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Meditazione di mons. Pizzaballa: III Domenica di Avvento, anno C

Dic 15, 2018   //   by mauro   //   Riflessioni  //  No Comments

Anche questa terza domenica di Avvento ci fa incontrare la figura di Giovanni Battista.

La sua predicazione, sulle rive del Giordano, suscita in tanti un desiderio di conversione (Lc 3,10-14), e nei cuori nasce la domanda: cosa si deve fare per avere una vita buona? Cosa posso fare io, per la mia vita?

A farsi questa domanda sono persone delle categorie più diverse: in ciascuno, nel suo stato, nella sua situazione, nasce un desiderio nuovo di vita; e la risposta sarà diversa, appropriata a ciascuno.

Se lo chiedono le folle (Lc 3,10), gli esattori (Lc 3,12), i soldati (Lc 3,14), e sembra di vedere lo stupore di tutti nel rendersi conto che c’è una salvezza anche per loro. Nessuno è escluso, richiamandosi a quanto dice il profeta Isaia nella citazione che abbiamo ascoltato nel Vangelo di domenica scorsa: “ogni uomo vedrà la salvezza di Dio” (Lc 3,6). Era proprio questa la Parola scesa su Giovanni, che nel deserto grida un perdono donato a tutti.

Le risposte date dal Battista a questi interrogativi hanno in comune di andare incontro al fratello: “Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato” (3, 13)… Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno…” (3,14). Viene chiesto, insomma, di raddrizzare le vie che vanno verso l’altro, di eliminare ingiustizie, di non fare del male, di non usare l’altro per i propri interessi; viene chiesto di condividere ciò che si ha, facendone parte a chi ne ha di meno. Sembrerebbe la cosa più scontata.

In altre parole, il Battista dice la conversione non avviene in modo rituale, non bastano sacrifici, offerte al tempio, pellegrinaggi. Il pellegrinaggio da fare è quello che va incontro all’altro, a partire da dove si è, e questo è il luogo dove il Signore viene, la via che Lui percorre per raggiungere la vita dell’uomo.

Quando questo accade, inizia ad avverarsi quella profetica visione del mondo che Isaia aveva intravisto, quella per cui il mondo sarebbe passato per una totale trasformazione: tutto ciò che era di impedimento all’incontro tra gli uomini e degli uomini con Dio (monti o valli o vie tortuose), sarebbe stato eliminato, perché l’incontro potesse accadere.

Perché se Dio viene, ciò che accade è che gli uomini si ritrovano fratelli, che nasce un nuovo stile di relazione.

Nella seconda parte del brano letto oggi (Lc 3, 15-18), l’evangelista Luca sottolinea un altro frutto della predicazione di Giovanni, l’attesa“Poiché il popolo era in attesa (Lc 3,15).

Il compito di Giovanni, quindi, non è solo quello di aiutare le varie categorie di persone a vivere in pace fra di loro. Sarebbe già molto, ma in realtà c’è molto di più: Giovanni suscita una speranza laddove ogni speranza si era affievolita o forse addirittura spenta. In un contesto in cui la gente non attendeva più nulla e si era rassegnata di vivere solo del presente, con il peso dell’ingiustizia e della stanchezza, un uomo, che lascia accadere in sé la Parola di Dio, è capace di risvegliare l’attesa di altro. È capace di ricordare che non siamo fatti solo per questa terra, che l’uomo vive dell’incontro con Dio.

Quest’attesa, per molti, poteva fermarsi alla figura di Giovanni: tutti, infatti, “riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo” (Lc 3,15). Invece la risposta di Giovanni mette nel cuore della gente una speranza che va oltre: il Messia, quando verrà, sarà eccedente, e supererà ogni attesa possibile del cuore dell’uomo. Giovanni, in confronto a Lui, non è nessuno, e tale si riconosce (Lc 3,16).

E questo sarà talmente vero, il Messia sarà cioè talmente eccedente, da rendere difficile il riconoscerlo anche per lo stesso Giovanni, il quale vivrà questo dramma di non riuscire a comporre lo scarto, la differenza tra ciò che attendeva e quel Gesù che si trova davanti («Giovanni il Battista ci ha mandati da te per domandarti: “Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?”»Lc 7,20; cf Mt 11,3).

Per questo bisogna essere sempre vigilanti: non solo perché non sappiamo il giorno e l’ora, ma anche – e forse di più – perché ciò che ci sarà dato supererà molto di più di ciò che noi attendiamo, e si tratterà di amare questo dono lasciando che superi le nostre speranze, lasciando che ci porti oltre, dove non pensavamo di andare.

Perché una speranza, per essere tale, non può essere se non speranza d’infinito, di eternità.

+Pierbattista

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