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Meditazione di mons. Pizzaballa: Natività di S. Giovanni Battista

Giu 23, 2018   //   by mauro   //   Riflessioni  //  No Comments

Questa domenica la Liturgia celebra la solennità della nascita di S. Giovanni Battista.

E il Vangelo parla proprio di questo evento, anche se al fatto in sé riserva solo un versetto, con la frase stereotipata che nella Bibbia viene usata per dire la nascita di un bambino: “Per Elisabetta intanto si compì il tempo del parto e diede alla luce un figlio” (Lc 1,57).

Il resto del brano si concentra sulla reazione della gente – la cosa è riferita due volte, al v. 58 e al v. 65- e alla novità del nome che i genitori scelgono di dare a questo bambino.

Il fatto era tale da suscitare l’attenzione e la curiosità della gente: una coppia sterile, avanti negli anni, aveva dato alla luce un figlio. E la gente, alla notizia di questo fatto, reagisce riconoscendo un passaggio del Signore, un intervento di Dio: riconosce che Dio ha usato verso Elisabetta una “grande misericordia”.

Ma da quali elementi la gente comprende che l’accaduto porta la mano del Signore?

Possiamo trovare diversi motivi.

Il primo è che qualcosa cambia: situazioni che erano chiuse ad ogni possibile novità e cambiamento, improvvisamente si aprono. Una donna sterile e anziana partorisce, un muto parla.

Allora può ancora accadere qualcosa di nuovo, proprio lì dove nessuna speranza sembra più possibile. Questo è il primo segno che in questa nascita è presente l’opera di Dio. Perché l’uomo può solo ripetere se stesso, senza poter creare nulla. Mentre quando Dio interviene, è sempre per qualcosa di nuovo: Lui è fedele a se stesso facendo una cosa nuova.

E questo stupisce: nel brano ricorrono termini quale meraviglia, stupore, timore. È la reazione dell’uomo di fronte a qualcosa che lo supera.

E questo è proprio il secondo elemento: il fatto che l’uomo non capisca tutto. Verso la conclusione del brano, c’è proprio la domanda di chi accetta di non capire tutto, e in questo intuisce che l’opera viene da Dio: “Che sarà mai questo bambino?” (Lc 1,66). La gente non capisce tutto: se capisse tutto, allora sarebbe segno che l’opera non viene da Dio, ma dagli uomini. E ciò che non si riesce a spiegare con le sole logiche umane, allora lo si custodisce nel cuore: è ciò che fanno tutti coloro che odono i fatti, in attesa che l’opera di Dio si faccia più chiara.

Il terzo elemento è che la vita rifiorisce: nasce un bambino e nasce da una donna sterile.

Il segno che Dio è all’opera si trova lì dove le possibilità e le capacità dell’uomo si arenano. Dove l’uomo non può farcela, dove l’uomo misura solo la propria impotenza, allora lì Dio può agire. E si può essere certi che ciò che accade è opera sua.

Nell’Antico testamento, la nascita di un figlio da una donna sterile era un segno privilegiato che Dio interveniva nella storia, e che interveniva per salvare il suo popolo. Quel bambino diventava così preludio e simbolo di una salvezza che aveva i tratti di una gratuità assoluta, di un dono preveniente e totale.

Il quarto elemento mi sembra di poterlo trovare in un fatto inconsueto, e per qualche aspetto sovversivo: il fatto del nome. Coloro che vengono per la circoncisione vogliono chiamare il bambino Zaccaria, come suo padre. Ma questo bambino avrà un nome nuovo, che nessuno in questa casa ha mai portato: qualcosa di nuovo sta accadendo, qualcosa che ha bisogno di essere chiamato con un nome nuovo.

Questo nome è stato scelto direttamente da Dio, che nel tempio l’ha rivelato a Zaccaria (Lc 1,13), e ora è imposto innanzitutto dalla madre, prima ancora che dal padre.

Allora mi sembra di poter dire che sta iniziando una storia nuova: una storia che parte dall’incredulità di Zaccaria nel tempio, ma che poi si apre all’obbedienza ad un disegno di salvezza, che porta il nome di questo figlio.

È interessante che l’evangelista non si ferma a dare una spiegazione del nome; in realtà, tante cose rimangono oscure dentro questo Vangelo, tante sono le domande aperte: siamo solo all’inizio di questa nuova storia di salvezza.

Senza contare poi che Giovanni stesso sarà l’uomo dalle domande aperte (Gv 7,18-20), e sarà proprio lui il primo a stupirsi di una salvezza diversa da quella che lui stesso si aspettava: “Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?”. E Gesù gli risponderà invitandolo a vedere che l’impossibile si è fatto possibile grazie alla misericordia di Dio.

Quella stessa misericordia di cui tutta la vita di Giovanni è intessuta, fin dal grembo materno.

+ Pierbattista

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