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Meditazione di mons. Pizzaballa: IV Domenica di Quaresima

Mar 30, 2019   //   by mauro   //   Riflessioni  //  No Comments

Possiamo leggere il brano di Vangelo di oggi (Lc 15,1-9) a partire dai due luoghi dove si svolge la scena. È un brano assai noto e usato in molte circostanze, Ci fermiamo solo su alcune brevi considerazioni. Una chiave di lettura che ci aiuta ad entrare nel testo è legata al fatto che in entrambi questi luoghi, in modo diverso, c’è una simbolica legata al cibo.

Il primo luogo è la casa del padre, che è descritta fondamentalmente come una casa dove vi è abbondanza di cibo: quando il figlio minore è lontano, nel momento in cui si trova alle strette, pensando alla casa di suo padre la ricorda come un luogo dove si mangia, dove il pane non manca ed è per tutti: anche i servitori ne hanno in abbondanza (Lc 15,17).

E quando poi il figlio torna a casa, il padre, tutto contento, subito imbandisce un banchetto: “prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa” (Lc 15,23). Questo banchetto è sottolineato più volte (Lc 15,23.27.30), e ritorna sempre nel testo per dire il modo di agire del padre: il padre nutre, dà da mangiare, fa festa mangiando. È certamente un richiamo anticotestamentario. Nell’AT la vita con Dio è presentate come un banchetto.

Il secondo luogo è quello in cui si viene a trovare il figlio minore quando si allontana da casa, lì dove sperpera tutte le sostanze ricevute in eredità. Lì la simbolica è sempre legata al cibo, ma in maniera diametralmente opposta. C’è una grande carestia (Lc 15,14) è il figlio afferma che sta per morire di fame (Lc 15, 17). Se c’è qualcuno che mangia, questi sono i porci (Lc 15,16), mentre il figlio si sarebbe anche accontentato di mangiare il loro stesso cibo, ma “nessuno gliene dava”.

Da una parte, quindi, c’è un padre che dà da mangiare a tutti con abbondanza, anche ai servi, e dall’altra c’è un figlio diventato servo, a cui però nessuno dà nulla, neanche il mangiare dei maiali.

Possiamo fermarci a rileggere questi elementi della parabola, per dire che la vocazione dell’uomo è quella di partecipare al banchetto che il Padre prepara per tutti i suoi figli, quel banchetto in cui Lui ci nutre di sé, della sua vita, della vita che circola dentro la sua casa. È un cibo abbondante, buono, gratuito, che il Padre desidera donarci (cf Is 25,6).

E il peccato dell’uomo non è altro che allontanarsi da questo banchetto, cadere da questa condizione privilegiata in cui la vita ci è donata, per nutrirsi di un cibo che non sazia, un cibo che, alla fine, ci fa morire di fame. Il figlio minore si allontana dalla casa dove è figlio, e arriva in un luogo dove invece è servo, dove viene trattato peggio di un animale, dove perde ogni dignità, dove nessuno ha a cuore la sua vita. È un luogo di solitudine e morte.

Ma Il padre il figlio prodigo, come sappiamo, non sono gli unici due protagonisti della parabola. C’è anche un altro figlio, il maggiore, il quale rimane in casa, ma, pur vivendo nell’abbondanza, non mangia un pane che lo sazia. Cioè non vive delle cose della vita come un segno e un sacramento dell’amore del padre, non capisce che tutto ciò che riceve lo riceve dal suo amore. Ed è come se non avesse avuto niente: anche lui, in realtà, muore di fame.

Il cammino della Quaresima, oggi, ci porta in questa casa, dove siamo figli; dove per noi è preparata la possibilità di una vita piena, a patto però di riconoscere che tutto viene dal Padre e tutto ci è dato gratuitamente. Non è frutto del nostro lavoro, un premio che ci dobbiamo meritare.

A nutrirci è la relazione stessa che abbiamo con Lui, relazione che poi si apre al fratello, con il quale condividiamo lo stesso pane.

È una casa che non siamo capaci di abitare stabilmente, e da cui spesso ci allontaniamo, ma a cui è sempre possibile ritornare.

+Pierbattista

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