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Pastorale Giovanile

Le nostre comunità sono chiamate a una grande attenzione e a un grande amore per i giovani. In questa direzione avvertiamo la necessità di un maggior coordinamento tra la pastorale giovanile, quella familiare e quella vocazionale: il tema della vocazione è infatti del tutto centrale per la vita di un giovane. Dobbiamo far sì che ciascuno giunga a discernere la forma di vita in cui è chiamato a spendere tutta la propria libertà e creatività: allora sarà possibile valorizzare energie e tesori preziosi. Per ciascuno, infatti, la fede si traduce in vocazione e sequela del Signore Gesù” (CEI, O.P. 2001 – 2010)

Nella comunità ecclesiale sempre c’è stato interesse verso i giovani, la loro educazione cristiana e la loro maturazione nella fede. Questo diffuso e differenziato interessamento ecclesiale verso i giovani viene generalmente identificato con un’espressione, comune anche nelle diverse sfumature linguistiche: la pastorale giovanile.
Oggi poi l’attenzione verso i giovani è particolarmente alta, sollecitata e orientata da non pochi interventi del Magistero, soprattutto episcopale, e da iniziative, locali, nazionali e mondiali, di forte risonanza (si pensi alle Giornate Mondiali della Gioventù).

Però dagli ultimi anni del 20° secolo ci troviamo davanti alla prima generazione “incredula” di giovani, alla prima generazione che non ha più antenne per Dio, alla prima generazione che non ha più predisposizioni positive verso la fede e la vita cristiana. Mentre nel “‘500 era quasi impensabile non credere in Dio, nel 2000 questa appare non solo una scelta facile, ma inevitabile, anche per i giovani.” Oggi sembrano prevalere le adesioni intimistiche e ritualistiche al cattolicesimo, in cui lo sganciamento da una comunità di appartenenza indebolisce ulteriormente i legami e tende a sfociare in un maggiore individualismo religioso. I dati su cui sociologi e pastori hanno lavorato attestano la diffusione del modello “credenza senza appartenenza”.

Come proporre allora la gioia di essere cristiani, nel mondo d’oggi?

Le comunità cristiane sono in genere organizzate come luoghi che offrono occasioni per l‟esercizio di una fede “già ricevuta“.
Di fatto il mondo, come si è detto, è cambiato: ecco che allora anche la comunità cristiana, soprattutto parrocchiale, è chiamata a convertirsi da luogo di esercizio della fede a luogo che genera alla fede. In tutto ciò che propone deve partire dal presupposto che i giovani e gli adulti non hanno (necessariamente) la fede ma vanno re–iniziati alla fede cristiana.
In conseguenza a tutto questo, le comunità cristiane sono chiamate a recuperare il linguaggio originario dell’annuncio: “In un ambiente spesso indifferente se non addirittura ostile al messaggio del Vangelo, la Chiesa riscopre il linguaggio originario dell’annuncio, che ha in sé due caratteristiche educative straordinarie: la dimensione del dono e l’appello ad una conversione continua. Il primo annuncio della fede rappresenta l’anima di ogni azione pastorale” (CEI, Educare alla vita buona del Vangelo)

Operiamo assieme per crescere in questa dimensione.

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