare al luogo del compimento, lì dove la vita è donata, è persa, nella fede in Colui che non abbandona i suoi figli nella morte.

La vita è un cammino che ha come meta prima Gerusalemme, e come meta ultima il Padre (verso di Lui, in alto, Gesù sarà “elevato” 9,51): da Lui veniamo e verso di Lui torniamo.

Nel brano che abbiamo ascoltato, questo viaggio verso Gerusalemme comincia: non è un caso che il termine “cammino” ricorra ben 4 volte.

In realtà, c’è un’altra parola importante, che ricorre più volte, ma che nella traduzione dal greco viene persa: Gesù indurisce il volto (v. 51), manda dei messaggeri davanti al proprio volto (v. 52), ed è rifiutato dai Samaritani perché il suo volto è rivolto verso Gerusalemme.

Allora possiamo dire che il protagonista di questo viaggio è il volto.

È il volto del Signore che si mette in cammino: qualche versetto precedente, questo volto, sul monte, era apparso trasfigurato, era diventato “altro”. E ancor di più sarà “altro” al termine del viaggio, dove lo troveremo sfigurato dalla Passione, e poi di nuovo luminoso al mattino di Pasqua.

Ma nessun viaggio è mai scontato: bisogna decidersi di mettersi in cammino, ed è proprio quello che Gesù fa oggi.

Ha fatto molti segni, ha compiuto molti prodigi, ma non rimane lì, non si ferma, non si accontenta di aver guarito qualcuno, di aver annunciato a qualcuno la buona notizia dell’amore del Padre.

All’inizio della vita pubblica (Lc 4, 16ss), nella sinagoga di Nazaret aveva iniziato il suo ministero alla luce di una Parola di grazia e di liberazione per tutti; e poi si era messo in cammino (Lc 4,30). Ora Gesù va fino in fondo, prendendosi la responsabilità di rimanere in un viaggio che lo porterà alla morte, perché sa che solo così rivelerà appieno il Volto del Padre.

Per questo indurisce il proprio volto, e la sua è la durezza di chi non retrocede, di chi è determinato ad andare fino in fondo, a portare a termine il proprio cammino, a compiere la propria ora. È la forza dell’amore, che non è una forza violenta, ma una forza mite. Mite, ed invincibile.

Nel brano di Vangelo, c’è un’altra durezza, molto diversa da quella che leggiamo sul Volto di Gesù: è la durezza dei discepoli Giacomo e Giovanni. Di fronte al rifiuto, all’ostilità, di fronte al mistero del male, essi decidono di rispondere con la violenza. Il riferimento è al profeta Elia (2Re 1, 10-15), che fa scendere un fuoco su tutti i nemici del Signore, pensando così di difendere Dio, pensando di risolvere il problema dell’idolatria facendo perire gli idolatri.

Ma non è questa la durezza che salva. Questa non è la durezza del Volto, è la durezza di cuore, la durezza dei cuori di pietra, di cui parlano i profeti (cfr Ez 36, 26): e il Signore ci salva cambiando il cuore di pietra in cuore di carne, cioè in cuori che, di fronte al mistero del male, sanno provare compassione, sanno assumersi il peso del destino dei propri fratelli.

La durezza dei discepoli esclude, distrugge, uccide, allontana, rifiuta…

La durezza di Gesù include, perdona, accoglie, si fa carico…

In realtà, sui Samaritani scenderà davvero un fuoco, ma sarà quello dello Spirito (At 8,17-18), e sarà proprio Giovanni, insieme a Pietro, a mettersi in cammino da Gerusalemme per imporre loro le mani, quando si seppe che i Samaritani avevano accolto la Parola di Dio.

Allora il nostro cammino, il cammino del discepolo, è un cammino che deve portare a conoscere questo Volto buono. Non un volto di dio così come noi ce lo immaginiamo (vincente, potente, violento…), ma il Volto di Dio in cammino verso Gerusalemme.

Per fare questo cammino, occorre un taglio: ed è quello che Gesù chiede ai tre che incontra sulla strada.

Sono tre casi diversi, tre situazioni diverse. In alcuni casi è Gesù che chiama, in altri sono loro che si propongono.

Ma quello che accomuna tutti e tre i personaggi è che ciascuno, se vuole seguire il Signore, deve fare un salto.

Deve creare un vuoto, uno spazio, deve lasciare il proprio cuore di pietra per accogliere un cuore di carne.

Cioè entrare in una logica diversa, dove al centro non ci siamo noi, neppure i nostri impegni più sacri, nulla di ciò che ci dà sicurezza, potere, gloria; nulla a cui possiamo aggrapparci per tenere stretta la vita fra le mani.

Deve lasciare il proprio volto di dio, e incontrare quello di Gesù.

Così si inizia il cammino.

Altrimenti seguiamo il Signore, ma non cambia il cuore, non si trasforma la logica, che rimane mondana.

Si possono avere tantissime buone intenzioni, ma il cammino non arriva a Gerusalemme, non torna al Padre, se non ci si converte al Volto di Gesù, al suo Volto reso duro dalla tenerezza dell’amore.

+ Pierbattista

Solennità del Corpus Domini

Giu 22, 2019   //   by mauro   //   Riflessioni  //  No Comments

Il brano di Vangelo che la Liturgia ci offre in questa festa del Corpus Domini contiene diversi paradossi, come se volesse mostrarci qualcosa di eccessivo, delle esagerazioni.

È il brano che racconta l’episodio della moltiplicazione dei pani e dei pesci da parte di Gesù secondo la versione di Luca (9,11b-17).

Il primo eccesso è dato dalla fame della gente. È tanta la fame, ed è tanta la folla, visto che l’evangelista si preoccupa di dirci che c’erano circa cinque mila uomini (Lc 9,14).

Eccessiva è anche la povertà dei discepoli, che non hanno altro se non cinque pani e due pesci (Lc 9,13).

Decisamente sfavorevoli sono anche le condizioni in cui tutto questo accade: è ormai sera, e siamo in una zona desertica (Lc 9,12).

Quello che l’evangelista vuole sottolineare è dunque la situazione di estrema fragilità, di estremo bisogno in cui ci si viene a trovare; una situazione che rispecchia tutta la realtà della vita umana, profondamente segnata da questa condizione di massima precarietà.

Ma vuole anche sottolineare il fatto che umanamente sembra non ci siano vie di uscita, non vi siano soluzioni: c’è una sproporzione tra il bisogno della folla e le reali possibilità dei discepoli.

L’unica soluzione, a questo punto, sembra essere quella proposta dai discepoli, ovvero che la gente vada via, e che ognuno cerchi da sé e per sé ciò che può saziare la propria fame (Lc 9,12). Ai discepoli proprio non viene in mente che vi possano essere altre vie d’uscita.

Per cui risulta assolutamente paradossale l’invito di Gesù, l’invito a che la gente rimanga (Lc 9,13), e che i discepoli stessi diano da mangiare a tutti: un invito umanamente impossibile da realizzare!

Invece è proprio ciò che accade.

Innanzitutto, Gesù chiede di dividerei presenti in piccoli gruppi: non più dunque una folla anonima, ma piccole comunità, dove sia più facile la condivisione e la reciprocità.

E poi Gesù non fa altro che mettere in comunione quel poco che si ha, che tutti credevano non potesse bastare a nulla. Invece basta. Il miracolo che Gesù compie è questo.

Nella storia della salvezza, spesso accade così: accade che ciò che è tanto non basta e non serve, e il poco, al contrario, riesce a bastare per tutti.

Pensiamo alla vedova di Zarepta di Sidone (1Re 17): il profeta Elia viene mandato da una povera vedova, che non ha più quasi nulla da mangiare. Sarà lei a sostenere e nutrire il profeta, e così facendo non mancherà nulla neanche per lei e per suo figlio.

Ma pensiamo a Gesù stesso: non ci salva con mezzi potenti e ricchi, ma, al contrario, con il suo farsi povero e ultimo, uno di noi. Come dice san Paolo, “Gesù Cristo, da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà” (2 Cor 8,9).

Noi siamo abituati a pensare che la salvezza ci porti fuori da una situazione di precarietà e povertà; al contrario, la salvezza è tale quando ci porta dentro, ci fa abitare la nostra povertà, ce la fa vivere come una ricchezza, come una possibilità di condivisione e di comunione, di affidamento, di dono.

Dio non salva mai con la ricchezza: questo lo saprebbero fare tutti. Dio salva con la povertà, perché è in essa che risplende la ricchezza vera, non data dalle cose, dai mezzi, dalle possibilità, ma dal dono reciproco di sé stessi.

Il brano si conclude con un ultimo elemento eccessivo: si tratta di ciò che avanza, che riesce a riempire ben dodici ceste (Lc 9,17).

Lì dove ci si arricchisce vicendevolmente con tutto il poco che si ha, allora si fa esperienza di essere veramente ricchi, di essere nell’abbondanza, di avere più di quanto si osava sperare.

+ Pierbattista

Meditazione di mons. Pizzaballa: Santissima Trinità

Giu 15, 2019   //   by mauro   //   Riflessioni  //  No Comments

Per aiutarci ad entrare nel mistero della SS Trinità, la Liturgia ci offre un brano del Vangelo di Giovanni (16,12-15) in cui Gesù parla fondamentalmente dello Spirito Santo.

Ma parlando dello Spirito, Gesù apre uno squarcio su quelle che sono le relazioni che si vivono all’interno della Trinità; non parla dunque solo dello Spirito, ma dice qualcosa anche di sé e del Padre.

E a questo proposito, la prima cosa che veniamo a sapere è che lo Spirito non parla da sé, ma dice tutto ciò che ha udito (Gv 16,13). È un’indicazione importante.

All’interno delle relazioni trinitarie, si vive così: ciascuno non è un individuo singolo, che ha se stesso al centro del proprio orizzonte. Per cui nessuno parla di sé, né parla da sé, di ciò che decide, o pensa, o vuole.

Ciascuno, al contrario, non condivide e non dona se non ciò che a sua volta ha ricevuto.

Dev’essere molto bello vivere così; così capaci di raccontare non se stessi, ma un altro; capaci di parlare di un altro, di dire quello che l’altro pensa, dice, vuole, desidera, realizza.

Questa è la vita della Trinità: una vita in cui nessuno ha bisogno di imporsi, perché è l’altro a farlo per me, a custodire e a garantire la mia esistenza.

Il secondo elemento è rintracciabile nell’aggettivo possessivo “mio”, che nel corso di questi pochi versetti ritorna più volte.

È anche questa un’indicazione interessante, perché Gesù sembra dire che all’interno della Trinità niente è posseduto in modo definitivo da nessuno. Non c’è nulla di definitivamente “mio” o “tuo”.

Così Gesù dice che ciò che è del Padre è anche del Figlio; e ciò che è del Figlio è “preso” dallo Spirito perché diventi di tutti, diventi dei discepoli.

Nel Vangelo di Giovanni, questo concetto ritorna più volte.

Per esempio, là dove dice che “Gesù rispose loro: «La mia dottrina non è mia, ma di colui che mi ha mandato.” (Gv 7,16); e più avanti dice che “la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato” (Gv 14, 24).

Ritroviamo cioè spesso questo scambio, questa appartenenza reciproca, questo scambio, per cui è sempre difficile stabilire ciò che sia dell’uno o dell’altro.

O meglio, dalle parole di Gesù è sempre più chiaro che il Padre e il Figlio sono accomunati da un’unica vita, da un unico disegno di salvezza per l’uomo.

Per cui Gesù può arrivare a dire che chi ha visto Lui, in realtà ha visto il Padre (Gv 14,9).

Tutto ciò significa semplicemente che la vita all’interno della Trinità è essenzialmente una vita di amore, e di nient’altro.

E nell’amore non c’è un possesso personale di cui l’altro possa essere escluso, non c’è una proprietà privata che arricchisca uno più di un altro. Altrimenti non sarebbe amore.

Non solo tutto appartiene a tutti, ma ciascuno appartiene completamente all’altro e vive dell’altro.

La buona notizia è che questo stile di vita non è solo all’interno della Trinità: lo Spirito vuole vivere in noi come principio di una vita ugualmente vissuta nell’amore e nel reciproco dono, in cui non ci sia più bisogno di impossessarsi di nulla, perché si è tutti ugualmente e immensamente ricchi del dono dell’altro, di ciò che si riceve e di ciò che si dona.

+Pierbattista

Meditazione di mons. Pizzaballa: Pentecoste

Giu 8, 2019   //   by mauro   //   Riflessioni  //  No Comments

Il Vangelo che leggiamo in questa solennità di Pentecoste, che conclude il Tempo Pasquale, ci apre alcuni squarci preziosi sulla vita della Chiesa nella storia, dopo che il Signore Risorto ascende al cielo e fa ritorno nella casa del Padre.

Di questo brano di Vangelo sottolineiamo alcuni elementi.

Il primo lo troviamo al versetto 26, dove Gesù dice ai discepoli che lo Spirito insegnerà loro ogni cosa e ricorderà tutto ciò che Lui ha detto.

Lo Spirito Santo è dunque un maestro, ma Gesù sembra dire che non è un maestro come gli altri.

In che senso?

Innanzitutto è un maestro che rimane sempre con noi (Gv 14,16).

Qualsiasi altro maestro, dopo aver insegnato al discepolo tutto ciò che sa, lo lascia andare per la sua strada. Per lo Spirito, invece, non è così.

Lo Spirito rimane sempre, perché ciò che gli importa è insegnare una relazione, di cui Lui stesso è garanzia e possibilità.

Non deve insegnarci delle cose, ma deve insegnarci a vivere, deve essere in noi presenza del Padre e del Figlio.

Lui rimane perché rimanere è il suo modo di amarci.

Infatti, Gesù continua dicendo che chi accoglie il Paraclito, che rimane con noi per sempre, diviene dimora sua e del Padre (Gv 14, 23).

Il compito dello Spirito, dunque, è renderci capaci di essere dimora di Dio.

Da soli, questo non ci appartiene, non è nelle nostre capacità e nelle nostre forze.

Quanto più lasciamo spazio all’opera dello Spirito in noi, tanto più allora Dio prende dimora in noi, ci santifica, ovvero ci rende simili a Lui.

Lo Spirito è un maestro diverso da ogni altro maestro anche per un altro motivo.

Mentre tutti i maestri insegnano delle nozioni, delle idee, lo Spirito compie un’altra operazione.

Lui non insegna, ma fa in modo che ciò che già sappiamo divenga nostro, divenga vita, venga da noi interiorizzato.

Perché non basta sapere che Gesù è morto; bisogna credere che Gesù è morto per me.

Non basta sapere che Dio è amore; bisogna credere che Dio ama me, esattamente così come sono.

Questa è l’opera dello Spirito, che non insegna dal di fuori, ma che ci convince dal di dentro, che trasforma la Parola in esperienza.

Anche questa è un’operazione che non possiamo fare da soli.

È interessante poi il fatto che Gesù dica che lo Spirito ricorda all’uomo qualcosa che l’uomo già sa.

L’uomo sa già com’è la vita buona e bella per cui è creato: il peccato, però, gliel’ha fatta dimenticare, e lo ha spinto ad ascoltare altri maestri, a seguire altre vie che si sono rivelate vie di morte.

Lo Spirito, che il Padre ci dona, ha il compito di ricordarci sempre a quale speranza siamo chiamati, perché non accada che, per dimenticanza, viviamo al di sotto della bellezza racchiusa nella nostra chiamata.

Infine è importante sottolineare che Gesù prega per noi il Padre, perché il Padre ci doni lo Spirito (Gv 14, 16).

La presenza dello Spirito Santo in noi, dunque, è qualcosa di profondamente legato al mistero della preghiera di Cristo, al suo desiderio profondo, al bene che Lui ha per noi.

Ma è qualcosa di legato anche alla nostra preghiera, al nostro aprirci a Lui.

La vita di un cristiano è una vita che incessantemente chiede lo Spirito, è la vita di chi ha scoperto che solo lo Spirito può dargli senso e pienezza.

Per cui chiedere lo Spirito è la preghiera per eccellenza, e lo Spirito è la “cosa buona” che il Padre dà a coloro che lo chiedono (cfr Lc 11,13).

+ Pierbattista

Meditazione di mons. Pizzaballa: Ascensione del Signore

Mag 31, 2019   //   by mauro   //   Riflessioni  //  No Comments

Celebriamo oggi la solennità dell’Ascensione, e leggiamo gli ultimo versetti del Vangelo di Luca (Lc 24,46-53).
Gli elementi che caratterizzano questo brano sono tanti, e ne sottolineiamo alcuni.

Innanzitutto, il brano è diviso in due parti: nella prima (vv 46-49) si racconta la conclusione di un’apparizione agli apostoli, quella che racconta la venuta del Signore risorto nel Cenacolo dopo che i discepoli di Emmaus vi hanno fatto ritorno, e hanno raccontato il loro incontro con Lui lungo la via (Lc 24, 33).

In seguito (vv 47-50), Gesù conduce fuori i suoi, verso Betania, e lì viene assunto al Padre.

Nel vangelo di Luca, quando Gesù appare, sempre apre la mente dei discepoli alla comprensione delle Scritture. Non spiega la sua risurrezione, non dice nulla di ciò che gli è accaduto se non in riferimento al disegno di Dio, perché, dice, questo disegno si è compiuto.

Così fa anche l’angelo, con le donne, la mattina di Pasqua (Lc 24,7).

Gesù, obbedendo al Padre, compie la storia di salvezza che Dio, lungo i secoli, aveva promesso al popolo di Israele.

Quale era questo disegno, questa promessa?

La promessa era quella di una nuova alleanza, che i profeti avevano intravisto come unica possibilità che la relazione fra Dio e il suo popolo diventasse vera e praticabile.

Non più legata all’osservanza di una legge, ma ad una novità di vita che Dio avrebbe donato. Era l’alleanza di cui parlava Geremia (31, 31-34), scritta nei cuori.

Ebbene, Gesù dice che questa alleanza si è compiuta, grazie alla sua passione; nel brano di Vangelo che racconta l’ultima cena di Gesù con i suoi, Luca è l’unico ad usare l’espressione “la nuova alleanza nel mio sangue” (Lc 22,20), perché l’alleanza nuova è il suo sangue, la sua vita, sparsa su di noi, versata per noi e in noi.

Se tutto questo è vero, allora ora Gesù può fare ritorno al Padre. Non solo perché ha compiuto la sua missione tra gli uomini, ma anche perché, partendo, Egli rimane sulla terra nella vita dei suoi discepoli. Ora la logica del Regno è lasciata nelle mani dei suoi, nel cuore nuovo dei suoi, l’alleanza diviene il criterio e il senso della vita della Chiesa.

Il brano di Geremia citato sopra continua dicendo che “non dovranno più istruirsi gli uni gli altri, dicendo: Riconoscete il Signore, perché tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande” (Ger 31,34): l’interiorizzazione della legge si è compiuta, e ciascuno porta il Signore nella propria carne. Gesù ora può ritornare dal luogo da dove era partito.

Un secondo elemento che collega il brano di oggi con questo discorso del compimento riguarda il perdono.

Ritorniamo ancora a Geremia 31,34. Perché tutti mi conosceranno? “Poiché io perdonerò la loro iniquità e non mi ricorderò più del loro peccato”.

La nuova alleanza, nel sangue di Gesù, è strettamente legata al perdono che Dio usa verso i suoi. Potremmo dire che l’alleanza nuova è la possibilità data all’uomo di lasciarsi infinitamente perdonare.

Cosa dovranno annunciare allora i discepoli, partendo da Gerusalemme?

Fondamentalmente questo, “la conversione e il perdono dei peccati” (Lc 24,47).

Non perché l’abbiano imparato o ascoltato da qualche parte, ma perché ne sono testimoni (Lc 24, 48), ovvero l’hanno vissuto e sperimentato per primi. Per primi, nei loro tradimenti, nelle loro fughe, sono stati amati fino al perdono.

Non faranno questo da sé, con le proprie forze, ma saranno rivestiti di potenza dall’alto (Lc 24,49), dallo Spirito che ricorderà loro tutto ciò che Dio ha fatto per la loro vita.

È bello quindi, che dopo tutto questo, Gesù salga in cielo benedicendo i suoi (Lc 24, 50), perché la benedizione non è altro se non questo, questa presenza nuova del Signore tra i suoi. C’è un distacco (Lc 24,53), che però non è un’assenza, perché in realtà Gesù non può partire in modo assoluto. Parte e rimane, intimamente e profondamente legato alla vita della Chiesa, nel cuore del mondo.

+ Pierbattista

Meditazione di mons. Pizzaballa: V Domenica di Pasqua

Mag 17, 2019   //   by mauro   //   Riflessioni  //  No Comments

Il brano di Vangelo che ascoltiamo oggi (Gv 13,31-35) è tratto dal capitolo 13 del Vangelo di Giovanni, capitolo in cui l’evangelista pone il racconto dell’ultima cena di Gesù con i suoi e non è di immediata comprensione se lo togliamo dal suo contesto.

Dopo il gesto scandaloso della lavanda dei piedi, Giovanni riporta l’annuncio, da parte di Gesù, del tradimento di Giuda (13,21). Seguono i versetti che ascoltiamo oggi, con le parole sul comandamento nuovo, e poi un nuovo annuncio di defezione, che questa volta riguarda Pietro e il suo rinnegamento (13,36).

Il comandamento nuovo, quindi è come incastonato tra due annunci di tradimento. Ed è questo il primo elemento su cui soffermarci, perché Gesù chiederà ai suoi di amarsi tra loro nello stesso modo, con la stessa misura con la quale Gesù li ha amati (“Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri” – 38).

E la misura è data dalla distanza che i discepoli pongono tra loro e il Signore: una distanza abissale, quella del peccato, ma che Gesù colma con il suo amore gratuito; non lascia i suoi vagare nella lontananza dove si sono smarriti, perché, come abbiamo visto domenica scorsa, lui è il buon pastore, e il buon pastore non vuole che nessuna delle sue pecore vada perduta. Per questo dà la vita.

L’evangelista Giovanni mette in relazione il rinnegamento di Giuda con le parole di Gesù proclamate nel Vangelo di oggi: è infatti proprio quando Giuda prende il boccone ed esce, che Gesù esclama queste parole forti, apparentemente fuori luogo: “Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui” (Gv 13,31).

Cosa significano?

Tutto il Vangelo di Giovanni tende ad un’“ora” misteriosa, un momento in cui Dio avrebbe rivelato completamente se stesso, la sua gloria, nella vita e nell’opera del Figlio. Ebbene, l’ora è giunta proprio in questo momento, in cui Gesù può finalmente rivelare tutto l’amore che è venuto a donare, un amore che raggiunge anche il discepolo che rinnega e che tradisce, un amore che anche per lui dona la vita.

Giuda è appena uscito per tradire il suo Signore, per consegnarlo. Ma l’ha fatto dopo aver ricevuto da Gesù il boccone destinato all’amico prediletto, dopo aver mangiato il pane dell’amicizia in cui ogni inimicizia è superata.

E proprio questa è per Gesù la gloria, ovvero il massimo dell’amore possibile; per cui anche il gesto di Giuda viene riletto e accolto come un’ulteriore possibilità di amare, e quindi di dare gloria al Padre.

Il Padre, a sua volta, risponderà a questo gesto di amore e di obbedienza dando gloria al Figlio: come l’amore di Gesù raggiunge i discepoli persi nel loro peccato, così l’amore del Padre non lascia Gesù perso nella morte: “subito” (Gv 13,32), infatti, gli restituirà la vit: Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito”.

Queste parole di Gesù, dunque, si pongono in mezzo a queste due storie di tradimenti, e ci stanno come un inno di vittoria, come un presagio sicuro di salvezza. Proprio dentro tutto questo male si rivela pienamente la vita di Dio.

Eppure questo non è ancora tutto.

Il capitolo 13, infatti, pone al centro i due gesti di tradimento, grazie ai quali si manifesta tutto l’amore di Gesù per l’uomo, gesti che anticipano e intrepretano ciò che, di lì a poco, sarebbe accaduto sulla croce, che le danno senso.

Ma subito dopo chiede ai suoi di amarsi gli uni gli altri come Lui li ha amati: li ama gratuitamente e chiede, in forza di questa gratuità, di fare altrettanto.

Le parole del comandamento nuovo possono essere poste solo nel contesto della croce e, in Giovanni, solo dopo quei gesti che della croce dicono il senso. I discepoli non saranno capaci, infatti, di amarsi se non per l’amore che hanno ricevuto.

L’amore di Dio non si ricambia: non saremmo mai capaci di restituirgli ciò che Lui ci ha donato.

L’amore di Dio, piuttosto, lo si scambia tra di noi, lo si fa circolare, e questo è l’unico modo con cui possiamo ri-amare Dio, in cui possiamo dirgli il nostro vero grazie.

+ Pierbattista

Meditazione di mons. Pizzaballa: IV Domenica di Pasqua

Mag 13, 2019   //   by mauro   //   Riflessioni  //  No Comments

Le prime domeniche  del Tempo Pasquale ci hanno fatto ascoltare i brani di Vangelo relativi agli incontri del Signore Risorto con i suoi discepoli.

Oggi iniziamo a vedere come sia la vita nuova dei risorti, quale sia la vocazione dei credenti che il Risorto rende partecipi della sua novità di vita.

Il brano che ascoltiamo oggi è tratto dal capitolo 10 del vangelo di Giovanni, capitolo il cui l’evangelista riporta il discorso di Gesù sul buon pastore.

C’è una prima parte (Gv 10, 1-18), in cui Gesù tratteggia la fisionomia del buon pastore; c’è un intermezzo (Gv 10, 19-24), che riporta la reazione dei giudei a queste parole, con una loro domanda sull’identità di Gesù: “Fino a quando ci terrai nell’incertezza? Se tu sei il Cristo, dillo a noi apertamente”.

I versetti che leggiamo oggi sono la risposta di Gesù a questa domanda, e, come spesso accade, Gesù ribalta la questione.

E dice innanzitutto che per conoscerlo, per sapere veramente se Lui è il Cristo, bisogna far parte del suo gregge (“le mie pecore”, 27; “il Padre mio me le ha date”, 29). Non esiste una conoscenza che possa rimanere all’esterno, una conoscenza intellettuale, un sapere che non coinvolga la vita, che non compromette; la conoscenza di Gesù passa attraverso l’amore, attraverso una relazione di fiducia e di abbandono, attraverso una sequela fatta di umile obbedienza; così, infatti, è anche la relazione di Gesù con il Padre (Gv 10,18).

Rimanendo nella metafora del pastore e delle pecore, Gesù utilizza alcune espressioni: due dicono le disposizioni e le azioni dei discepoli verso di Lui; e le altre due dicono ciò che fa Lui per loro.

I discepoli fanno essenzialmente due cose: ascoltano e seguono (“Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono”, 27).

Ascoltare e seguire sono l’essenziale del discepolato, della vita nuova, e sono profondamente legati tra di loro: si segue nella misura in cui si ascolta.

Il pastore fa altre due cose, anch’esse fondamentali: conosce e dà la vita (”Io le conosco”, 27; “Io do loro la vita eterna”, 28). Ha con i suoi una relazione di profonda intimità, per cui con ogni discepolo c’è un rapporto personale. E questo rapporto si realizza esclusivamente grazie al dono gratuito della sua vita.

Questi versetti mostrano il risvolto esistenziale di questa relazione.

La vita nuova, che nasce dalla relazione con il Signore, ha caratteristiche precise: essere una comunità convocata (“ascoltano la mia voce”, 27). La chiamata di Cristo li ha portati in una nuova relazione con lui (“Io le conosco”); una relazione che a sua volta porta ad un nuovo stile di vita (“esse mi seguono”). È una comunità donata (“do loro la vita eterna, 28), la nuova vita del Regno appartiene a loro; e una comunità sicura (“e non andranno perdute”, 28).

Non la sicurezza di coloro ai quali è promesso che non accadrà mai nulla di fastidioso o di pericoloso, ma la sicurezza di chi sa che la propria vita è custodita in mani buone.

Per cui Gesù dice che questa vita non andrà mai perduta (Gv 10, 28).

Gesù per primo ha fatto questa esperienza nella sua relazione con il Padre: si è affidato a Lui, l’ha ascoltato, e la sua vita non è andata perduta; è passato attraverso la morte, ma il Padre non l’ha abbandonato in suo potere, e gli ha ridonato vita. Gesù ha sperimentato che la relazione con il Padre è una relazione sicura, fedele.

Ed è questa relazione che ora vuole donare ai suoi discepoli, che sono dunque chiamati ad ascoltare il Signore e a seguirlo dentro questa esperienza di affidamento, per cui passano attraverso la morte e scoprono, con stupore, che la loro vita non solo non si perde, ma diventa eterna, vera.

Nei due versetti del vangelo di oggi per ben due volte sono nominate le mani: quelle di Gesù (Gv 10, 28) e quelle del Padre (Gv 10,29): nei vangeli della Pasqua compaiono spesso le mani.

Sono mani che tutto hanno ricevuto, che sono passate attraverso la morte di cui portano i segni gloriosi. E ora, proprio per questo, sono capaci di custodire tutto, senza che nulla vada perduto di ciò che il Padre vi ha deposto.

+ Pierbattista

Meditazione di mons. Pizzaballa: III Domenica di Pasqua

Mag 4, 2019   //   by mauro   //   Riflessioni  //  No Comments

Anche il brano di Vangelo di oggi racconta un’apparizione del Signore ai suoi discepoli, dopo la sua risurrezione. Siamo al capitolo 21 del Vangelo di Giovanni, e l’evangelista precisa che questa è la terza volta che Gesù si rivela (Gv 21,14).

Questo è il primo dato su cui ci soffermiamo, il fatto che Gesù si riveli più volte, non una sola.

Gesù viene, e poi ritorna, e ogni volta si rivela.

Non è un caso che il brano inizi dicendo che Gesù si rivela “di nuovo” (Gv 21,1), perché ogni volta che Gesù viene, ogni volta che il Signore si affaccia sulla nostra vita, in realtà è sempre qualcosa di nuovo che accade, una novità che si propone. Ogni incontro con il Signore non è mai uguale a quello già sperimentato in precedenza, e per questo bisogna essere attenti e vigili, pronti ad accogliere la manifestazione sempre nuova del Signore.

Se questo è vero, allora nasce la domanda: come riconoscerlo? A quale condizione il suo passaggio diventa un incontro, un principio nuovo per la nostra vita?

Il brano di oggi offre alcuni elementi a riguardo.

Il primo nasce dall’esperienza della sua assenza: noi riconosciamo il Signore quando riconosciamo che senza di Lui non possiamo fare nulla.

I discepoli vanno a pescare, ma “quella notte non presero nulla” (Gv 21,3), e questo non è un caso, non è solo una notte particolarmente sfortunata. È una questione che ci riguarda molto più profondamente, che dice la verità della nostra vita: se non siamo uniti a Lui, se Lui non è presente nella nostra vita, noi non possiamo se non fare esperienza del nulla, del vuoto; senza di Lui noi non abbiamo nulla da mangiare (Gv 21,5).

Ebbene, il Signore si rivela proprio lì. E si rivela con una promessa di vita: “Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete”. Il Risorto è l’unico che può fare e mantenere una promessa di vita piena, abbondante, proprio perché è il Risorto, perché ha sconfitto la morte. Molti possono promettere la vita; ma solo il Risorto la può donare veramente.

E infatti i discepoli fanno questa esperienza, e a partire da questa esperienza lo riconoscono: “È il Signore” (Gv 21,7).

C’è un ulteriore elemento da sottolineare, un elemento che accomuna questo brano alle altre apparizioni del Risorto raccontate nei Vangeli. Ogni volta che Gesù appare, c’è sempre una parola, o un gesto che apre il cuore dei discepoli, increduli, o dubbiosi o semplicemente ancora incapaci di riconoscerlo.

C’è qualcosa di familiare, che tocca il cuore, che fa scattare una memoria, che apre gli occhi.

Per Maria di Magdala è il suo stesso nome, pronunciato da Gesù in un modo tale che Maria subito riconosce il Maestro (Gv 20,16). Per i discepoli di Emmaus è il gesto dello spezzare il pane (Lc 24,31), anche qui, un gesto familiare, amico, che Gesù aveva fatto più volte insieme a loro. Nel Vangelo di oggi è di nuovo questo mangiare insieme (21,12), questo stare a tavola con Lui: è in questo gesto che i discepoli sono di nuovo capaci di vedere il Signore.

La seconda parte del Vangelo di oggi riguarda l’incontro personale di Gesù con Pietro (Gv 21,15-19). Alla nuova manifestazione del Signore, corrisponde una nuova chiamata per Pietro.

In realtà, nel Vangelo di Giovanni è solamente qui che Gesù invita Pietro a seguirlo; Gesù ha attraversato la Pasqua, e Pietro ha fatto esperienza del proprio peccato, della sua incapacità totale a mantenere ogni promessa al Signore.

Ora sa che solo il Signore mantiene la sua promessa di vita, e che la sequela non sarà altro che buttarsi in Lui, come nel vangelo di oggi si è gettato in mare (Gv 21,7): potremmo dire che è un po’ il simbolo del battesimo di Pietro, la sua scelta di seguire il Signore solo in forza di un’unione profonda con la morte e la risurrezione di Lui.

+ Pierbattista

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