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Meditazione di mons. Pizzaballa: II Domenica del Tempo Ordinario

Gen 19, 2019   //   by mauro   //   Riflessioni  //  No Comments

L’evangelista Giovanni è molto attento a rileggere l’esperienza di Gesù a partire dal Libro della Genesi.

Come Genesi, infatti, Giovanni inizia il suo racconto con l’espressione “in principio”; e come Genesi raccoglie questo principio nel racconto di una settimana, scandita giorno dopo giorno.

È come dire che è in atto una nuova creazione: come Dio aveva creato il mondo e l’uomo in sei giorni, -dopo di che, il settimo giorno, si era riposato-, così Gesù ora ricrea l’uomo e la realtà, fa rivivere tutto il creato e lo riporta alla sua bellezza originaria, lo riporta al suo vero principio, cioè al Padre.

Il brano che abbiamo ascoltato oggi (Gv 2,1-11) inizia proprio con un’annotazione temporale: “Il terzo giorno vi fu una festa di nozze…” (Gv 2,1). Giovanni aveva raccontato i primi tre giorni trascorsi da Gesù in Galilea, dove si era creato intorno a Lui il primo nucleo di discepoli (Gv 1,19-51). Da lì, insieme a loro, era partito per la Galilea dove, il terzo giorno, aveva partecipato a questa festa di nozze.

Bisogna fermarsi un po’ su queste annotazioni: è il sesto giorno, ovvero quello della creazione dell’uomo; ma Giovanni ci tiene a precisare che è anche il terzo dall’arrivo in Galilea, e questo tre rimanda al grande giorno dell’alleanza secondo quanto è riportato al capitolo 19 del Libro dell’Esodo (Es 19,1; 19,16): il terzo giorno Dio si rivela al popolo in una grande teofania, e dona ad Israele le dieci parole (i dieci comandamenti) che saranno alla base della loro relazione, della loro alleanza.

Cosa vuol dire l’evangelista Giovanni esplicitando questi richiami nell’episodio delle nozze di Cana? Quale nuova creazione è in atto, quale gloria (Gv 2,11) Gesù rivela ai suoi?

In realtà, l’interrogativo è d’obbligo perché a Cana sembra non accadere nulla di veramente eclatante.

Gesù è ad una festa di nozze, e manca il vino (Gv 2,3): certo è un problema, ma non si può dire che sia un evento drammatico, una questione di vita o di morte.

Invece questo miracolo è così importante che Giovanni sottolinea che con esso Gesù dà inizio a tutti gli altri suoi segni, che con esso manifesta la sua gloria e che grazie ad esso i suoi discepoli credono in Lui (Gv 2,11).

A Cana non accade nulla di eclatante se non che un evento ordinario di vita viene ritenuto da Gesù così importante da operare il suo primo miracolo.

E lo fa con uno spreco inaudito, perché la semplice gioia di due sposi vale questo spreco, questo sovrappiù di amore e di dono. Ecco l’uomo nuovo che Gesù crea: l’uomo che Dio ama in eccesso, a cui Dio rivela questo amore, questa parola.

E i discepoli sono chiamati a credere proprio a questo, a vedere la gloria di Dio che si rivela non più come sul monte Sinai tra lampi e tuoni, ma nella gioia ritrovata di due sposi.

Ma qual è la condizione perché questo possa accadere?

Mi sembra che nel testo possiamo scorgerne almeno due.

La prima è già preannunciata in Esodo 19, quando, all’annuncio della venuta del Signore, il popolo aveva esclamato: “Quanto il Signore ha detto, noi lo faremo!” (Es 19, 8). E così, proprio nello stesso modo, avviene a Cana, dove Maria dice ai servi: “Qualsiasi cosa vi dica, fatela” (Gv 2,5).

La condizione perché il nuovo popolo dei credenti possa ricevere il vino buono della nuova alleanza è quello di “fare la Parola”, ovvero di fidarsi totalmente della Parola del Signore, di quella Parola che dal principio dice il suo amore per noi, il suo desiderio di avere con noi una relazione sponsale, intima, unica.

Dove ci porterà questa obbedienza amorosa?

L’evangelista Giovanni dice che questa obbedienza ci porta a Betania. Lì, infatti, al capitolo 12, c’è l’episodio speculare a questo delle nozze di Cana. È il primo giorno dell’ultima settimana vissuta da Gesù (Gv 12,1), e lì una donna dice il suo amore per Lui ungendolo con un’essenza di puro nardo.

Le nozze, allora, iniziano a Cana, ma si compiono a Betania, dove la sposa risponde all’amore del suo Signore con lo stesso suo stile di abbondanza, di spreco, di dono.

La seconda condizione, anche questa indicataci dalla Madre del Signore, è quella di chiedere a Lui, e non ad altri, il vino (Gv 2,3). Maria, giustamente, non rivolge la sua domanda al maestro di tavola, né a nessun altro, perché sa bene che nessuno può più donare il vino che manca.

C’è, nel cuore dell’uomo, una mancanza radicale di vita e di amore; e questa nuova abbondanza di vita scaturirà per tutti dalla sorgente che si aprirà dal costato di Cristo, il terzo giorno, dove sarà chiaro che la gloria del Signore sarà il suo averci amati fino alla fine.

+Pierbattista

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