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Meditazione di Don A. Iapicca – Vangelo II Domenica di Avvento

Dic 9, 2017   //   by mauro   //   Bollettino Parrocchiale, Riflessioni  //  No Comments

Chi di noi non vorrebbe avere la possibilità di ricominciare? Chi non ha qualcosa che vorrebbe poter rifare dal principio? Magari una parola sfuggita. O una relazione, la scelta del liceo o dell’università, forse addirittura il matrimonio.

Per questo, tutti, chi più chi meno, portiamo dentro un profondo senso di colpa, segreto e spesso inconfessabile. Come una parete laggiù, nel fondo del nostro intimo, dove sbattiamo ogni volta che qualcosa ci si sbriciola tra le mani.

Di norma accusiamo gli altri, ma è per non accusare noi stessi. Ma il senso di colpa che la cultura contemporanea vorrebbe estirpare – l’arrembante teoria di genere ne è un esempio – non è un male, anzi: “Il senso di colpa, che rompe una falsa serenità di coscienza e che può esser definito come una protesta della coscienza contro l’esistenza soddisfatta di sé, è altrettanto necessario per l’uomo quanto il dolore fisico, quale sintomo che permette di riconoscere i disturbi alle normali funzioni dell’organismo. Chi non è più capace di percepire la colpa è spiritualmente ammalato” (Card. Ratzinger).

Forse lo abbiamo sperimentato quando, assaliti dal senso di colpa, per non morirne ci siamo chiusi accarezzando voluttuosamente la nostra frustrazione, decidendo così di essere i più sfortunati al mondo, unico responsabile dei nostri dolori.

E abbiamo finito con il fare di questo la nostra identità ben riconoscibile, una sorta di vendetta contro il mondo crudele che non ci capisce. Quanti, proprio per questa attitudine divenuta abitudine, non riescono ad avere relazioni stabili e non possono decidere di sposarsi. Quanti saltano da un amico all’altro, da un’attività a un’altra, insoddisfatti e sfiduciati. Per difendersi, hanno lentamente anestetizzato la coscienza, precipitando infine in crisi che si trasformano in depressioni tragiche, che spengono la vita.

Per questo la Chiesa, che conosce bene il cuore dell’uomo, attraverso la liturgia di questa II domenica di Avvento ci prende per mano e ci conduce al fondo del nostro intimo, dove, soli con noi stessi, ci sentiamo in esilio.

Ed è solo qui, nella verità, che possiamo ascoltare la Parola come un Vangelo, una Buona Notizia. “Esilio”, in ebraico “galuth”, ha la sua radice etimologica in “glh”, che significa proprio svelare, rivelare, apparire. L’esilio non è solo un luogo fisico, ma anche una condizione del cuore o una situazione nella quale ci troviamo lontani dalla patria, l’unica che ci si addice, quella per cui siamo stati creati. L’esilio è la rivelazione della nostra realtà precipitata fuori dal Paradiso.

Non sembrano Babilonia le nostre case, non ci viviamo in esilio con le nostre famiglie? Vorremmo amare, donarci, ma non possiamo! Vorremmo resettare quei momenti in cui abbiamo offeso, tradito, mentito, schiacciare il pulsante di riavvolgimento del film di quegli istanti terribili della nostra vita. Ma non possiamo! Siamo lontani dalla nostra terra, da Gerusalemme, dal tempio, da Dio!

Per questo non possiamo perdonare, e tanti divorziano. Da dove viene questo tsunami relativista che vorrebbe annegare nell’indifferenziazione uomo e donna? Dall’incapacità di perdonare l’altro così com’è, perché filosofie e ideologie hanno ceduto all’inganno del demonio che, da sempre, ha sedotto l’uomo facendogli credere di poter diventare uguale a Dio. E’ questa la prima indifferenziazione, la teoria di genere affonda qui le sue radici. Se non c’è differenza tra Dio e l’uomo non esiste neanche il peccato originale; anzi, questo è un’invenzione della Chiesa per limitare e poter sottomettere gli uomini.

Ma il male esiste, le differenze rientrano dalla finestra. Come rispondere? Con il perdono e il farsi carico dei peccati dell’altro no assolutamente. Significherebbe accettare che ci sono differenze e che la persona, nella sua libertà più forte di ogni condizionamento, è capace di operare il male. Allora si risponde come spesso facciamo noi: accusando l’altro, identificato nelle strutture della società capitalistica, nella morale borghese e cattolica, sino all’idea stessa di famiglia naturale costituita da uomo e donna.

E tutto perché, avendo cancellato dai radar il peccato, si è persa di vista la causa dell’esilio di Adamo ed Eva lontano dal Paradiso, del popolo ebraico fuori dalla terra di Israele a Babilonia e di ciascun uomo che vaga infelice incapace di amare perché ha perduto Gerusalemme, il Tempio, il Santo dei Santi e l’Arca della presenza di Dio, e vive anni luce distante dalla natura divina che il Creatore aveva impresso in lui.

Per questo gran parte della psicologia e dei moderni metodi educativi mirano ad esorcizzare il senso di colpa, immaginando una società che riesca a seppellire la coscienza. Ma se il peccato è un’invenzione perversa allora non esiste neppure l’esilio: esiste solo questa vita qui ed ora, e bisogna lottare con tutte le forze culturali, mediatiche, politiche per cancellare ciò che la vuole avvelenare. La malattia è un esilio dalla incorruttibilità nella quale Dio ha creato l’uomo, perché in nessuna creatura c’era veleno di morte; essa è entrata nel mondo a causa del demonio e ne fanno esperienza coloro che gli appartengono. Ma per carità, una fandonia dei preti. Allora cancelliamo la malattia, e risolviamo il problema: aborto, eugenetica, eutanasia, nascono qui.

Per questo il professor Veronesi si spinge ad affermare che una relazione omosessuale è migliore: non conoscendo l’amore di Dio nel quale si può accogliere e perdonare l’altro così com’è, diverso e peccatore, non può far altro che tagliare il problema della diversità alla radice! Infilandosi però in una menzogna più grande, perché, comunque, l’altro è diverso da me, e infatti anche gli omosessuali si separano, eccome.

Su tutto questo ci illumina la Parola di questa Domenica. La nostra vicenda personale, infatti, è simile a quella del popolo ebraico che si trovava in esilio. La sua esperienza spirituale, cultuale e culturale si fonda sulla terra di Israele. Scrutate i salmi, ascoltate i profeti, abbeveratevi alle stesse beatitudini di Gesù, sentirete risuonare la parola terra come una struggente melodia.

Essa, infatti, è l’unico frammento del Paradiso perduto che Dio ha donato a un popolo scelto come una primizia. La terra significa l’approdo sicuro di ogni nostalgia, la possibilità di ritornare al “principio”, alla pace e alla comunione perfetta con Dio.

La terra che Dio ha donato al popolo come esito della Pasqua, è il luogo oltre ogni schiavitù; è il suolo dove camminare liberi, la risposta ad ogni senso di colpa. Per questo, ogni terra che non sia quella promessa, per un ebreo è terra d’esilio. Il Messia avrebbe riconsegnato al popolo la terra, definitivamente. E il Talmud insegna che in ogni suo esilio, il popolo è accompagnato dalla Shekhinàh, la presenza di Dio.

“E i qabbalisti concepiranno questo esilio divino come una (quasi eretica per il monoteismo ebraico) separazione di Dio da se stesso: l’aspetto femminile della divinità segue il suo popolo nell’esilio, in attesa e in mistica ricerca del tiqqùn, la riunificazione riparatrice, che sarà anche  la fine dell’esilio, per il popolo e per Dio” (AA.VV, “L’ombra lunga dell’esilio”).

Come non pensare all’Avvento che stiamo vivendo, all’attesa del Signore che compirà il tiqqùn che tutti desideriamo nel profondo? E’ vero, siamo in esilio lontani dal Signore, lo scriveva già San Paolo. In terra straniera non possiamo essere pienamente felici, spesso non lo siamo per nulla e la tristezza ci assale: ma la presenza di Dio non ci ha mai lasciato: essa vibra in noi attraverso la nostra coscienza! Essa, infatti,  “è una legge del nostro spirito, ma che lo supera, che ci dà degli ordini, che indica responsabilità e dovere, timore e speranza. Essa è la messaggera di colui che, nel mondo della natura come in quello della grazia, ci parla velatamente, ci istruisce e ci guida. La coscienza è il primo di tutti i vicari di Cristo” (John Henry Newman, Lettera al Duca di Norfolk)

Isaia, come il Battista, sono anche un’immagine della coscienza, la “messaggera, il primo dei vicari di Cristo”. Per questo sono “voce” di Dio che grida nel deserto e annunciano: “Parlate al cuore di Gerusalemme e gridatele che è finita la sua schiavitù, è stata scontata la sua iniquità, perché ha ricevuto dalla mano del Signore doppio castigo per tutti i suoi peccati“. Il popolo si trova in esilio per scontare i peccati con i quali aveva tradito l’Alleanza e disobbedito alla volontà di Dio, proprio come Adamo ed Eva nel giardino. Ma, attraverso il profeta, Dio ordina di parlare al cuore di Gerusalemme per gridarvi che è finito il tempo di schiavitù in terra straniera.

Il cuore, nel linguaggio biblico, è la parte più intima della personalità, dove l’uomo decide come agire. E’ proprio la coscienza, “il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove egli si trova solo con Dio, la cui voce risuona nell’intimità propria” (Gaudium et Spes, 16). E’ dunque alla nostra coscienza che Dio vuol parlare, al cuore schiavo di una menzogna che lo ha spinto a scegliere il peccato e quindi l’esilio.

Per questo, se oggi percepite una fitta nel cuore che vi inquieta, che vi accusa, non temete, anzi, ascoltatela. E’ il primo grido nel deserto, quello della coscienza: “Se l’uomo commette il male, il retto giudizio della coscienza può rimanere in lui testimone della verità universale del bene e, al tempo stesso, della malizia della sua scelta particolare. La sentenza del giudizio di coscienza resta un pegno di speranza e di misericordia. Attestando la colpa commessa, richiama al perdono da chiedere, al bene da praticare ancora e alla virtù da coltivare incessantemente con la grazia di Dio” (Catechismo della Chiesa Cattolica).

La coscienza ci rimprovera certo, ma non per gettarci nello sconforto come sostiene il mondo. Al contrario, proprio perché è in essa che Dio inizia a gridare la sua consolazione, rivelandoci la verità ci apre alla Buona Notizia come a un bisogno impellente, il desiderio più autentico.

Oggi possiamo ascoltare nel nostro intimo le parole che abbiamo atteso da sempre: “Ecco il vostro Dio! Ecco, il Signore Dio viene con potenza, con il braccio egli detiene il dominio. Ecco, egli ha con sé il premio e i suoi trofei lo precedono. Come un pastore egli fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna; porta gli agnellini sul seno e conduce pian piano le pecore madri”.

Dio viene, scende nel nostro esilio, per liberare il nostro cuore, per “battezzarci in Spirito Santo” e così formare in noi una coscienza “retta e veritiera. Essa formula i suoi giudizi seguendo la ragione, in conformità al vero bene voluto dalla sapienza del Creatore” (Catechismo). Il Signore viene a compiere il miracolo decisivo: si fa carne della nostra carne per “abituare lo Spirito Santo ad abitare nell’uomo” (S. Ireneo). “Ha con sé il premio” della libertà, la sua stessa vita che, come l’unico Pastore buono, ci offre. Viene a strapparci dall’esilio per introdurci nella Terra per la quale il Padre ci ha creato. Sul suo “seno” come “agnellini”, possiamo vivere nella volontà di Dio, secondo una coscienza finalmente orientata all’amore.

In questo esilio nostro e dell’umanità mai così lontana dal Paradiso, erompe oggi un “grido”: è Giovanni Battista, la voce della Chiesa che “grida nel deserto” dove non c’è vita! Dove si scivola sui giorni cercando qualcosa per sfamarsi, appropriandosi di persone e cose per non morire. Grida per “con-solarci”, per farsi fratello di tutti noi “soli” e impauriti.

Eccolo Giovanni, eccolo parlarci negli apostoli che si fanno tutto a tutti, “vestito di peli di cammello, con una cintura di pelle attorno ai fianchi, cibarsi di locuste e miele selvatico”. E’ profezia del Signore, che ha rivestito la nostra debolezza, cingendosi i fianchi per servirci e lavarci i piedi. E’ immagine della Chiesa che, come il suo Signore di cui è corpo, si fa peccato per perdonare ogni nostro peccato.

E’ lui stesso il “principio” della Buona Notizia, la soglia della terra dischiusa dinanzi a noi. Accogliendo la sua predicazione possiamo entrare nel nuovo inizio che abbiamo smesso di sperare, e ricominciare. Per essere felici, non devono cambiare le situazioni, non si deve tornare indietro, ma deve essere rinnovato il cuore. Il senso delle colpe commesse è un vagito raccolto dalla misericordia di Dio che ci invia i suoi messaggeri perché esso non sia fagocitato dall’orgoglio.

Non siamo soli! Non dobbiamo aggiustare nulla! Nessun rimpianto, perché, ed è scandaloso, “felice colpa che meritò un così grande Salvatore” cantiamo la notte di Pasqua. E’ una colpa, è un peccato, e ce lo dice il grido della coscienza. Ma viene il Salvatore a perdonarlo e darci la sua vita. E’ questo il Vangelo, il nuovo inizio offerto a ciascun uomo: il perdono dei peccati. Il “principio” della vita nuova, che ha un nome e un cognome: Gesù Cristo, figlio di Dio. E in lui tutti noi iniziamo di nuovo, come figli nel Figlio.

Solo Dio, infatti, può perdonarci. E Gesù è Dio. E’ inutile esigerlo dagli uomini, essi sono solo capaci di avvertire il grido della coscienza che li desta all’ascolto. L’uomo non può perdonare come Dio, estirpando cioè il peccato dal cuore per deporvi la vita divina ed eterna.

Giovanni grida oggi nelle nostre assemblee per annunciarci che è finita la nostra schiavitù: “mille anni sono come un giorno”! Mille anni di peccati, mille anni di fallimenti, sono come oggi! Lo credete? Possiamo tornare dall’esilio, perché “dopo di me viene uno che è più forte di me, al quale io non sono degno di chinarmi per sciogliere i sandali”. Ecco il Signore che viene nell’annuncio della Chiesa, è lo Sposo legittimo di ciascuno di noi.

E’ più forte di ogni peccato, perché tutti li ha cancellati sul legno della sua Croce. E viene per “battezzarci con lo Spirito Santo”, il soffio di vita che è l’aria pura della terra promessa, l’ossigeno che dà vita ai figli di Dio ricreati a immagine di loro Padre.

Accogliamolo insieme alla Chiesa, che ci insegna a “preparare la strada del Signore”: ciò significa, concretamente, camminare nella conversione, dove imparare, per Grazia, a cambiare mentalità, abbandonando quella del mondo. La conversione alla quale ci chiama Giovanni Battista non è cosa di un momento. Essa è un percorso, un uscire da se stessi come ha fatto “tutta la regione della Giudea” che “accorreva a lui”. Come “tutti gli abitanti di Gerusalemme” è importante scendere giorno per giorno i gradini per “farsi battezzare da lui”, dalla Chiesa “confessando i nostri peccati”. Altrimenti il grido risuonato nel nostro intimo, il vangelo deposto nella coscienza, non si farà mai carne nella vita reale.

Occorre camminare insieme, nella comunità, che sorge proprio dal riconoscersi, “tutti” peccatori e bisognosi dell’acqua battesimale. E’ il catecumenato che ci prepara ad accogliere lo Spirito Santo. Ed esso passa concretamente per l’accettare le umiliazioni  che “abbattono monti e colli”, perché il Signore “è solito umiliare e abbassare i superbi, poiché è capace di penetrare in fondo al cuore per scoprire l’orgoglio che vi è nascosto”. E accogliendo i fatti che “raddrizzano” i sentieri tortuosi dell’orgoglio, “raddrizzando le intenzioni sbagliate per avere solo quella che piace a Dio, facendo penitenza, unico scopo a cui tutti dobbiamo tendere” (San Francesco di Sales).

“Il Signore non ritarda nell’adempiere la sua promessa”: è già alle nostre porte, rivestito di “pazienza” perché “non vuole che alcuno perisca, ma che tutti abbiano modo di pentirsi”. Pentiamoci allora, dando ascolto al grido della coscienza, e immergiamoci nel Giordano che la Chiesa ci presenta, ormai santificato dal corpo del Signore. In Lui possiamo rinascere oggi per essere liberi, non più in esilio ma cittadini della terra che ci appartiene in quanto coeredi di Cristo, “senza macchia e irreprensibili davanti a Dio, in pace”.

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