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Meditazione di mons. Pizzaballa: III Domenica del Tempo Ordinario

Gen 20, 2018   //   by mauro   //   Bollettino Parrocchiale, Riflessioni  //  No Comments

Oggi torniamo al Vangelo di Marco, che ci accompagna in questo anno liturgico, e cominciamo il cammino della vita pubblica di Gesù, lo seguiamo nei suoi primi passi, ascoltiamo le sue prime, fondamentali, parole.

Dopo il battesimo e le tentazioni, Gesù si reca in Galilea, e lì inizia ad annunciare la venuta del Regno.

Lo fa con una formula molto pregnante: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo»” (Mc 1,15).

Cosa significa che “il tempo è compiuto”? Può comprendere questa espressione chi sta attendendo qualcosa, qualcosa di importante, di fondamentale, di vitale: la sua vita è protesa ad un evento, e poi, improvvisamente, l’evento accade. Non è più il tempo dell’attesa, ma del compimento. Non c’è più bisogno di aggiungere nulla a ciò che già c’è. “Il tempo è compiuto”, significa questo. Eppure, non erano, quelli, tempi migliori di altri: il brano di Vangelo inizia con l’annuncio dell’arresto di Giovanni, un’ingiustizia come quella di ogni altro tempo. La pienezza del tempo non dipende da cause esterne, da circostanze favorevoli: il tempo è compiuto anche quando tutto continua a parlare di limite e di fragilità, di ingiustizia e di peccato.

Perché allora il tempo è compiuto, qual era l’evento atteso, che ora è accaduto? Lo dice Gesù stesso, subito dopo: il tempo è compiuto perché il regno di Dio si è fatto vicino. C’è qualcosa di nuovo, dentro la storia, che ci fa dire che Dio stesso si è fatto vicino, e questo qualcosa è la persona stessa di Gesù. Il tempo è compiuto, perché il tempo attendeva Lui.

E questo comporta delle conseguenze, ed è molto importante vedere quali.

Siccome il tempo è compiuto, siccome il Regno di Dio si è fatto vicino, allora “convertitevi e credete nel Vangelo” (Mc 1,15).

Convertitevi, letteralmente, significa letteralmente “cambiate mentalità”, iniziate a pensare in modo diverso in modo nuovo. Non pensate più come prima, quando stavate ancora aspettando. Ora pensate come chi ha davanti ai propri occhi il Regno che viene. Non si tratta di una conversione morale, non si tratta di cambiare atteggiamenti, di mettere di comportarsi male: la prima conversione è una conversione del pensiero, e chiede semplicemente di accorgersi, di fare attenzione alla novità che si è fatta presente.

Convertirsi significa proprio credere al Vangelo, alla buona notizia della presenza di Dio nella storia, dentro questa storia, così com’è.

Subito dopo, Marco presenta un esempio di questa vita nuova, di questa conversione, ed è la vocazione dei primi discepoli: nella loro esistenza il tempo si compie, e loro si convertono, entrano in una nuova logica di vita.

Queste due coppie di fratelli ascoltano una chiamata e si mettono alla sequela del maestro: non sono più loro a decidere della loro vita, a decidere il loro cammino, ma si mettono alla sequela di un altro, e lasciano che sia Lui a condurre il gioco. Hanno visto in Gesù quel Regno che si è fatto vicino e hanno cambiato la loro vita.

Perché questo accada, devono innanzitutto “lasciare”: è un verbo fondamentale, che ricorre due volte (Mc 1,18.20). Lasciare il lavoro, la famiglia, la vita di prima, per poter accogliere. Lasciare è fare spazio, dentro di sé, perché il nuovo possa germogliare.

Non è scontato: il Vangelo ci presenterà anche l’esempio di chi è chiamato a lasciare, ma non ce la fa, perché i beni ai quali il suo cuore è legato sono troppi, come la chiamata del giovane ricco (Mc 10,17-22).

E questo ci fa pensare che anche il lasciare è una grazia, un dono: non si raggiunge con i propri sforzi, ma per uno sguardo nuovo, dono di Dio, con il quale intuire nel profondo del cuore che davvero il tempo è compiuto, per me, qui.

Lasciare è l’unica cosa che Gesù chiede. È interessante che in realtà, nel Vangelo di oggi, non sia Gesù a chiederlo. È come un’esigenza del cuore, che nasce da sé quando si intuisce che il dono è grande, e che bisogna solo fare spazio. E che tutto ciò che appartiene al tempo dell’attesa ora è di ingombro.

A questi primi discepoli, che lasciano, Gesù fa una promessa: “vi farò diventare pescatori di uomini” (Mc 1,17). Cosa significa essere pescatori di uomini? L’espressione è abbastanza originale, e ci sono tante e diverse interpretazioni.

Ci sembra importante sottolineare, tra tutte, quella di una prospettiva che si apre, e si apre all’infinito: i discepoli non pescheranno più pesci, ma si occuperanno della vita e della salvezza dell’uomo, del mondo

Il Signore parte da ciò che già siamo, da ciò che già sappiamo fare, ma poi dilata la nostra vita su orizzonti molto più ampi di quelli che possono essere i nostri piccoli progetti umani.

Mettersi alla sequela è entrare in questo tempo nuovo, che dilata lo spazio.

+Pierbattista

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