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Meditazione di mons. Pizzaballa: Pentecoste

Giu 8, 2019   //   by mauro   //   Riflessioni  //  No Comments

Il Vangelo che leggiamo in questa solennità di Pentecoste, che conclude il Tempo Pasquale, ci apre alcuni squarci preziosi sulla vita della Chiesa nella storia, dopo che il Signore Risorto ascende al cielo e fa ritorno nella casa del Padre.

Di questo brano di Vangelo sottolineiamo alcuni elementi.

Il primo lo troviamo al versetto 26, dove Gesù dice ai discepoli che lo Spirito insegnerà loro ogni cosa e ricorderà tutto ciò che Lui ha detto.

Lo Spirito Santo è dunque un maestro, ma Gesù sembra dire che non è un maestro come gli altri.

In che senso?

Innanzitutto è un maestro che rimane sempre con noi (Gv 14,16).

Qualsiasi altro maestro, dopo aver insegnato al discepolo tutto ciò che sa, lo lascia andare per la sua strada. Per lo Spirito, invece, non è così.

Lo Spirito rimane sempre, perché ciò che gli importa è insegnare una relazione, di cui Lui stesso è garanzia e possibilità.

Non deve insegnarci delle cose, ma deve insegnarci a vivere, deve essere in noi presenza del Padre e del Figlio.

Lui rimane perché rimanere è il suo modo di amarci.

Infatti, Gesù continua dicendo che chi accoglie il Paraclito, che rimane con noi per sempre, diviene dimora sua e del Padre (Gv 14, 23).

Il compito dello Spirito, dunque, è renderci capaci di essere dimora di Dio.

Da soli, questo non ci appartiene, non è nelle nostre capacità e nelle nostre forze.

Quanto più lasciamo spazio all’opera dello Spirito in noi, tanto più allora Dio prende dimora in noi, ci santifica, ovvero ci rende simili a Lui.

Lo Spirito è un maestro diverso da ogni altro maestro anche per un altro motivo.

Mentre tutti i maestri insegnano delle nozioni, delle idee, lo Spirito compie un’altra operazione.

Lui non insegna, ma fa in modo che ciò che già sappiamo divenga nostro, divenga vita, venga da noi interiorizzato.

Perché non basta sapere che Gesù è morto; bisogna credere che Gesù è morto per me.

Non basta sapere che Dio è amore; bisogna credere che Dio ama me, esattamente così come sono.

Questa è l’opera dello Spirito, che non insegna dal di fuori, ma che ci convince dal di dentro, che trasforma la Parola in esperienza.

Anche questa è un’operazione che non possiamo fare da soli.

È interessante poi il fatto che Gesù dica che lo Spirito ricorda all’uomo qualcosa che l’uomo già sa.

L’uomo sa già com’è la vita buona e bella per cui è creato: il peccato, però, gliel’ha fatta dimenticare, e lo ha spinto ad ascoltare altri maestri, a seguire altre vie che si sono rivelate vie di morte.

Lo Spirito, che il Padre ci dona, ha il compito di ricordarci sempre a quale speranza siamo chiamati, perché non accada che, per dimenticanza, viviamo al di sotto della bellezza racchiusa nella nostra chiamata.

Infine è importante sottolineare che Gesù prega per noi il Padre, perché il Padre ci doni lo Spirito (Gv 14, 16).

La presenza dello Spirito Santo in noi, dunque, è qualcosa di profondamente legato al mistero della preghiera di Cristo, al suo desiderio profondo, al bene che Lui ha per noi.

Ma è qualcosa di legato anche alla nostra preghiera, al nostro aprirci a Lui.

La vita di un cristiano è una vita che incessantemente chiede lo Spirito, è la vita di chi ha scoperto che solo lo Spirito può dargli senso e pienezza.

Per cui chiedere lo Spirito è la preghiera per eccellenza, e lo Spirito è la “cosa buona” che il Padre dà a coloro che lo chiedono (cfr Lc 11,13).

+ Pierbattista

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