• Subcribe to Our RSS Feed

Meditazione di mons. Pizzaballa: IV Domenica di Pasqua

Apr 21, 2018   //   by mauro   //   Riflessioni  //  No Comments

La figura del pastore, nell’Antico Testamento, è innanzitutto riferita a Dio: è Lui che ha condotto Israele fuori dall’Egitto, che ha camminato davanti a lui, che l’ha nutrito e curato, che l’ha fatto crescere.

Ma anche i re, le guide di Israele, i capi, i sacerdoti sono spesso paragonate a dei pastori: dovrebbero avere verso il popolo la stessa sollecitudine, la stessa cura che Dio ha avuto per Israele.

Ma non sempre è così, e spesso Israele fa esperienza di trovare sul proprio cammino cattivi pastori, che invece di pascere il gregge, pascono se stessi.

È Dio stesso a rimproverarli, a giudicarli: “Guai ai pastori d’Israele, che pascono se stessi! I pastori non dovrebbero forse pascere il gregge?  Vi nutrite di latte, vi rivestite di lana, ammazzate le pecore più grasse, ma non pascolate il gregge. Non avete reso la forza alle pecore deboli, non avete curato le inferme, non avete fasciato quelle ferite, non avete riportato le disperse. Non siete andati in cerca delle smarrite, ma le avete guidate con crudeltà e violenza. Per colpa del pastore si sono disperse e son preda di tutte le bestie selvatiche: sono sbandate” (Ez 34,2-5).

Questi sono cattivi pastori, per cui Dio annuncia che riprenderà Egli stesso la guida del suo popolo, sarà Lui di nuovo a guidarlo e a dargli vita: “Perché dice il Signore Dio: Ecco, io stesso cercherò le mie pecore e ne avrò cura” (Ez 34,11).

Al capitolo 10 del Vangelo di Giovanni, di cui oggi leggiamo i versetti 11-18, Gesù si rivela il pastore buono, anzi, il pastore “bello”, come dice letteralmente il testo.

Perché Gesù è il buon pastore?

Innanzitutto perché impedisce al lupo di rapire e disperdere le pecore (Gv 10, 12).

Questi sono i due grandi pericoli che minacciano il gregge: che le pecore siano rapite e che siano disperse.

Il verbo rapire ricorre altre due volte in questo capitolo: ai versetti 28 e 29, Gesù dice che le pecore sono custodite nelle sue mani e in quelle del Padre suo, e che nessuno può rapirle dalle loro mani.

Il lupo vuole rapirle, cioè farle diventare sua proprietà, svincolarle dalla relazione con il pastore, strapparle dalle sue mani. Vuole interrompere la relazione buona che c’è tra il gregge e il suo pastore.

E poi vuole disperderle: il lupo mira a questo, a disperdere il gregge, a dividerlo. Che non sia più un gregge, ma pecore sparse, che vanno ognuna per la propria strada.

Dove viene meno la relazione con il pastore, di conseguenza, inevitabilmente, viene meno anche la relazione tra i membri del gregge: non c’è più nessuno che li tenga uniti.

Poco più avanti, nei discorsi di addio, Gesù riutilizzerà questo verbo, e dirà che durante la passione i discepoli si disperderanno ciascuno per conto proprio, e lo lasceranno solo (Gv 16,32): per un momento, il lupo sembrerà riuscire nel suo intento.

Per salvare il gregge da questi due pericoli non basta un semplice mercenario: al mercenario non interessa il gregge, non ha con le pecore una relazione di appartenenza, di amicizia. Di fronte al pericolo, il mercenario non mette a rischio la propria vita.

Se il lupo rapisce e disperde, se il mercenario abbandona e fugge, il buon pastore, al contrario, conosce e raduna (Gv 10, 14.16).

Conoscere è un sinonimo di amare, e parla di una relazione stretta, di intimità profonda: si conosce solo ciò che si ama.

Ebbene, Gesù dice di volere con i suoi i discepoli la stessa relazione di intimità e di amore che Lui ha con il Padre: è il pastore buono perché ci vuole condurre lì, a questa vita bella di relazione con il Padre suo. Sa che null’altro ci può veramente nutrire e far vivere, se non questo.

Ma è il pastore buono anche perché non si cura solo di un piccolo numero, dei più vicini, dei migliori: Lui ha sempre “altre pecore” (Gv 10,16) di cui prendersi cura, da radunare perché insieme formino un solo gregge.

La salvezza che offre è proprio questo radunarsi insieme: non un’individuale ed esclusiva relazione con Lui, ma una comunione che circola, che vuole allargare confini e spingere oltre l’amicizia, che attira tutti.

È interessante che Gesù non parli di un unico ovile, ma di un unico gregge: si tratta di essere tutti in ascolto dell’unica Parola di salvezza (Gv 10,16). È questo che unisce, che raduna.

Perché tutto questo accada, Gesù dà la vita (Gv 10, 17).

Ci tiene a chiarire che è Lui stesso a darla: nessuno gliela toglie, ma Lui la offre senza nessun altro motivo se non l’amore che lo unisce al Padre, se non il condividere con Lui il grande desiderio che la loro relazione sia aperta ad accogliere in sé l’uomo.

Ed è proprio attraverso questo gesto, questo suo perdersi per amore, che in realtà Gesù potrà ritrovare di nuovo la vita: ritroverà la sua relazione con il Padre, che lo ama proprio perché ha dato la vita (Gv 10,17).

E ritroverà i suoi fratelli, noi, salvati e strappati dalle mani del nemico che voleva rapirci, e ricondotti a camminare verso una vita di sempre più profonda e vera comunione con il Padre, dietro di Lui e come Lui.

+Pierbattista

Leave a comment

You must be logged in to post a comment.

error:

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi