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Meditazione di mons. Pizzaballa: Domenica delle Palme

Mar 24, 2018   //   by mauro   //   Pasqua, Riflessioni  //  No Comments

In questa Quaresima, la Parola ha segnato per noi la traccia di un cammino.

Un cammino che ha “rovesciato” la nostra immagine di Dio (Gv 2,13-25); che poi ci ha condotto ad alzare lo sguardo per poter guarire dalla nostra malattia mortale (Gv 3,14-21); e che infine, domenica scorsa, ha risvegliato in noi l’attrazione verso il Signore Gesù, verso il Suo mistero di umiliazione e di innalzamento (Gv 12, 20-33).

Siamo ormai al termine della Quaresima, ed oggi vediamo Gesù entrare a Gerusalemme, dove tutto avrà compimento.

Questa è l’unica celebrazione eucaristica in cui si leggono due brani di Vangelo. Si legge il racconto dell’ingresso di Gesù a Gerusalemme e poi si legge il racconto della Passione.

Possiamo prendere anche questo fatto come una considerazione per ciò che celebriamo oggi. A noi che, come i greci di domenica scorsa, saliamo a Gerusalemme per la festa e chiediamo di vedere Gesù, la Liturgia offre entrambi questi brani, esattamente come Gesù, ai Greci, aveva parlato del Suo mistero di passione e di gloria.

Non si può leggere l’ingresso di Gesù nella città santa senza che sia completato e illuminato dal racconto della Pasqua, e viceversa. Questo sta ad indicare che Gesù non vi entra come un qualsiasi re o trionfatore; la sua gloria non assomiglia a quella dei potenti della terra. La sua gloria è quella di un re che dà la vita, che ama i suoi fino alla fine, che non si risparmia in nulla. Un re che per i suoi accetta una morte ignominiosa, convinto che questa sia la vera grandezza, la vera forza che cambia la vita, che porta la pace.

Gesù entra a Gerusalemme come il Messia atteso da Israele. Vi entra cavalcando un puledro, tanta gente gli va incontro e lo riconosce come colui che stava attendendo: “Molti stendevano i propri mantelli sulla strada, altri invece delle fronde, tagliate nei campi. Quelli che precedevano e quelli che seguivano, gridavano: «Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Benedetto il Regno che viene, del nostro padre Davide! Osanna nel più alto dei cieli!»” (Mc 11,8-10)

Ma chi è il Messia atteso da generazioni dal popolo dell’alleanza?

Israele aveva ricevuto una chiamata a vivere una relazione speciale con il Signore. E in modo particolare, nel corso della storia biblica, erano sorte tre tipologie di persone che incarnavano questa vocazione, e che aiutavano Israele a viverla in modo sempre più intimo e profondo. Si tratta dei re, dei sacerdoti e dei profeti.

Il re aveva era costituito per garantire al popolo sicurezza e pace, prosperità e giustizia: ciò era “cosa buona agli occhi del Signore” (cfr 1Re 15,5), per cui il re doveva innanzitutto aver timore di Dio, e non mettersi al suo posto: l’unico vero Re era comunque sempre il Signore.

I sacerdoti erano incaricati di “gestire” il rapporto tra Dio e il popolo, attraverso la cura del culto: presentando sacrifici perfetti, il sacerdote veniva ammesso alla presenza di Dio e otteneva per il popolo la sua benedizione e il suo perdono, il rinnovo dell’Alleanza.

E infine i profeti erano gli interpreti della Volontà di Dio nell’oggi, testimoni di una sapienza diversa, persone completamente afferrate da Dio; di solito persone incomprese, spesso martiri.

Non è un caso che, nei momenti di crisi, siano proprio queste le figure che vengono meno, che perdono la loro funzione a favore del popolo. Un esempio ci viene dal profeta Daniele, che dal profondo della fornace confessa il proprio peccato e poi aggiunge: “Ora non abbiamo più né principe né profeta né capo né olocausto né sacrificio né oblazione né incenso né luogo per presentarti le primizie e trovare misericordia” (Dn 3,38): sono venute a mancare le figure che sono alla base dell’identità del popolo Israele, ed è la catastrofe totale.

Ebbene, al tempo di Gesù il popolo aveva chiaro che solo il Messia avrebbe compiuto in pienezza questa vocazione di cui tutti i re, tutti i profeti, tutti i sacerdoti erano stati precursori e figura: il Messia avrebbe inaugurato un tempo nuovo, in cui la giustizia di Dio avrebbe ricoperto la terra, in cui l’alleanza tra Dio e il popolo sarebbe stata perfetta e senza incrinature, in cui tutti sarebbero stati santi.

È così che Gesù entra in Gerusalemme.

Come il vero Re, che viene con mitezza a portare la pace, che dona tutto se stesso per il suo popolo. Non un re superbo, ma un re mite e umile, che viene solo per salvare.

Come il vero sacerdote, che inaugura il culto nuovo, la nuova ed eterna alleanza, non offrendo sacrifici di animali, ma offrendo se stesso sull’altare della croce.

E infine viene come il vero profeta, colui che è sempre in ascolto e che conosce la volontà del Padre; che annuncia una logica diversa che è stoltezza per chi non crede, ma che è vita per tutti coloro che gli obbediscono. Un profeta anch’egli incompreso e martire, innocente e sacrificato.

La profezia e l’attesa si compiono in Gesù, e in Lui divengono promessa per tutti: perché la vocazione ad essere re, profeti e sacerdoti è la vocazione ad una vita piena nell’amore, ed è la vocazione di tutti.

È la vocazione del popolo nuovo che nasce ai piedi della croce, dove il Messia innalzato attira tutti a sé (Gv 12,32).

+Pierbattista

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