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IL VESCOVO DI CHIOGGIA E LA QUESTIONE MIGRANTI

Lug 28, 2018   //   by mauro   //   Riflessioni, Spunti di riflessione, Vescovo  //  No Comments

In merito al pensiero del vescovo di Chioggia sulla questione migranti, al di là della copertina di “Famiglia cristiana” e degli “elogi” di Salvini, riportiamo l’intervento di mons. Adriano Tessarollo comparso nel numero scorso del settimanale diocesano “Nuova Scintilla” (del 22/7, p. 11) – nella rubrica “Commentando” che il vescovo tiene ogni settimana a commento di eventi di attualità -, in cui il vescovo di Chioggia esprime in modo chiaro e compiuto il suo pensiero. Consigliamo a tutti di leggerlo attentamente.

Riportiamo anche, dall’ultimo numero del settimanale (del 29/7, p. 9), la risposta del vescovo Adriano ad una lettera critica inviata al giornale da Barbara Penzo a nome di “Chioggia accoglie” (mentre invitiamo eventualmente a leggere la lettera nel settimanale).

 

COMMENTANDO…
Ancora sui “migranti e rifugiati”

“Piglia qui … va’ qui da Maria vedova; lasciale questa roba, e dille che è per stare un po’ allegra co’ suoi bambini. Ma con buona maniera, ve’; che non paia che tu le faccia l’elemosina”, leggiamo verso la fine del capitolo 24° dei Promessi Sposi. Sono le parole del sarto del paese che manda qualcosa da mangiare ad una povera vedova e ai suoi figli, in tempo pur di carestia. In questi giorni continua ad infiammarsi il dibattito su tale questione, ma a me sembra che non prenda la direzione giusta. Dovrebbe essere chiaro che accogliere significa non solo fare la prima carità, ma poi essere in grado di dare la possibilità di una vita dignitosa. E ciascuno, come si diceva una volta, “deve fare il passo secondo la sua gamba”. Accogliere indiscriminatamente, per poi impedire di muoversi, di circolare, di operare, di lavorare nelle condizioni umane, di metter su casa, di prospettarsi una vita normale, non è una soluzione. Anzi, in simili situazioni si espongono le persone al disprezzo e all’ostilità della gente, dato che la loro condizione li espone a trovare espedienti per vivere, magari ricorrendo allo spaccio di droga, a qualche furto o rapina, a fare i venditori ambulanti di merce contraffatta, alla prostituzione, al lavoro nero e a quant’altro. Il dibattito non è tanto sul farli sbarcare o meno, ma sulle condizioni alle quali possono essere accolti. Altrimenti è meglio trovare la via per far loro capire che partire è un rischio e non un’opportunità, è un’occasione per farsi ulteriormente sfruttare e schiavizzare, più che offrire loro una via di libertà e di vita migliore. Certo, bisogna rispondere all’emergenza di ‘salvarli dalle acque’, ma poi rimane tutto il resto, che è il di più. È piuttosto facile dire: “ve li portiamo lì”, poi arrangiatevi voi. Questo lo fanno già gli scafisti, dopo essersi fatti ben pagare e averli spogliati di tutto, anche della loro dignità! Accogliere significa dare loro quanto prima la possibilità di ‘cominciare a vivere con dignità’, insegnare loro il rispetto dell’altro e delle leggi del paese che li accoglie, dare loro la possibilità di guadagnarsi il pane con il sudore della fronte, come tutti, senza disumani sfruttamenti e in condizioni di alloggio pur modeste ma dignitose, potendo a loro volta contribuire al bene dello Stato in cui ritengono di fissare la loro dimora. Ci vorrà la pazienza costruttiva per creare queste condizioni, non anni e anni di precarietà, di inattività, di chiusura in recinti di cosiddetta accoglienza, e di sfruttamenti di vario genere o di violenze e illegalità. Questo sarà possibile se l’Europa, non solo l’Italia, lo concede e lo vuole. Quando uno entra in Europa è in Europa e ha il diritto di muoversi e di cercare in Europa. Italia e Grecia sono in Europa, e dunque l’Europa si deve assumere la responsabilità di dire: o accogliamo o respingiamo, senza altre ipocrisie. Altrimenti diventa ancora una volta fare un po’ di carità, come fatto con la Turchia o con la Libia: vi diamo qualcosa, ma teneteveli là! Così stanno facendo anche con l’Italia: dovete accoglierli, ve li portiamo anche con nostre navi, ma una volta sbarcati sono vostri, pensateci voi. Con tanto di accordi di Dublino e l’insipienza di chi li ha firmati! Per questo in passato chi arrivava cercava di fuggire prima di essere registrato in Italia. Ma poi i signori Stati vocini hanno sbarrato le frontiere, permettendosi tutti i respingimenti, giustificati solo dal fatto che non si trovavano nella condizione di “essere salvati dalle acque”. Ma anche chi fa accoglienza in Italia lo fa gratuitamente? E per quanto lo si può fare? E a quali condizioni? Anche il denaro pubblico con cui si finanzia chi gestisce le accoglienze sarà sempre disponibile?
+ Adriano Tessarollo

(Dal n. 29 del 22/7/18 di “Nuova Scintilla”, p. 11)

In risposta alla lettera inviata da Barbara Penzo a nome di “Chioggia accoglie”

Gentile Signora, fa piacere e onore quanto ha fatto e può fare ‘Chioggia accoglie’ che, aggiunto a quanto altre realtà pure fanno, inserisce anche Chioggia, civile e cristiana, nel tessuto di quanti operano per dare una prima risposta all’emergenza di accoglienza di profughi e di immigrati ‘comunque in fuga dalle loro terre’. “Unum facere et aliud non omittere”! Di fronte ad ogni uomo la cui esistenza versa in condizioni di rischio o di forte precarietà, non è né umano né cristiano ‘girare’ lo sguardo altrove. Questo non si deve omettere ed è la prima cosa da fare in ordine cronologico! Ma prendere atto di ciò che continua a generare queste situazioni è la prima cosa da fare in ordine logico e tutte le Istituzioni devono farlo. Bisogna andare oltre, porre a tema la radice del problema e dargli una soluzione, nei tempi e modi possibili, che non lasci insoluto il problema di una vita dignitosamente umana delle persone costrette a fuggire dalla loro terra in maniera pericolosa, esponendosi a rischi, sfruttamenti economici e torture di ogni genere. Occorre poi pure poter offrire una soluzione di vita altrettanto dignitosamente stabile nel territorio dove cercano rifugio o decidono di abitare, o anche magari favorire la possibilità di ritorno alle loro terre e il ricongiungimento ai loro cari, una volta che si apre loro tale possibilità e desiderio. Un cordiale saluto e augurio di ‘buon lavoro’.
+ Adriano

(Dal n. 30 del 29/7/18 di “Nuova Scintilla”, p. 9)

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