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Meditazione di mons. Pizzaballa: Epifania

Gen 5, 2019   //   by mauro   //   Riflessioni  //  No Comments

Domenica scorsa abbiamo visto la ricerca di Gesù, che rimane a Gerusalemme, nel tempio, per andare alla sorgente di quella relazione che lo fa vivere, quella relazione originaria da cui sa di essere stato generato.

Oggi vediamo un’altra ricerca, quella dei Magi, che si mettono in cammino dall’Oriente e vengono a Gerusalemme, guidati da una stella (Mt 2,1-12) .

I magi cercano innanzitutto il significato di ciò che vedono, cercano ciò che sta dietro alle cose, cosa c’è all’origine di ciò che li attrae.

Hanno visto un fenomeno naturale, in cielo, qualcosa di nuovo, di diverso dal solito, qualcosa che li ha incuriositi; un segno che parlava loro di qualcosa di grande e di bello che era accaduto, e questo li ha messi in cammino. Si sono chiesti: dove ci vuole portare questa stella? Cosa significa?

È, in fondo la stessa domanda di Maria di fronte all’angelo, quando “si domandava che senso avesse un tale saluto” (Lc 1,29): Maria si chiede che senso ha, quale orizzonte apre questo evento, dove condurrà questa porta che si apre davanti a lei.

C’è, nel cuore dell’uomo, questo desiderio di bellezza, di vita, di qualcosa che rompa la cappa della monotonia, che sollevi il velo che copre il volto, che ci restituisca alla nostra dignità e alla nostra vocazione.

Qualcosa che metta in cammino e che sostenga nella fatica della strada, che aiuti a cercare e a trovare la meta, che ci porti oltre noi stessi.

I Magi sono partiti per aver visto un segno: ma il segno era in cielo, ed era per tutti, mentre solo loro si sono messi in cammino. Ciò che fa la differenza e che permette di iniziare un cammino è la capacità di vederlo, di coglierlo. È l’avere uno sguardo capace di leggere la realtà come segno che rimanda ad altro. Si ha questo sguardo solo se si ha un desiderio in cuore; fondamentalmente solo se si ama.

Non importa quanto si è lontani: si può essere anche vicini, o molto vicini, e non arrivare mai a vedere dove ti porta il segno che ti è apparso.

Come Erode, per il quale la realtà è muta ed insignificante, se non minacciosa: lui stesso si premunirà di farla tacere, perché nessuno possa sentire né vedere altro re, se non lui stesso. Quando si è incapaci di perdere qualcosa, non si parte, ma si rimane arroccati a difendere le proprie prerogative, i propri piccoli poteri.

Questo non significa che i segni che Dio mette sulla nostra strada non siano fonte di turbamento: Matteo dice che tutta Gerusalemme fu turbata (Mt 2,3), e lo stesso l’evangelista dice di Maria, sempre all’annunciazione.

Cosa fa la differenza tra questi due turbamenti?

La differenza sta nell’ascolto della Parola, sta nel lasciare che la Parola penetri anche nel proprio turbamento: Maria ascolta una parola che le dice di non temere, e si apre al dono. Erode no: anche lui cerca la Parola, ma non per ascoltare, non per lasciarsi illuminare, bensì per perseguire i propri progetti di potere, che conduce poi alla morte. Lui non cerca il significato di ciò che sente, non cerca Colui che sta dietro l’evento.

I Magi, invece, illuminati dalla stella e dalla Parola, infine trovano. Trovano Colui dinanzi al quale prostrarsi, Colui che è degno di essere adorato (Mt 2,11).

E siccome ci si prostra solo davanti a Dio e Lui solo si adora, i Magi intuiscono che Dio è tutto significato in quel bambino, che quel bambino è il segno, la presenza di Dio nella storia. Capiscono che dietro tutto c’è Lui.

L’Epifania è la festa dei segni, quelli con cui Dio si manifesta nella storia. E il segno, per eccellenza, è Gesù stesso, è Lui solo che è capace di attrarci dalle nostre lontananze, di metterci in cammino, di turbarci, di salvarci.

È un segno dinanzi al quale prostrarci, ovvero fare un gesto di riverenza e di amore, un gesto di profondo riconoscimento, gesto proprio di chi ha trovato l’origine, il senso della vita.

Per questo il cammino dei Magi è il cammino di ogni uomo, o forse è il cammino che ci conduce a diventare veramente umani.

+ Pierbattista

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