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Meditazione di mons. Pizzaballa: II Domenica di Pasqua

Apr 27, 2019   //   by mauro   //   Riflessioni  //  No Comments

Otto giorni fa, nella domenica di Pasqua, abbiamo visto dove inizia il cammino della fede di ogni cristiano: inizia al sepolcro vuoto, lì dove torniamo a vedere il luogo dove Gesù è stato sepolto, ma anche dove le donne e i discepoli scoprono che il suo corpo non è più. Gesù non è più nella morte.

Ma questo è solo il punto di partenza, che ha bisogno di un cammino.

Infatti i racconti degli incontri tra il Risorto e i suoi discepoli sono spesso racconti di cammino: i discepoli vanno al sepolcro, Gesù va da loro nel cenacolo, i discepoli stanno andando ad Emmaus, poi tornano in fretta a Gerusalemme.

È un cammino fisico, ma anche un percorso spirituale, è il percorso della fede.

Ebbene, se con il vangelo della mattina di Pasqua abbiamo visto dove inizia questo percorso, oggi vediamo dove porta, dove deve arrivare, cioè deve arrivare a riconoscere il Signore Risorto, a vederlo con i propri occhi, a credere in Lui, a riscoprirlo come il proprio Signore, il proprio Dio.

Di questo percorso, sottolineiamo qualche aspetto.

Il primo è che dopo la mattina di Pasqua, del primo giorno dopo il sabato, tutti cercano Gesù, ma nessuno lo trova, perché è Lui a trovare i suoi. Li trova quando e come vuole. Nel Vangelo di oggi vediamo proprio questo: Gesù trova prima i suoi, riuniti nel cenacolo, la sera di quel giorno. E poi torna, otto giorni dopo, per incontrare Tommaso, che al primo appuntamento era assente. Il cammino della fede passa attraverso questa strettoia, quella del lasciarsi trovare, del riconoscere che non siamo noi a trovare il Signore, ma è Lui a trovare noi.

Dove ci trova? Esattamente lì dove siamo, nelle nostre paure e nei nostri dubbi, lì dove siamo rinchiusi: i discepoli erano rinchiusi nel Cenacolo per paura dei Giudei (Gv 20,19), Tommaso era rinchiuso nell’incapacità di pensare il Signore vivo, di dare al Signore la possibilità di venire da Lui. Invece, come abbiamo detto, il Signore viene.

Viene per fare tre cose.

La prima è per donare lo Spirito (Gv 20, 22), ovvero per donare quella vita che Lui stesso ha ritrovato dopo la morte, quella vita a cui il Padre l’ha richiamato come coronamento e compimento del suo dono d’amore. Non appena la riceve, Gesù non la tiene per sé, ma la dona ai suoi amici.

La seconda cosa è quella di inviarli. Non appena Gesù ritrova i discepoli dopo lo smarrimento dei giorni della passione, non li stringe a sé, non li lega a sé, ma subito, immediatamente, li invia, proprio come il Padre aveva inviato a Lui: quella vita che hanno ritrovato, la devono condividere con ogni uomo, perché la Pasqua sia per tutti. Il modo con cui questo accadrà è uno solo: il perdono dei peccati (Gv 20,23). Il perdono è il segno ultimo della vittoria del Risorto sulla morte.

Infine viene per incontrare e guarire Tommaso.

Il bisogno dell’uomo ferito, dell’uomo peccatore, è sempre quello di allungare la mano, di toccare e di prendere, come Adamo. È il bisogno di possedere. E Gesù arriva proprio lì, si offre a questo nostro bisogno malato, ma proprio offrendosi come si era offerto sulla croce, ci guarisce, donandoci la possibilità di un altro modo d vivere, che è quello di chi si fida, di chi crede.

E se il toccare e il possedere è qualcosa che ci chiude in noi, stessi, che ci fa ripiegare su di noi e sui nostri bisogni, anche religiosi, il credere è un uscire da sé, è il principio di quella missione a cui il Risorto è venuto ad inviarci.

Chi è prigioniero del proprio bisogno di aspettare per vedere e per toccare, non parte mai.

Chi crede che il Signore è sempre con lui, che sempre dà la vita, al contrario, non può rimanere fermo, non può non partire, perché anche altri possano essere raggiunti dallo stesso dono di gratuità e di vita.

+ Pierbattista

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