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Meditazione di mons. Pizzaballa: IV Domenica di Quaresima

Mar 10, 2018   //   by mauro   //   Quaresima, Riflessioni  //  No Comments

Abbiamo visto, domenica scorsa, che il cammino della Pasqua ci fa necessariamente passare attraverso un rovesciamento, un ribaltamento di prospettiva. Il brano di Vangelo che leggiamo oggi ci permette di rimanere in questo passaggio e di approfondirlo ulteriormente.

Siamo al capitolo 3 del Vangelo di Giovanni, in gran parte costituito dal dialogo notturno tra Gesù e Nicodemo. Nicodemo è un uomo che cerca la verità e nella sua ricerca si avvicina a Gesù. Inizia così un dialogo complesso, in cui Gesù spalanca davanti al maestro della Legge squarci di luce nuova e Nicodemo è chiamato ad un “ribaltamento” totale.

I versetti che leggiamo oggi (Gv 3,14-21) sono la risposta di Gesù al terzo intervento di Nicodemo. Gesù gli ha appena detto che per entrare nella vita bisogna rinascere dall’alto, e che questa nascita non può essere opera dell’uomo: è dono di Dio, attraverso il suo Spirito. Di fronte a questa prospettiva lo smarrimento di Nicodemo è grande: aveva iniziato il suo discorso dicendo di sapere qualcosa (Gv 3,2: “sappiamo che sei venuto da Dio”), ma poi tutto il suo sapere lascia spazio a domande, da uomo che non comprende: “Come può nascere un uomo quando è vecchio?” (Gv 3,4), e: “Come può accadere questo?” (Gv 3,9).

Per accompagnare Nicodemo a comprendere che tutto ciò non può accadere se non per grazia, Gesù usa un’immagine tratta dal Libro dei Numeri (21,4-9): un’immagine che racconta un famoso episodio del cammino di Israele nel deserto, quando, in seguito all’ennesima mormorazione degli israeliti, Dio manda serpenti velenosi in mezzo al popolo, e “un gran numero di Israeliti morì”. Il popolo riconosce il proprio peccato e chiede a Mosè di intercedere presso il Signore. Questi ascolta la loro preghiera e fa innalzare un serpente di rame su un’asta: chiunque avesse guardato il serpente, dopo essere stato morso, sarebbe guarito.

Questa immagine dice la nostra realtà di creature ferite e redente. Dice cioè che siamo persone malate e la malattia è tale da portare alla morte, cioè alla mancanza definitiva di vita eterna. Quest’immagine, però, dice che il rimedio c’è, e consiste nel guardare al Figlio dell’uomo innalzato sulla croce: non ci sono altre cure, se non questa.

L’amore di Dio è lì, su quella croce, per tutti: nient’altro può guarirci se non questo Amore crocifisso, se non il dono totale di sé che il Padre fa consegnandoci il Figlio (Gv 3,16). Ma solo chi alza lo sguardo e sta davanti ad un Dio così, può essere salvato.

Perché questo possa accadere, due cose sono importanti.

La prima è riconoscere il proprio peccato, riconoscere la propria malattia, il proprio bisogno di guarigione. Chi non lo fa, rimane ripiegato su di sé, senza attendere la salvezza da nessuno. Non basta riconoscere i propri sbagli, i propri errori: si tratta di qualcosa di più profondo, si tratta di andare alla radice del male che ci abita, che è quello di vivere come se la vita non fosse un dono di Dio, di non essere in relazione, in comunione con il Signore. Il peccato è la nostra incapacità di dire “grazie”, l’appropriarci di sé. Riconoscere questo non è per nulla scontato, non è qualcosa che l’uomo può fare da solo, con le proprie forze, ma è dono di Dio. Un dono da desiderare e da chiedere.

Il secondo passaggio è distogliere lo sguardo da sé, anche dal proprio peccato, per fissare lo sguardo su qualcos’altro: la salvezza è vedere il proprio male e non rimanere lì, è fare in modo che la nostra malattia ci spinga a chiedere aiuto, a chiedere la guarigione. Guardare a Lui è l’atto della fede, è guardarlo per attendere da Lui la vita; ed è solo attraverso questa fede che si può rinascere.

Il Libro della Sapienza, commentando l’episodio del serpente (Sap 16,5-7), lo dice bene: “Infatti chi si volgeva a guardarlo era salvato non per mezzo dell’oggetto che vedeva, ma da te, salvatore di tutti”, per cui la liberazione dal veleno della morte era donata alla fede di chi si affidava a quel “simbolo di salvezza” (Sap 16,6) che era messo in alto, perché tutti, vicini e lontani, potessero vederlo.

La salvezza è per tutti, ma può accadere di vivere senza sapere di essere salvati. E questa è la grande sventura dell’uomo, una sventura più grande del peccato stesso: il non sapere, il non credere di essere stati perdonati.

A questo punto Gesù afferma che “Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna” (Gv 3,16), e aggiunge che il Padre non lo ha mandato a giudicare il mondo, ma a salvarlo (Gv 3 17-18).

Nicodemo probabilmente pensava che Dio ha mandato il Figlio per giudicare il mondo: se l’uomo ha peccato, è normale che ci sia un giudizio. E in parte questo è vero. Il giudizio c’è, ma in questo giudizio Dio non si pone come giudice, ma come avvocato e medico.

L’idea di Dio come giudice inclemente porta alla morte. Il giudizio è quello che ciascuno sceglie per sé nel momento in cui rifiuta la realtà di un Dio che salva, e che salva così, morendo in croce per tutti.

Nicodemo è chiamato a fare questo passaggio, questo ribaltamento. Da ciò che si sa di Dio (Gv 3,2) allo sguardo su un amore da cui lasciarsi semplicemente guardare e amare.

Questo è il vero, grande rovesciamento, questa è la conversione a cui siamo tutti chiamati.

+Pierbattista

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