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Meditazione di mons. Pizzaballa: Solennità del Corpus Domini

Giu 2, 2018   //   by mauro   //   Riflessioni  //  No Comments

Nella solennità di oggi leggiamo lo stesso Vangelo che la Chiesa proclama nella sera del Giovedì Santo, nel ricordo dell’ultima cena, che ci riporta ai giorni della Passione: Gesù offre il suo corpo e il suo sangue, cioè la sua vita; lo offre in un estremo gesto d’amore, come segno di alleanza, come cibo di salvezza, come principio di vita nuova, per tutti.

Letto oggi, dopo l’Ascensione e la Pentecoste, alla luce quindi della pienezza del mistero pasquale, questo Vangelo assume una luce e un significato nuovo, e viene in qualche modo dilatato all’infinito.

Perché questo gesto di Gesù, grazie allo Spirito e nello Spirito, diventa un gesto eterno, infinito, sempre aperto perché chiunque possa accedervi e nutrirsene.

Nel nostro brano Gesù dedica molta attenzione ai preparativi (Mc 14,12-16): sono accurati. In qualche modo è Gesù stesso che prepara questa cena, che la rende possibile. L’iniziativa sembra dei discepoli: “Dove vuoi che andiamo a preparare…?” (Mc 14,12). Ma non è così: essi scoprono che c’è già una stanza pronta, una stanza che qualcuno ha già arredato e preparato (Mc 14,15), e che a loro spetta solo di portare il necessario per la cena, ovvero l’agnello, le erbe amare, il pane e il vino per ricordare l’uscita di Israele dall’Egitto.

Quanto loro porteranno, sarà preso tra le mani dal Signore, e diventerà Eucaristia.

I discepoli, inoltre, chiedono a Gesù dove preparare perché Luipossa mangiare la Pasqua (Mc 14,12). In realtà, neanche questo accadrà secondo le loro attese, perché non sarà Lui a mangiare la pasqua, ma sarà Lui ad offrirsi in cibo, affinché i discepoli possano mangiare un cibo di vita eterna, un cibo completamente nuovo.

I discepoli, insomma, sono chiamati semplicemente ad accogliere il compimento di un dono preparato da sempre. Ma è anche un dono al quale ci si deve preparare. È un dono così grande, da richiedere tempo e preparazione perché possa essere compreso. Ha bisogno di un cammino che poco alla volta faccia prendere coscienza della grandezza di questo mistero. Per questa ragione la Chiesa, anche se altrove vi sono tradizioni diverse, fa accedere al dono dell’Eucarestia solo dopo una certa preparazione e solo quando vi può essere la comprensione del dono dell’Eucarestia. Anche nei nostri giorni, in cui l’immediato e il “subito e ora” sono apparentemente una conquista sociale, l’Eucarestia rimane un mistero che ha bisogno di tempo, di accoglienza e comprensione.

L’Eucarestia è innanzitutto un’esperienza di comunione: quello che stanno per vivere i discepoli non è solo un momento conviviale, non è solo il ricordo di una notte di salvezza, ma è il dono della vita che rende possibile l’amore: è la sorgente a cui attingere ogni possibilità di comunione. E questo è il compimento dell’alleanza. Nell’Eucarestia, l’amore è cibo vero.

Senza questo dono, non c’è comunione possibile, perché è dentro il mistero di questa cena che l’uomo ritrova il perdono che lo fa vivere e lo rende di nuovo capace di amare. Non c’è comunione possibile senza partecipare a questo corpo spezzato e donato, senza questo corpo che ci unisce a sé in un unico corpo.

Con il gesto del prendere tra le mani il pane e il vino, che rappresentano tutta la vita dell’uomo, e di offrirla al Padre, Gesù restituisce la nostra vita a Colui che ce l’ha donata, e ne fa dono ai fratelli.

In questo modo, l’Eucaristia non è solo un gesto occasionale, un momento della vita di Gesù: ne è piuttosto lo stile, il modo abituale di vivere. Un modo di stare nella vita prendendola tra le mani, così com’è, per offrirla in dono, per restituirla.

Ritorniamo allora, anche oggi, a quel versetto iniziale del Vangelo di Marco, alle prime parole di Gesù, quelle per cui il regno di Dio è vicino (Mc 1,15).

Perché oggi capiamo ancor meglio cosa significhino queste parole e come il regno di Dio si è fatto vicino: è vicino, è presente nella Chiesa che vive l’Eucaristia; è presente quando la chiesa vive dell’Eucaristia, cioè se ne lascia impregnare al punto che l’Eucaristia diventa stile di vita, modo di amare e di servire.

+Pierbattista

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