• Subcribe to Our RSS Feed

Meditazione di mons. Pizzaballa: XVIII Domenica del Tempo Ordinario

Ago 4, 2018   //   by mauro   //   Riflessioni  //  No Comments

Ogni dono porta con sé delle domande.

Quando abbiamo tra le mani qualcosa che abbiamo comprato, questo non ci suscita stupore o interrogativi: l’abbiamo comprato noi, sappiamo da dove viene, quanto vale, a cosa serve…

Ma quando qualcuno ci regala qualcosa, allora cominciamo a farci delle domande. E ancor più quando il dono è gratuito, inaspettato, quando non avevamo neppure fatto in tempo a desiderarlo.

Ogni dono rimanda ad altro, rimanda a chi ce lo ha donato: perché l’ha fatto? Chi è costui? Cosa voleva dirmi?

Domenica scorsa abbiamo visto il dono di Gesù alla folla, che si è saziata del suo pane. Ne è anche avanzato.

Tutto il resto del capitolo 6 di Giovanni raccoglie le domande che questo dono ha suscitato e, attraverso esse, possiamo avvicinarci a comprendere cosa significa quel dono, chi è quel Pane.

Abitualmente si parla di questo capitolo come del “discorso” di Gesù nella sinagoga di Cafarnao. In realtà, non è un discorso, ma un dialogo che nasce dalle domande suscitate nella folla dal dono del pane. Non è un monologo, perché Dio non fa mai monologhi.

In altre parti del Vangelo, Gesù si lamenta quando la gente non fa domande, non reagisce, ed è come quella generazione a cui si suona il flauto, e loro non danzano; si canta un lamento, e loro non piangono (cfr Lc 7,31-35).

Bisogna allora imparare a porci le domande, ma anche a non porci le domande sbagliate, come vediamo invece nel Vangelo di oggi.

Subito dopo la moltiplicazione del pane, infatti, i discepoli salgono sulla barca e si dirigono all’altra riva. Gesù non va subito con loro, ma li raggiunge nella notte, con il lago in tempesta, camminando sull’acqua (Gv 6,16-21).

La gente è stupita dell’accaduto: se non è partito sulla barca, come fa ad essere arrivato dall’altra parte?

Questa è la prima domanda, ed è una domanda che dice lo stupore di fronte a questo maestro prodigioso e misterioso, questo maestro sfuggente: Gesù fugge di fronte a coloro che lo cercano per farlo re (Gv 6,15), ma sfugge anche di fronte a questa pretesa di sapere tutto di Lui, di possederlo, di controllarlo.

Ebbene, Gesù dice che questa non è la domanda giusta, perché loro lo stanno cercando non per conoscerlo, ma per possederlo. Per garantirsi la presenza di questo profeta capace di togliere loro la fame.

Non cercano Gesù, ma cercano il pane; o meglio, non cercano Gesù perché cercano solo il pane. Si accontentano insomma del pane senza andare oltre.

La domanda vera, dunque, non è quella della folla: “Rabbi, come sei venuto qui?” (Gv 6,25), ma è quella nascosta tra le pieghe della risposta di Gesù: “Voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato” (Gv 6,26). La domanda giusta è chiedersi cosa stiamo cercando, quando cerchiamo Gesù.

È la domanda che percorre il Vangelo di Giovanni, dall’inizio alla fine. Gesù la rivolge una prima volta ai discepoli del Battista, che lasciano il loro primo maestro per seguire Lui (Gv 1,38), e la ripete a Maria di Magdala che piangente lo cerca tra i morti (Gv 20,15).

Ma l’uomo non sa cosa cerca, e spesso non sa neppure che c’è qualcosa oltre il pane, cioè oltre se stesso.

Invece Gesù vuole proprio portarci lì.

Per questo Gesù accende nei suoi interlocutori una fame nuova, e li invita a cercare un cibo che nutre di una vita che non muore: “Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna” (Gv 6,27).

Qual è questo pane? È quello “che il Figlio dell’uomo vi darà” (Gv 6,27).

Potremmo dire che il pane che nutre di vita eterna è la vita stessa di Dio che si fa dono: noi ci nutriamo del dono di Dio, e questo dono è la vita stessa di Gesù. Lui è il vero pane della vita (Gv 6,35).

Tra i suoi interlocutori, subito c’è chi pensa che per avere questo pane ci sia qualcosa da fare (Gv 6,28), ma non è così: in pochi versetti ritorna più volte, quasi in modo martellante, il termine “dono”. Solo ciò che è dono può nutrirci veramente, e quel pane, che Gesù ha moltiplicato, sta lì a dire che Dio stesso è dono, e che solo se ci nutriamo del suo dono possiamo veramente vivere.

Nutrirci di Lui è l’unica opera che ci è chiesto di fare, e quest’opera si chiama fede (Gv 6,29); si tratta “solo” di credere in Lui, di andare a Lui, di fidarsi di questo dono capace di nutrire in profondità la nostra fame di vita e di amore. Si tratta solo di entrare in un’ottica nuova di vita, nell’ottica del regno, in cui la vita è donata gratuitamente.

È il primo passo di questo capitolo 6 di Giovanni, in cui Gesù inizia a parlare di un altro pane, e di un’altra fame: un pane che è solo dono e una fame che si sazia solo accogliendo la vita.

+Pierbattista

Leave a comment

You must be logged in to post a comment.

error:

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi