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Meditazione di mons. Pizzaballa: III Domenica di Avvento

Dic 16, 2017   //   by mauro   //   Bollettino Parrocchiale, Riflessioni  //  No Comments

Il Vangelo che ascoltiamo oggi è composto da due parti distinte: i primi tre versetti sono presi dal solenne Prologo di S. Giovanni (Gv 1,6-8), mentre poi il Vangelo continua con la parte narrativa, che viene subito dopo il Prologo (Gv 1,19-18).

Nella prima parte è l’evangelista che presenta la figura di Giovanni Battista; nella seconda è lui stesso a presentarsi, incalzato dalle domande degli emissari mandati da Gerusalemme (Gv 1,19) per sapere chi fosse quest’uomo che stava risvegliando l’attesa d’Israele, che aveva riaperto la strada del deserto.

L’evangelista dice del Battista quattro cose essenziali: il nome – “Giovanni” -, la provenienza – “mandato da Dio” -, la missione – “essere testimone della luce” -, e il fine della missione – “perché tutti credessero per mezzo di lui”-.

Una sottolineatura è data alla missione: il termine testimone/testimonianza in due versetti (Gv 1,7-8) è ripetuto tre volte.

Il Battista è il primo testimone di Gesù, in un Vangelo in cui il concetto di testimonianza è fondamentale. Basta vedere quante volte questo termine ricorre (più di quaranta), per rendersi conto di quanto la figura del testimone sia importante.

Potremmo pensare al Vangelo di Giovanni come ad un lungo cammino nel corso del quale si fa conoscere meglio passo dopo paso l’identità di Gesù, e durante lo svolgimento di questo cammino vengono ascoltati dei testimoni (Cana, Samaritana, il cieco nato e tanti altri).

I testimoni fondamentali sono due: il primo è appunto il Battista, mentre il secondo è il discepolo amato.

Ed entrambi fanno la stessa cosa: testimoniano la relazione di Gesù con il Padre, il Suo venire da Dio per tornare a Lui.

E lo fanno per un unico motivo: come per il Battista, anche per il discepolo amato è scritto che la sua testimonianza ha un unico fine, la fede dei discepoli. Al capitolo 19, dopo la morte di Gesù, quando i soldati lo colpiscono al fianco e ne esce acqua e sangue, l’evangelista può dire: “Chi ha visto ne dà testimonianza e la sua testimonianza è vera; egli sa che dice il vero, perché anche voi crediate” (Gv 19,35).

Il fine della testimonianza è la fede, perché chiunque, credendo, abbia vita e salvezza.

Chi è dunque il testimone? Anche nella prassi giuridica, il testimone è colui che ha visto in prima persona. Non semplicemente uno che ha sentito dire, ma uno che era presente, che conosce le cose per averle vissute.

Infatti, poco più avanti rispetto ai versetti letti oggi, il Battista dirà di aver visto con i propri occhi “Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui. Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse: “Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo”. E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio” (Gv 1,32-34).

A questo punto, però, possiamo dire che il testimone non è soltanto uno che ha visto, ma anche uno che per primo ha creduto: ha ascoltato la Parola del Padre che lo ha inviato, e ha riconosciuto che quell’evento si realizzava nella persona di Gesù. E ha creduto in Lui. Come la vita del Battista sia una testimonianza lo vediamo dalla seconda parte del Vangelo di oggi, quella in cui egli stesso si presenta.

Giovanni si presenta innanzitutto negando di essere ciò che gli altri si aspettavano che fosse: dice di non essere né il Cristo, né Elia, né il profeta (Gv 1,20-21).

Gli altri evangelisti invece lo identificano con il profeta Elia, o comunque con quel profeta che sarebbe venuto immediatamente prima del Messia per indicarne la venuta imminente, richiamandosi alla convinzione di quel tempo, basata sull’AT (Mal 3, 23).

È normale allora che gli emissari incalzino: “Dicci tu chi sei” (cfr Gv 1,22). Ma neppure questa volta il Battista è molto preciso ed esauriente. Per parlare di sé, Giovanni riporta semplicemente una citazione dell’Antico Testamento: “Io sono voce di uno che grida nel deserto: Rendete diritta la via del Signore, come disse il profeta Isaìa” (Gv 1,23). Il Battista ci da due indicazioni.

Innanzitutto sembra che per il Battista non sia importante fermare su di lui lo sguardo. Ciò che è importante, per il Battista, è che “in mezzo a voi sta uno che voi non conoscete” (Gv 1,26).

C’è qualcuno da conoscere, è vero, ma non è il Battista: lui serve solo ad indicare chi è colui cha va conosciuto. Giovanni ha chiaro che solo non attirando l’attenzione su di sé, la può rivolgere su Colui che veramente si attende; e solo scomparendo compirà la propria missione e testimonierà la presenza del Messia tra gli uomini. Più avanti lo dirà esplicitamente: “Lui deve crescere; io, invece, diminuire” (Gv 3,30).

La seconda riguarda la citazione di Isaia. Forse non è importante fermarsi sul fatto che il Battista si identifichi con una voce, quanto che per dire di sé non trovi altre parole che quelle già dette da Dio attraverso un profeta: ancora una volta, l’attenzione non è fermata su di sé, come se il Battista fosse consapevole di non aver nulla di nuovo o di diverso da dire, se non quella Parola, annunciata da tempo, che ora si sta realizzando.

E qual è questa Parola? Tra le tante in cui Giovanni poteva scegliere di identificarsi, ne trova una all’inizio del capitolo 40 di Isaia. Non sarà un caso che con questo capitolo ha inizio il grande Libro della Consolazione, quello che annuncia la fine della schiavitù e l’inizio di un tempo nuovo.

Ecco, dice Giovanni Battista, io sono solo il testimone che questo tempo ha inizio, e che l’unica cosa da fare è conoscere Colui che è già in mezzo a voi, per cui non c’è più tempo da perdere, è finita l’attesa.

Oggi il Battista oggi ci chiede con forza di tornare all’essenziale, a quel “principio” di cui Marco parlava domenica scorsa (Mc1,1): di lasciar perdere tutto il resto, per fissare l’attenzione sulla presenza del Signore già operante nella Chiesa e nel mondo.

È un appello forte, quello che fa il Battista, che sembra conoscere la nostra inclinazione a fermarci sui particolari e di perdere l’essenziale.

L’Avvento, allora, è il tempo, per ciascuno, di riscoprire l’essenziale della vita e della fede.

+Pierbattista

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