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Meditazione di mons. Pizzaballa: III Domenica di Pasqua

Apr 14, 2018   //   by mauro   //   Riflessioni  //  No Comments

Il riconoscimento del Signore risorto da parte dei discepoli non è mai immediato né scontato: ad ogni racconto di apparizione, infatti, vediamo che i compagni di Gesù faticano non poco a riconoscere che quell’uomo che hanno davanti è veramente quel Gesù con cui hanno vissuto, in cui hanno creduto.

Il brano di Vangelo di oggi (Lc 24, 35-48) non fa eccezione, anzi: Luca ci dice che i discepoli erano “sconvolti e pieni di paura”, e che addirittura “credevano di vedere un fantasma” (Lc 24, 37). E Gesù li deve rassicurare e rimproverare: “Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore?” (Lc 24, 38).

Il brano di oggi ci aiuta a capire quale sia l’effettiva difficoltà dei discepoli: essi pensano di vedere un fantasma, cioè uno spirito, non una persona vera, in carne ed ossa. E Gesù li rassicura proprio su questo aspetto: “Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho” (Lc 24, 39).

La difficoltà dei discepoli è quella di non riuscire a concepire che Gesù possa essere vero, reale.

Pensano che tutto ciò che passa attraverso la morte appartiene ormai ad un mondo evanescente, fatto di ricordi e nostalgie, non al mondo della nostra vita: tutto ciò che è passato attraverso la morte non può più far parte della nostra esperienza reale, ordinaria.

Invece è proprio il contrario: non c’è niente di più vero, di più reale, di più sicuro di ciò che è passato attraverso la morte, e ne è uscito vivo. Proprio perché è morto ed è risorto ora Gesù appartiene alla vita in senso pieno, in modo definitivo: ha vinto la morte, ed ora la morte non ha più potere su di lui; la sua vita è una vera vita.

Per comprendere questo, i discepoli devono essere aiutati a fare un passaggio, un salto di fede; ma questo salto di fede non sta nelle loro capacità, e sarà Gesù stesso che li aiuterà a comprendere tale passaggio. In due modi: il primo è quello di mangiare davanti a loro (Lc 24, 42-43). Gesù fa la cosa più normale che si possa fare, in un certo senso la più umana. Allora Gesù non è un fantasma, ma è rimasto un uomo, un vero uomo, come noi: in Lui c’è tutta la nostra umanità.

Ma una volta fatto questo, Gesù li conduce oltre e apre loro la mente all’intelligenza delle scritture. Il verbo aprire, nei Vangeli, ha sempre un valore terapeutico, è sempre utilizzato in quei miracoli nei quali Gesù ridona la vista ai ciechi, l’udito ai sordi. Anche qui Gesù guarisce i suoi, e li guarisce dalla loro incapacità a capire la scrittura, a rileggere la storia della salvezza, e li conduce a vedere che lo stile della Pasqua è la vera anima dell’alleanza tra Dio e il suo popolo, è lo stile di Dio. Gesù mette in dialogo il vissuto dei discepoli con la storia della salvezza, ed è così che la mente si apre.

Ma neanche questo basta: non basta che i discepoli intuiscano che non è tutto finito, che non è stato tutto un fallimento. Devono anche capire che per loro, ora, tutto ha inizio, che la Pasqua di Gesù, compimento delle Scritture, è per loro un nuovo inizio: “nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni” (Lc 24, 47).

Di questo versetto, due elementi ci sembra importante sottolineare.

Il primo è il binomio conversioneperdono dei peccati.

Questo binomio ritornerà anche nella predicazione degli apostoli: dopo la guarigione dello storpio, Pietro dirà alla folla che lo guarda stupito: “… Dio ha così compiuto ciò che aveva preannunciato per bocca di tutti i profeti, che cioè il suo Cristo doveva soffrire. Convertitevi dunque e cambiate vita, perché siano cancellati i vostri peccati (At 3, 18-19).

E poco più avanti, davanti al sinedrio, ripeterà la stessa cosa: “Dio lo ha innalzato alla sua destra come capo e salvatore, per dare a Israele conversione e perdono dei peccati. E di questi fatti siamo testimoni noi e lo Spirito Santo, che Dio ha dato a quelli che gli obbediscono” (At 5,31-32).

Significa che Pietro, e con lui gli altri discepoli, hanno capito bene che questo binomio è fondamentale: hanno capito che il perdono è la chiave per comprendere le scritture, e che per accedere al perdono bisogna convertirsi, cambiare mentalità.

Conversione, nei vangeli, non significa perfezione morale, non corrisponde ad una condizione in cui non si pecca più. La conversione è quel cambiamento di mentalità che ci fa riconoscere il nostro peccato, il nostro rifiuto di accogliere il Signore, e quindi fa di noi dei mendicanti di perdono. La conversione è dunque la nostra apertura di cuore al perdono del Signore. I discepoli sono testimoni di questo, non di altro; sono testimoni che, nel Signore risorto, questa possibilità di conversione e di perdono è estesa a tutti, è per tutti.

Per tutti, ma “cominciando da Gerusalemme” (Lc 24,47). Questa è la seconda cosa interessante.

Gesù dice che la conversione e il perdono saranno predicati a tutti i popoli, e l’evangelista Luca per “popoli” usa un termine greco che è utilizzato solo per dire i popoli pagani.

Allora, potremmo dire, l’invito di Gesù risuona così: “andate tra i popoli pagani, partendo dal popolo pagano che è a Gerusalemme”! Il primo popolo pagano da evangelizzare siamo sempre noi stessi, è la nostra famiglia, la nostra gente, la nostra città. I pagani non sono gli altri, ma siamo noi.

noi la Pasqua vuole regalare la conversione per il perdono dei peccati.

+Pierbattista

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