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Il “diritto” di abortire e il “diritto” di essere padri (agg. 12 marzo)

Mar 9, 2017   //   by mauro   //   Spunti di riflessione, Vescovo  //  No Comments

Oltre alla morte del DJ Fabo, due fatti ci hanno accompagnato in queste due settimane: la “martellante” notizia che in Italia non si possono fare aborti perché “troppi medici obiettori” e la sentenza del Tribunale di Trento che ha riconosciuto come due bambini possano avere (e chiamare) “due papà”, legittimando di fatto, secondo alcuni, la pratica dell'”utero in affitto” vietata in Italia.

Proprio ieri riportavamo il “Grazie” di Papa Giovanni Paolo II alle donne, in particolare: “Grazie a te, donna-madre, che ti fai grembo dell’essere umano nella gioia e nel travaglio di un’esperienza unica, che ti rende sorriso di Dio per il bimbo che viene alla luce, ti fa guida dei suoi primi passi, sostegno della sua crescita, punto di riferimento nel successivo cammino della vita.”

Da qui vorremmo partire per offrire, come al solito senza giudicare ma offrendo “spunti di riflessione”, alcuni articoli di ispirazione cattolica per poter avere una idea un po’ più completa, sempre pronti comunque ad accogliere la sofferenza di chi si trova in situazioni difficili (ricordiamo che meno di un mese fa in Parrocchia abbiamo raccolto offerte per il Centro di Aiuto alla Vita di Adria, sempre vicino a chi è in difficoltà nell’accogliere una nuova vita, senza preclusioni di sorta e senza negare alcuna forma di aiuto, pur nella pochezza dei mezzi che solo il lavoro dei volontari e la generosità della gente può permettere).

Proponiamo:

  • Il mercato delle idee (di Mons. Adriano Tessarollo)
  • Dati alla mano, la mancanza di medici che fanno aborti è una “falsa notizia”
  • Il Mondo Nuovo che si vede e non vogliamo. Se libertà e amore si fanno contratto
  • Il Parlamento dichiari l’utero in affitto un reato universale.
  • Figli di due papà, ciò che la Corte di Trento non ha considerato

Il mercato delle idee

Vescovo-Adriano-TessarolloLa macchina della propaganda invade tutto, presiede a tutto. Il potere, le lobby di potere economico e culturale lo sanno bene e la sfruttano per bene, fino a comprare il consenso del popolo, fino a piegare i suoi rappresentati chiamati a legiferare, e fino a influenzare fortemente coloro cui è affidato di applicare le leggi, talvolta, forse troppo spesso, inventandone di nuove con le loro sentenze. Lo stiamo vedendo in questi giorni. La propaganda studia bene quali corde toccare. Ad esempio la corda del libertarismo radical-pannelliano, facendolo passare per libertà, o quella del progresso culturale e scientifico di tanta sinistra e non solo, tacciando di oscurantismo chi, con ragioni pur fondate, non lo condivide. Altro elemento usato dall’astuzia mediatica è riprendere notizie vecchie, e spesso non adeguatamente fondate, al momento opportuno, quando ‘la pentola bolle’ e più facilmente si possono imbottire le teste e eccitare gli animi (mi piacerebbe usare il termine dialettale molto espressivo: incoconare come i ochi) della gente. Leggevo quanto segnalato dalla CGIL in occasione della vicenda dei medici obiettori di Roma. Riprendo alla lettera dal ‘Corriere del Veneto’: “La Cgil: «23 ospedali  prima di abortire» . L’Usl: «Mai rifiutata» Il giallo: riemerge un caso del 2015”.
Gli indirizzi culturali della CGIL e della Moretti che si è fatta subito altoparlante di questa ‘notizia fresca’ del 2015, peraltro da verificare, e paladina di una battaglia per la quale si sveglia solo adesso, sono peraltro noti. Non sarà anche il caso di interrogarsi come mai tanti medici siano obiettori: per pigrizia o per oscurantismo? Proviamo a cambiare l’espressione “interruzione volontaria di gravidanza” con “interruzione volontaria della vita di un bambino” che sta crescendo e che per crescere ha solo bisogno di essere assistito e nutrito. Che effetto fa questa espressione? La cosa sarà legale, ma ciò non significa che non ponga alcun problema etico per chi deve collaborare a quell’intervento! Basta dire: “lo vuole lei o lo dice la legge”? Nutro qualche dubbio. Leggevo pure in un giornale a proposito dell’uccisione di un cane: “A Ferrara… un cane è stato giustiziato (con un colpo di fucile), … LEAL (Lega Antivivisezionista Lombarda) stigmatizza questo ennesimo abuso nei confronti degli animali, che ultimi degli ultimi sono sempre più spesso fatti oggetto di ogni genere di abuso, e dichiara di costituirsi parte civile e di voler seguire da vicino l’evolversi della vicenda affinché i colpevoli di questo grave reato ne rispondano nelle sedi opportune”. Un feto non sarà da considerare anch’esso almeno ‘ultimo degli ultimi’ per il quale qualcuno possa farsi qualche problema di fronte alla decisione di eliminarlo? Risposta: “E’ la legge che lo permette!”. Ho detto tante volte e lo ripeto che legale non coincide con etico e giusto, neanche se lo stabilisce un referendum, un parlamento, un tribunale o un giudice: la storia insegna!
Ho l’impressione che lo stesso linguaggio si stia ora usando, sensibilizzando le scuole, per far passare come grande conquista ciò che la clinica svizzera sta offrendo, perché diventi modello della legge in discussione sul fine vita. C’è chi conosce molto bene il peso che ha la persuasione più o meno occulta fatta passare per informazione… o altro. Chissà perché oggi chi vuole dominare in ogni ambito, commerciale, economico, politico e culturale deve investire nei mezzi di comunicazione e di persuasione, che mirano più a convincere che a dare a pensare ‘criticamente’. La grande macchina della propaganda mi fa pensare alla seconda bestia di cui parla l’Apocalisse che si presenta come un agnello ma parla come un drago e che “costringe la terra e i suoi abitanti ad adorare la prima bestia”. La prima bestia è il potere e la seconda bestia è la propaganda che induce tutti a obbedire al potere, chiunque se ne impossessi, sia esso culturale, economico o politico. Una cosa è l’autorità, altra cosa è il dominio.

+ Adriano Tessarollo – Nuova Scintilla n.10 -12 marzo 2017


Dati alla mano, la mancanza di medici che fanno aborti è una fake news

Perché il bando della Regione Lazio per soli “non obiettori” non ha senso. Cosa dicono i numeri, la Costituzione e la legge 194. Intervista ad Assuntina Morresi (Comitato Nazionale Bioetica)

Prima di parlare a sproposito di aborto e obiezione di coscienza sappiate che tutto quello che state leggendo sui giornali riguardo al bando della Regione Lazio per assumere due ginecologi non obiettori all’Ospedale San Camillo nasce intorno a una fake news: «È a rischio il servizio di interruzione volontaria di gravidanza». Lo ha affermato il governatore Nicola Zingaretti in una intervista a Repubblica, spiegando che nel Lazio «gli obiettori sono il 78 per cento. In questo modo il rischio è inverso a quello segnalato da chi si oppone al bando: e cioè che il diritto all’interruzione volontaria di gravidanza sia nei fatti quotidianamente negato alle donne».
È vero quello che dice Zingaretti (accuse negate con forza dal presidente dell’Ordine del medici di Roma e provincia, Giuseppe Lavra, che ha chiesto al presidente di revocare l’atto “iniquo”)?
«I dati della relazione al Parlamento, dati forniti direttamente dalle stesse Regioni al Ministero, raccolti struttura per struttura, e riferiti al 2014, dicono altro: in media in Italia ogni ginecologo non obiettore esegue 1,6 aborti ogni settimana. Nella Regione Lazio il carico di lavoro medio settimanale per ginecologo non obiettore, rilevato per Asl, è 3,2. Nella stessa relazione si nota che in una Asl del Lazio si raggiunge un valore molto diverso da questa media regionale: 7 aborti per ginecologo ogni settimana. Il che significa che se tutti i non obiettori effettuassero Ivg, ognuno avrebbe un carico di lavoro che non supera la mezza giornata. Difficile affermare con questi dati che in Lazio “il diritto all’interruzione volontaria di gravidanza è nei fatti quotidianamente negato alle donne”. I problemi, se ce ne sono, evidentemente sono altri, bisognerebbe vedere per esempio come sono distribuiti i non obiettori». Assuntina Morresi fa parte dal 2006 del Comitato Nazionale per la Bioetica, organo di consulenza della presidenza del Consiglio dei Ministri, e invita a non dire sciocchezze sugli obiettori di coscienza: «Non è vero che sono troppi».
Repubblica scrive che «l’abuso di obiezione di coscienza sta facendo riaprire piaghe antiche»: così sostengono i ginecologi della Laiga (Libera Associazione Italiana Ginecologi per l’applicazione della legge 194/78) che denunciano «pochi reparti disponibili, ecco perché aumentano gli aborti clandestini».
Ovviamente non esistono numeri certi sugli aborti clandestini. Ci sono stime effettuate dall’istituto Superiore di Sanità, basate su modelli dedicati, da cui risultano costanti da diversi anni.
Sempre la Laiga, per bocca del suo presidente Silvana Agatone, sostiene che non è vero che gli aborti sono calati perché i dati della relazione al Parlamento «registrano unicamente le interruzioni di gravidanza effettuate negli ospedali, non la “domanda” di aborti che è invece nettamente più alta». Come risponde?
Chiedo alla Laiga come si misura la domanda di aborto, se non con la richiesta di Ivg, dietro presentazione del documento che attesta lo stato di gravidanza, come previsto dalla legge. Come si misura la domanda di un qualsiasi servizio medico se non con le richieste? Ebbene, le richieste ci dicono che i tempi di attesa si stanno accorciando in Italia. Non solo: ci dicono che il 92,2 per cento degli aborti – dati 2015 – viene effettuato nella regione di residenza, e di questi l’87,9 nella provincia di residenza. Da quali indicatori dovremmo dedurre che le donne non riescono ad abortire, una volta che hanno in mano il certificato rilasciato dal medico? Se la Laiga dispone di dati diversi, li comunichi con precisione, per iscritto: spieghi in base a cosa stima che la domanda è diversa e qual è l’indicatore utilizzato.
Come possiamo pensare, chiede Agatone, «che la legge sia garantita se solo il 59,6 per cento degli ospedali hanno un reparto di Ivg e quindi un 40 non assicura il servizio»?
Così come non è possibile avere rianimazione, cardiologia o punti nascita in ogni ospedale, non è possibile avere punti aborto in ogni ospedale con reparto di ostetricia e ginecologia. A questo proposito invito la Laiga a leggere a pagina 47 della relazione al Parlamento i risultati di un paragone molto interessante tra i punti nascita e i “punti Ivg” per Regione normalizzato alle donne in età fertile: si legge che mentre gli aborti sono il 20 per cento delle nascite, i “punti Ivg” sono il 74 per cento dei punti nascita. Cioè sono quasi quattro volte tanto quello che dovrebbero essere, se si rispettassero le proporzioni fra aborti e nascite. Inoltre, andando a vedere i risultati del paragone regione per regione, tra punti nascita e punti aborto, si scopre per esempio che in Toscana, Umbria, Emilia Romagna e Liguria ci sono più punti aborto che punti nascita. Ricalibrando i dati sul nazionale possiamo affermare che per ogni 5 strutture in cui si fa Ivg ce ne sono 7 in cui si partorisce. Questo è il rapporto e questi sono i numeri. In base a cosa sarebbero insufficienti?
Ma tutti i medici non obiettori sono assegnati ai servizi Ivg?
Niente affatto, leggiamo nella relazione al parlamento i numeri di medici e di Ivg: nel 1983 i ginecologi non obiettori sono 1.607, nel 2014 sono 1.408. Nel 1983 però le Ivg sono 234 mila, nel 2014 diventano 96.500: se gli aborti si sono più che dimezzati, i medici non obiettori sono diminuiti pochissimo. Di questi, l’11 per cento a livello nazionale non è assegnato ai servizi di interruzione volontaria di gravidanza. Questo significa che ci sono amministrazioni che nonostante abbiano medici non obiettori a disposizione, li assegnano ad altri servizi perché evidentemente non sono necessari per le Ivg.
Il Fatto quotidiano strilla in prima pagina che «la coscienza non può ribaltare una legge». Ma l’obiezione non è un diritto garantito dalla Costituzione?
Non solo il diritto all’obiezione di coscienza è costituzionalmente fondato, il che significa che non è una gentile concessione del Parlamento, bensì è fra i princìpi fondanti della nostra Costituzione, ma la legge 194 lo disciplina esplicitamente. Nessuno sta ribaltando nulla perché i numeri dimostrano che non c’è mancanza di personale non obiettore, nemmeno disaggregando i dati per Asl. Se poi al San Camillo hanno problemi organizzativi, parliamone, e cerchiamo di capire quali sono, ma non diciamo sciocchezze sugli obiettori di coscienza: non è vero che sono troppi. Ricordiamo piuttosto che l’articolo 9 della 194 prevede esplicitamente che all’interno della Regione si possa ricorrere alla mobilità del personale, sia obiettore che non obiettore, proprio per applicare la legge.
La legge 194 si intitola “tutela sociale della maternità”: viste queste premesse, l’obiezione di coscienza di massa non dovrebbe costituire la regola e non un dato sul quale sorprendersi? Perché tutto finisce nel processo alla strega cattolica?
Riconoscere il diritto all’obiezione di coscienza è un segno di civiltà di una nazione. Obiettare o non obiettare è comunque una scelta personale che attiene al foro interno della coscienza e va rispettata qualunque essa sia. In Italia in trent’anni non abbiamo mai avuto contrasti tra il diritto di obiezione di coscienza e l’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza nei termini di legge; la percentuale dei medici obiettori è sempre stata alta (era il 59 per cento nel 1983), e non è diminuita negli anni, nonostante adesso siano medici persone che sono nate quando l’aborto era già legalizzato, e quindi per loro è un percorso già dato per acquisito: se anziché diminuire, come ci si poteva aspettare, gli obiettori sono aumentati diventando il 70 per cento dovremmo farci qualche domanda. I cattolici praticanti sono il 20 per cento della popolazione, quindi l’obiezione di coscienza non è legata solo a convincimenti religiosi, ma è proprio un convincimento personale di tanti professionisti. Perché? Dovrebbe poter fare il ginecologo solo chi è disposto a fare aborti? Per quale motivo, visto che, dal punto di vista numerico, è un’attività marginale nella professione di un ginecologo? Dobbiamo dire che fare aborti è il requisito fondamentale per un ginecologo? E questa non è discriminazione? E cosa resterebbe della deontologia e della coscienza personale? La 194 peraltro non vieta ai medici di cambiare idea, in un senso o nell’altro, durante il corso della propria vita, perché semplicemente non può farlo: questo vale per tutti e sicuramente anche per i due ginecologi del San Camillo. I Mentana che pensano (e dicono) che i ginecologi dovrebbero essere tutti disposti a fare gli aborti, altrimenti che cambino mestiere, vadano al cinema a guardarsi il film “La battaglia di Hacksaw Ridge“.
Subordinare la selezione di medici ginecologi sulla base di un requisito, quello della coscienza, trova cittadinanza legislativa? E non dà avvio a discriminazioni tanto che qualunque tribunale amministrativo potrebbe annullare il bando di concorso?
La questione da chiarire è questa: è possibile reclutare dottori non obiettori “a gettone”, cioè a tempo determinato, per questo specifico intervento. Diverse strutture già lo fanno. Ma assumere a tempo indeterminato ginecologi non obiettori significa assumere o non assumere un medico – per il quale gli aborti sono un’attività marginale – in base a un convincimento personale su una questione che attiene alla propria coscienza, ai convincimenti personali e professionali. E questo è profondamente incivile, innanzitutto e non è possibile: non è un caso che l’Ordine dei Medici di Roma si sia dichiarato contrario. Per questo rispetto all’obiezione si può sempre cambiare idea nel corso della propria vita professionale: qualunque giudice lo riconoscerebbe, non c’è bando che tenga.
Faccio un altro esempio: quando ci sono scioperi molto partecipati, ci si chiede innanzitutto il perché. Qui c’è l’evidenza di una questione squisitamente deontologica: il 70 per cento degli appartenenti a una categoria professionale si rifiuta di effettuare un intervento. Il restante 30 per cento è disponibile e riesce a coprire il servizio, in base ai numeri. Primo: se ci sono problemi di accesso è evidente che i problemi sono organizzativi, e allora parliamo di quelli. Se invece per quel restante 30 per cento anche i pochi interventi a testa sono giudicati “troppi”, allora il problema, per loro, non è il carico di lavoro, ma la gravosità di quel lavoro. Di questo dovremmo parlare. E poi, terzo, dovremmo capire perché una fetta così importante di ginecologi si rifiuta di fare Ivg. Impariamo a ragionare sui numeri e cerchiamo di porci le domande giuste.

Caterina Giojelli Tempi 24/02/2017


Il Mondo Nuovo che si vede e non vogliamo. Se libertà e amore si fanno contratto

Il Mondo Nuovo è già qui. I notiziari degli ultimi giorni ce lo hanno mostrato con chiarezza: un mondo dove la mamma può anche non esserci, e si può dire che un bambino è figlio dei due uomini che lo hanno ‘commissionato’; un mondo dove ci si può far uccidere quando la vita diventa insopportabile, o, in alternativa, si può lasciar scritto di lasciarci pure morire di fame e di sete se, una volta malati o comunque inabili, non riusciamo più a nutrirci da soli e a comunicare. Eppure non è il mondo che abbiamo scelto: in Italia non ci sono leggi approvate dai nostri rappresentanti in Parlamento che consentano l’utero in affitto, il suicidio assistito o l’eutanasia, anzi, al contrario, le nostre leggi vietano tutto questo.
E i princìpi del nostro ordinamento sono orientati, secondo una grande e faticosamente costruita tradizione, al favor vitae. Anche il matrimonio fra persone dello stesso sesso non è legge, perché non è uscito trionfante dalla porta principale del Paese (il Parlamento), eppure sta saltando fuori dalla finestra, con le peggiori interpretazioni possibili della legge sbagliata sulle unioni civili e una piccola e insistente serie di sentenze che puntano a rendere del tutto matrimoniale – anche nel senso di genitoriale – la convivenza tra persone dello stesso sesso.
È lo Zeitgeist, lo spirito del tempo, o, per dirla più concretamente, una fortissima pressione culturale e mediatica, capillare, pervasiva e a tratti persino minacciosa, che lascia poco spazio al confronto e al dissenso, spesso confinato nello spazio anarchico ed eccitato del Web. Uno Zeitgeistche non nasce dalle esigenze e dal sentire della gente, ma dalle élite e dai circoli di pensiero e di potere anche economico che dominano per la debolezza della politica, e che emergono soprattutto nella comunicazione e in certa magistratura. La legge 40, approvata dal Parlamento e confermata dal clamoroso fallimento di un referendum popolare abrogativo, è stata stravolta a colpi di sentenze che tra l’altro hanno consentito la fecondazione eterologa, aprendo a una nuova genitorialità.
Ed è stata una Corte d’Appello, martedì, a stabilire che due uomini possono assoldare una donna per partorire un bambino (due, nel caso) e farselo consegnare, e che debbono essere approvati – anziché sanzionati come prevedono le norme – nel nome di una realtà ormai consolidata, cioè del fatto compiuto. Si sta delineando un nuovo modello antropologico e valoriale, un mondo in cui non conta nulla persino la relazione più evidente fin dall’alba dell’umanità, il legame con chi ci ha dati alla luce. Nel Mondo Nuovo che è già qui a valere sono i contratti. Non si è genitori perché si è generato un bambino ma perché lo si è desiderato e commissionato con apposito contratto. Si legittima l’acquisto di gameti e la vendita del neonato previa regolamentazione di concepimento, gravidanza e parto, e in forza del contratto i due acquirenti sono chiamati entrambi papà.
È vero, certo, che i bambini di cui si è trattato nell’ordinanza di Trento vivono da sei anni con i due uomini, uno dei quali è il padre biologico. È però altrettanto vero che l’altro uomo non è un altro padre, ma il cointestatario del contratto. E che nominarlo padre non era necessario, ed è avvenuto in violazione di tutte le leggi italiane oggi in vigore. Nessuno chiede di sottrarre i bambini al padre biologico, ma è inevitabile chiedersi come sia possibile che non si faccia valere e pesare il reato commesso ‘affittando’ il grembo di una donna per farle fare figli di altri. Per questa via si legittima l’usucapione dei bambini: uno se li procura come vuole, basta che se ne prenda cura vivendoci insieme un po’ di tempo, e diventano suoi. Pure la morte su richiesta avviene per contratto: se ti dico che la mia vita a certe condizioni è (o sarà) insopportabile e firmo l’apposito modulo, tu, medico, mi devi uccidere.
Anche qui, tutto accuratamente regolato: la ‘dignità del morire’ si concretizza nel marchingegno per bere i barbiturici se non ce la fai da solo. E se il criterio per essere uccisi nella legalità è una vita diventata insopportabile, allora non si potrà negare la morte a chi non riesce a vivere dopo la scomparsa di un figlio, o del compagno di una vita: chi l’ha detto che il dolore per un lutto è meno forte di quello per una disabilità, anche grave? Sarà sufficiente predisporre un regolare contratto. È così che libertà, amore e vita stessa si fanno contratto. Siamo sicuri di volere proprio questo Mondo Nuovo?

Assuntina Morresi – 2 marzo 2017 – Avvenire


Il Parlamento dichiari l’utero in affitto un reato universale. Parla Massimo Gandolfini

Primo: “Era evidente che le unioni civili così concepite dalla legge Cirinnà avrebbero lasciato la patata bollente ai tribunali, a una giurisprudenza creativa che oggi si pronuncia come si pronuncia”. Secondo: “Politica e giurisprudenza devono chiedersi qual è il miglior interesse per il bambino. E questo, lo dicono decenni di studi scientifici, è crescere con un padre e una madre”. Terzo: “Il laicato cattolico deve tornare ad essere protagonista politico e culturale. Deve avere le idee chiare”. Parola di Massimo Gandolfini, portavoce del comitato Difendiamo i nostri figli (medico chirurgo specializzato in Neurochirurgia e Psichiatria – ndr), che poi dice: “In Italia la maternità surrogata è condannata dalla legge 40. Solo che la giurisprudenza usa spesso un’altra legge, la 184, per legittimare pratiche illegali col pretesto della continuità affettiva. Quindi occorre una norma che dichiari che l’utero in affitto, la Gpa, la gestazione per altri, è reato universale, indipendentemente se compiuto in Italia o all’estero”.

Ecco la conversione completa di Formiche.net con Gandolfini.

Professore, la madrina delle unioni civili, Monica Cirinnà, esulta e riconosce che con l’ordinanza della Corte di appello di Trento si va oltre la stepchild adoption che pure, alla fine, per convenienza politica si era stralciata…
Che si sarebbe comunque arrivati a questo punto lo avevamo capito e denunciato da subito. Era evidente che le unioni civili così concepite avrebbero lasciato la patata bollente ai tribunali, a una giurisprudenza creativa che oggi si pronuncia come si pronuncia. E non è che l’inizio. Arriveremo all’adozione per gli omosessuali.
Quei due gemelli ci sono. Non crede che riconoscendo entrambi i componenti della coppia come genitori si sia deciso per non creare un danno ai minori?
Ma così si legittima tutto. Non è perché ci si trova di fronte ad una questione di fatto che per forza tutto va bene. Altrimenti è un ricatto. Faccio un paragone inappropriato, solo per spiegarmi: sappiamo quanto sia diffusa l’illegalità fiscale. Visto che c’è, facciamo una legge per legittimarla? Il problema è ben più serio.
Cosa c’è in ballo?
Politica e giurisprudenza devono chiedersi qual è il miglior interesse per il bambino. E questo, lo dicono decenni di studi scientifici, è crescere con un padre e una madre. Affermare il contrario è contraddire tutta la letteratura in tema di psiconeurologia dell’età evolutiva che mostra che è indispensabile per lo sviluppo organico ed equilibrato della personalità del bimbo e la costruzione dell’identità di sé che ci sia questa presenza madre/femmina, padre/maschio. Non è questione di religione. Lo scriveva Freud nel 1931 in Totem e tabù, lo ha riaffermato Lacan, e via via fino ad oggi. Ci rendiamo conto che quei bambini sono il frutto degli ovuli di una donna? Hanno passato nove mesi nella pancia di un’altra donna che ha offerto il suo utero. Che in quei mesi hanno sviluppato un rapporto? Poi il vuoto. Tutto cancellato, non hanno più la mamma.
Lei cosa propone?
Innanzitutto dobbiamo ricordare che in Italia la maternità surrogata è condannata dalla legge 40. Solo che la giurisprudenza usa spesso un’altra legge, la 184, per legittimare pratiche illegali col pretesto della continuità affettiva. Quindi occorre una norma che dichiari che l’utero in affitto, la Gpa, la gestazione per altri, è reato universale, indipendentemente se compiuto in Italia o all’estero.
E se nonostante una nuova legge qualcuno continuasse a ricorrere alla Gpa?
Quella povera vittima che è il piccolo andrà tolto alla coppia committente, che è andata all’estero contro la legge, e andrà dato in adozione. È una misura estrema, per far sì che il bambino cresca in un contesto genitoriale fatto di una madre e di un padre.
Nell’ordinanza si esclude esplicitamente che nel nostro ordinamento “vi sia un modello di genitorialità esclusivamente fondato sul legame biologico tra genitore e nato”. Si evidenzia “l’importanza del concetto di responsabilità genitoriale” anche “indipendentemente dal dato genetico”.
Ecco, ci mancavano proprio dei giudici che si mettono a fare i medici. Questa è un’invenzione, una posizione ideologica. Non si può prescindere dal dato biologico, che è il fondamento della nostra struttura. Cromosomi XX per la donna, XY per l’uomo. È una differenza che non plasma solo il corpo, ma anche il cervello. Lo sa bene chi intraprende un percorso di cambio del sesso, che ha necessità di assumere ormoni per smorzare anche queste differenze.
Nella discussione sulle unioni civili i parlamentari cattolici non erano certo compatti. Così il mondo delle associazioni. A qualcuno oggi fischieranno le orecchie rispetto a quanto annunciavate sulle conseguenze della legge Cirinnà così concepita, nonostante lo stralcio della stepchild?
Un esame di coscienza servirebbe. Una sana resipiscenza e finalmente ammettere: ci siamo sbagliati a sottovalutare una legge che ha creato una grande confusione tra unioni civili e famiglia. Noi non abbiamo mai contestato che si desse una costituzione giuridica alle coppie omosessuali conviventi. Ma in modo appropriato, lavorando sugli aspetti civilistici, sul mutuo soccorso. È nato qualcosa di ben diverso. Tra mediazioni e compromessi, sono sempre gli altri che vincono. Loro non recedono di un passo. Mentre i cattolici perdono. Il problema è che ormai i grandi temi antropologici sono scivolati a pagina cento dei programmi politici. Si insiste su economia e finanza, va bene, ma su questioni cruciali si è creato il vuoto. I partiti sono diventati un luogo di potere e tanti cattolici in politica li sfruttano come tali.
Quale sfida si sente di raccogliere?
Quella che portiamo avanti da anni. Il laicato cattolico deve tornare ad essere protagonista politico e culturale. Deve avere le idee chiare. Altrimenti continuerà ad essere solo impegnato nella mera occupazione di spazi di potere. Inoltre, oggi c’è, tranne rarissime eccezioni, un livello politico spaventoso. Penso a mio padre che faceva politica ai tempi di De Gasperi. Nei ragionamenti di quel periodo, ma penso anche a politici lontani da me come Berlinguer o Nenni, si respirava cultura. Oggi, a parte rarissime eccezioni, i discorsi politici sono fatti di nulla e banalità. Tantissimi in Parlamento votano senza nemmeno sapere di che cosa si tratta.
A proposito di esami di coscienza. Non trova che anche nel suo schieramento – sia pure così frastagliato – della difesa della famiglia e della libertà di educazione, spesso tanti militanti si lascino andare a espressioni violente?
C’è in generale un problema educativo, un imbarbarimento dove sembra che non si è ascoltati se non si grida più forte. Non dobbiamo cedere all’aggressività. Mai discriminare, ma sempre fermi sui valori. Poi attenzione.
Attenzione?
C’è un popolo che è sempre più arrabbiato e con questo dobbiamo fare i conti. Le famiglie sono sempre più esasperate di fronte a percorsi educativi nelle scuole che vogliono far passare il gender come cosa pacifica, o una ipersessualizzazione precoce. Se il ministero non agisce, molti non saranno più controllabili.
Cosa intende?
Può succedere l’imprevedibile. Proteste di piazza, disobbedienza civile. Come gruppo dirigente cerchiamo di moderare e prevenire i confitti. Basterebbe un po’ di buon senso da parte della classe politica. Basterebbe cominciare ad ascoltare il popolo.
Dal suo punto di vista rispetto a certi temi l’episcopato può fare di più?
La Chiesa non è mai venuta meno; i vescovi fanno il loro mestiere. Quello che manca oggi è la coscienza dei cattolici. Noi siamo una minoranza, ma continuiamo a tenere accesa la fiaccola nelle tenebre antropologiche del nostro tempo.
Il Papa coi suoi appelli alla misericordia e alla comprensione, l’affermare di non capire la dizione “principi non negoziabili”…
No, no, aspetti: il Papa è chiarissimo. Pochi giorni fa all’Angelus ha di nuovo ribadito che la vita è sacra, dall’inizio alla fine. È cristallino nel giudizio sulla colonizzazione ideologica del gender. Semmai sono i media che lo strumentalizzano. E non solo: ci sono anche alcuni uomini di Chiesa che usufruiscono delle sue parole per piegarlo alla propria agenda.
Inevitabile non pensare a chi, anche nel mondo cattolico, guarda al suicidio assistito come ad una scelta di libertà.
Appunto: sono spesso i cattolici che tradiscono i punti cruciali dell’antropologia, e del magistero che li ricorda. In politica si può e si deve mediare, ma solo avendo al centro il punto fisso della sacralità della vita e del bene dell’uomo.
A questo proposito: come segue la discussione parlamentare sul testamento biologico? Si trasformerà in una chiave per aprire all’eutanasia?
Il rischio c’è. Intanto va tenuto fermo il ruolo del medico, che non può essere un mero esecutore di volontà espresse a tavolino anni prima di un evento drammatico. Se togliamo di mezzo questo non ci siamo. Il testamento biologico non è come quello patrimoniale, le condizioni cambiano continuamente. Lo dico da neurochirurgo ma non certo per una difesa di categoria. Il medico, nel momento in cui si verifica una situazione traumatica, ha la possibilità e il dovere di fornire valutazione in base agli esami più recenti, alle possibili terapie da applicare. Non è che si prende semplicemente un foglio dal cassetto e automaticamente si decide di non intervenire per il bene del paziente.
Il giurista Angelo Schillaci, commentando il decreto della Corte di Trento, ha scritto che per la prima volta a proposito di una famiglia omogenitoriale con due padri, si conferma che “madri e padri si diventa non soltanto grazie al corpo e ai geni, ma anche e soprattutto grazie all’intenzione, dunque al desiderio che sappia tradursi in consapevole assunzione di responsabilità”. Viene in mente Abraham Heschel e la “tirannia dei bisogni”.
Ormai il desiderio, anche il più assurdo, ha la pretesa di essere un diritto. Desidero morire? Allora pretendo che qualcuno mi assista. Desidero un bambino? Pretendo di ottenerlo a tutti i costi. Poi, secondo punto, abbiamo perso il senso del limite, nell’esasperazione paranoica dell’autodeterminazione. I diritti civili sono nati come diritto a non subire discriminazioni. Oggi sono ridotti a desiderio. Si sono trasformati in “diritti incivili”. Cioè, contro l’uomo. In Olanda e in altri Paesi del Nord Europa questi pretesi diritti sono legge da anni. Sono Paesi felici? Mi risulta siano in crescita separazioni, tossicodipendenza, solitudine, suicidi.

da Formiche.net – 02-03-2017


Figli di due papà, ciò che la Corte di Trento non ha considerato

Francamente non mi riesce di condividere l’ordinanza della Corte di Trento che ha riconosciuto, disponendone la trascrizione nei registri dello stato civile, l’atto di nascita di due bimbi nati in Canada attraverso la tecnica di procreazione assistita (maternità surrogata o utero in affitto), bimbi che ora si trovano ad avere due padri e nessuna madre. Come accade in casi del genere, per fortuna assai rari, gli osservatori si sono subito schierati su due fronti opposti. I progressisti si dichiarano entusiasti e annotano il provvedimento tra i migliori prodotti della nostra giurisprudenza, i conservatori, tra cui evidentemente devo collocarmi, lo criticano con decisione relegandolo tra gli errori più madornali degli ultimi tempi.
Secondo la Corte la decisione non sarebbe contraria all’ordine pubblico nazionale perché a tal fine non può bastare una mera divergenza o occasionale incompatibilità con la legge in vigore specie se questa è l’espressione della discrezionalità del legislatore in un determinato momento storico. Se si comprende bene il pensiero dei giudici, il fatto che la legge in vigore (soprattutto la nota 40 del 2004) non autorizzi la tecnica di procreazione assistita (i due soggetti sono conviventi ma dello stesso sesso) non esclude il riconoscimento di un atto compiuto all’estero perché il divieto sarebbe appunto l’effetto di una scelta discrezionale del legislatore ordinario che bene avrebbe potuto dire il contrario. In definitiva non si tratterebbe di una conseguenza obbligata discendente da principi assoluti, ma di una mera opzione discrezionale, certamente rispettabile, ma non tale da escludere la possibilità di una diversa soluzione, magari a breve distanza di tempo.
Ammetto che non capisco l’argomento. Il divieto è assistito e rinforzato da una grave sanzione pecuniaria per il caso dell’eventuale violazione. Inoltre l’organizzazione o la pubblicizzazione della maternità surrogata è punita fino a due anni di reclusione, segno inequivocabile del rifiuto assoluto del sistema da parte del nostro ordinamento. Non è chiaro che cosa si pretenda di più dai giudici per riconoscere che si tratta di palese contrarietà all’ordine pubblico.
Il secondo argomento è ancora meno convincente. Il riconoscimento dell’atto e la trascrizione sarebbero stati decisi anche in funzione del superiore interesse della prole. Certo, se i bambini fossero stati condannati a rimanere per sempre senza madre e senza padre nel caso si fosse respinta l’istanza, si sarebbe potuto forse discutere. Invece per la Corte, meglio comunque due padri subito anche se senza madre che nessun genitore. Sembra incredibile, ma i giudici sembrano ignorare che i due minori sono destinati a vivere in un ambiente sociale dove la normalità esige la contemporanea presenza di genitori di sangue o elettivi di sesso diverso. Ora dovranno navigare tra incertezze e difficoltà di ogni genere, quando una facile adozione avrebbe potuto ovviare ad ogni problema.
Non voglio dire che i due omosessuali di Trento hanno agito spinti dall’egoismo, ma è certo difficile concludere che hanno dimostrato generosità e piena disponibilità. Ma non si devono giudicare i due conviventi omosessuali, bensì stabilire se i giudici di Trento si siano attenuti alle disposizioni in vigore. Personalmente sono molto perplesso e anzi sono persuaso che si tratti di un errore. Sarebbe bastato riflettere che in occasione dell’approvazione della legge sulle unioni civili fu accantonata la proposta di introduzione della stepchild adoption cioè dell’adozione da parte del convivente dei figli del compagno o della compagna. E l’accantonamento fu determinato senza alcun dubbio dalla contrarietà in larga misura già dimostrata dalla maggioranza. E invece oggi la Corte di Trento avalla un principio molto più avanzato e ardito sul quale è difficile pensare che le Camere sarebbero d’accordo. Non è questo, da solo, un argomento decisivo per concludere che il riconoscimento dell’atto di nascita è contro la legge e contro l’ordine pubblico?

di Ennio Fortuna (Magistrato in pensione) Il Gazzettino 08/03/2017


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