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Meditazione di mons. Pizzaballa: IV Domenica di Avvento

Dic 23, 2017   //   by mauro   //   Bollettino Parrocchiale, Riflessioni  //  No Comments

Nei giorni precedenti l’inizio dell’Avvento, la Liturgia ci ha fatto leggere, come prima lettura della Messa, il profeta Daniele. E proprio una frase del profeta Daniele può aiutarci ad entrare nel mistero grande che è raccontato nel brano di vangelo di oggi, l’Annunciazione (Lc 1,26-38).

Al capitolo 2 del Libro di Daniele è raccontato un sogno fatto dal re Nabucodonosor, in cui il re vede una grande statua, di terribile aspetto, fatta di diversi materiali. Ad un certo punto del sogno, una piccola pietra si stacca dal monte e va a colpire i piedi della statua, così che la statua va in frantumi.

E la Parola precisa che questa piccola pietra si stacca dal monte “senza intervento di mano d’uomo” (Dn 2, 34). Anche poco dopo, quando il profeta interpreta al re la visione, Daniele sottolinea la stessa cosa: la pietra si è staccata “non per intervento di una mano” (Dn 2,45).

Anche a Maria accade qualcosa, che è nuovo ed è grande proprio perché è senza intervento di mano d’uomo.

è Dio stesso infatti, che interviene nella storia, nella vita di questa umile ragazza di Nazaret, e compie una cosa nuova: una nuova alleanza, una nuova meraviglia, una nuova salvezza, che è la presenza stessa di Dio in mezzo a noi, il Suo prendere la nostra carne e abitare tra noi.

Prima del peccato, la vita dell’uomo consisteva nel lasciare liberamente che Dio intervenisse nella sua storia, che fosse Lui il Signore e l’autore della vita. Il peccato invece è andato a minare questa dinamica, per cui l’uomo stesso ha scelto di gestire da sé la propria esistenza, senza l’intervento della mano di Dio: il contrario di ciò che era nel desiderio di Dio.

Ma ciò che l’uomo fa da sé, prima o poi crolla, come la statua del sogno di Nabucodonosor. Ciò che viene da Dio, rimane per sempre.

La cosa nuova, la salvezza, non poteva essere se non questa: che Dio di nuovo intervenisse e che l’uomo, di nuovo, lo lasciasse fare.

Tutto l’Antico Testamento non era stata altro che la ricerca e l’attesa di questo evento: l’uomo costruisce un tempio, e poi attende e prega, perché il Signore, di sua iniziativa, vi venga ad abitare.

Ma nella Vergine Maria, Dio fa molto di più: viene ad abitare in un tempio non fatto da mani d’uomo, in quel tempio che siamo noi, che è la nostra vita, il nostro corpo. E non viene con una nube, con un segno della Sua presenza: viene Lui stesso, viene di persona.

Maria, in questo, ha un ruolo importante, non passivo: possiamo dire che ci lascia due indicazioni.

La prima è credere, e credere precisamente che nulla è impossibile a Dio (Lc 1,37). Credere è far credito che questa mano invisibile di Dio ancora opera, e arriva proprio lì dove l’uomo non può: arriva a generare vita nel grembo sterile di Elisabetta (Lc 1,36), nel grembo di Maria che non conosce l’opera dell’uomo (Lc 1,34).

Credere è stare in questo vuoto, senza fare da sé, senza cercare scappatoie.

E Maria lo fa chiedendo e cercando, dialogando, mettendosi in gioco: Dio fa senza intervento di mano d’uomo, ma non senza l’uomo. La sua mano si ferma davanti alla libertà della creatura, e le chiede il permesso, e non entra se non dopo che l’uomo accetta: “Avvenga per me secondo la tua parola” (Lc 1,37).

Credere è dunque ascoltare, accogliere, fidarsi, offrirsi.

La seconda indicazione che impariamo dalla Vergine Maria, ugualmente importante, è accettare di entrare nel tempo della gestazione, tempo di pazienza e di silenzio, di nascondimento e di attesa.

Le cose dell’uomo si fanno in un attimo, le cose di Dio hanno bisogno di tempo, e avvengono piano piano: perché ciò che è nuovo nasca è necessaria una lunga gestazione.

L’uomo consuma il suo tempo in modo vorace, mentre il tempo di Dio si dispiega sulle lunghe distanze: scava in profondità, mette fondamenta profonde. è il tempo di tutte le stagioni necessarie perché la semina porti frutto.

Possiamo pensare la gravidanza di Maria si sia nutrita ugualmente di pazienza, di fede, di silenzio, di ascolto, di preghiera, di cammino. E ha portato Maria a vedere e a riconoscere intorno a sé i luoghi e gli eventi dove la stessa mano di Dio ha fatto qualcosa di nuovo: nella cugina Elisabetta (Lc 1,39-45), nel suo sposo Giuseppe (Mt 1,18-25).

Possiamo pensare che il Vangelo dell’Annunciazione sia un Vangelo lontano dalla nostra vita, troppo grande per la piccola vita di ciascuno di noi. Ma non è così! La dinamica di quest’evento, la dinamica di un Dio che desidera intervenire nella vita dell’uomo e chiede semplicemente che lo si lasci fare, senza frapporre troppi ostacoli, è la dinamica della fede, della nostra quotidiana relazione con Dio.

Lì dove questo accade, torna la vita, proprio come quel bambino generato nel grembo di Maria, proprio come la vita scaturita dal sepolcro. Anche lì: la mano dell’uomo aveva dato la morte, e solo la mano di Dio poteva ridare la vita. E così è accaduto.

Alle soglie del Natale, ci sia dato – non per mano d’uomo! – la grazia di lascar accadere questo anche dentro di noi.

+Pierbattista

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