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Meditazione di mons. Pizzaballa: Solennità di Cristo Re dell’universo – 2018

Nov 24, 2018   //   by mauro   //   Riflessioni  //  No Comments

L’anno liturgico si conclude questa domenica con la solennità di Cristo re dell’universo.

E il brano di Vangelo (Gv 18,33-37) ci mostra l’incontro tra Pilato e Gesù durante il processo che lo porterà alla condanna a morte. Mentre il processo giudaico prevedeva la presenza di testimoni, a favore o contro l’imputato, quello romano si basava fondamentalmente sul suo interrogatorio da parte del giudice; per cui, in questo caso, assistiamo ad un intenso faccia a faccia tra i due, che dialogano su un tema fondamentale.

Il dialogo è tra Gesù, re dei Giudei, e Pilato, il rappresentante del potere romano, della regalità terrena.

Il dialogo ruota proprio intorno al tema della regalità: Pilato chiede a Gesù se lui sia il Re dei Giudei (Gv 18,33). Il termine “re”, nel corso di tutto il processo, ricorre 12 volte: questo è il grande problema, la grande sfida dell’uomo, sapere chi sia il re.

Ed è interessante che questa questione non sia emersa dai capi del popolo, che avevano consegnato Gesù a Pilato: loro, infatti, si guardano bene anche solo dal pronunciare queste parole, e consegnano Gesù dicendo che è un malfattore (Gv 18,30). E quando Pilato farà mettere sopra la croce l’iscrizione, che attesta proprio la regalità di Gesù, loro avranno da dire, e proveranno a cambiarla precisando che Gesù non è il re, ma solo che lui si è definito tale (Gv 19,21).

Anche da questo capiamo come la questione sia centrale.

Per Gesù non è una questione nuova, anzi, sembra che il tema della regalità accompagni il suo percorso dall’inizio alla fine. Nel Vangelo di Matteo (Mt 2,7 ss), infatti, subito dopo la sua nascita Gesù si trova a scontrarsi con un re, e fin da subito sembrerà chiaro che due re, l’uno accanto all’altro, non possono stare. Erode cercherà di uccidere questo bambino che è stato definito re: c’è posto per un solo re.

Il problema, però, è capire cosa si intenda per re, e nella Bibbia questa è una questione dirimente.

Per aiutarci a comprendere, facciamo un passo indietro, e andiamo ad un episodio raccontato nel libro di Daniele (Dn 3). L’episodio riguarda alcuni giovani Israeliti della diaspora, deportati in Babilonia durante l’esilio. I ragazzi erano stati portati a corte ed educati secondo la migliore sapienza del posto; ma si erano mantenuti fedeli alle loro usanze. Per cui, quando viene emanato un editto che chiede a tutti di inginocchiarsi di fronte alla statua del re Nabucodonosor, loro rifiutano: ci si inginocchia soltanto di fronte a Dio, perché è Lui l’unico vero Re, l’unico Signore.

Ecco, questo episodio ci fa capire di quale regalità Gesù accetta di essere Signore.

Se i re terreni pretendono che ci si inginocchi di fronte a loro, e chiedono onore e potenza, Gesù fa esattamente il contrario. Pochi giorni prima di quanto sta accadendo nel brano di oggi, Gesù non solo non pretende che ci si prostri davanti a Lui, ma è Lui che si spoglia e si china per lavare i piedi ai propri discepoli (Gv 13,1-5), come fa uno schiavo con il proprio padrone.

Gesù è Re, ma non secondo le categorie della gloria e del potere: è Re nel servizio e nell’umiltà, nel dono di sé. Non nega di essere un re, ma dice di esserlo in modo diverso, secondo altre logiche.

Per cui a Pilato dirà che il suo regno non è da questo mondo: la sua autorità non gli viene dagli uomini, perché se così fosse, l’avrebbe difesa con la forza. Invece, quando qualcuno tenterà di difenderlo, come Pietro nel Getzemani (Gv 18,10-11), Gesù prenderà le distanze da questo atteggiamento, ribadendo tutta la sua disponibilità ad abbracciare la logica del Padre, con totale fiducia.

Il regno di cui Gesù è Re non ha dunque eserciti, e non ha territori da difendere.

Ha un solo scopo: manifestare agli uomini la verità (Gv 18,37), che li rende liberi, come liberi erano i giovani Israeliti deportati in Babilonia, che abbiamo incontrato nel profeta Daniele: gettati nella fornace, passeggiavano in mezzo alle fiamme, pregavano e lodavano Dio (Dn 3,24). Nella loro preghiera riconoscevano di essere peccatori, ma erano certi che Dio non li avrebbe abbandonati, perché non c’è delusione per chi confida in Lui (Dn 3,40).

Questa è la verità, ed è una verità eterna, che vince la morte.

Per questo può essere una verità mite, perché una verità che ha bisogno di essere imposta con la forza non è verità, è ideologia. L’ideologia teme la morte, teme che il suo inganno venga smascherato; la verità risplende anche nella tribolazione e nella persecuzione, e non teme di perdere tutto.

Infine, il Regno di cui Gesù è Signore estende il proprio dominio non tanto su popoli e regioni, quanto sulla vita di coloro che ascoltano la sua voce, e fanno un passaggio dalla morte alla vita.

E per far questo ha un unico mezzo, un’unica arma: è la Parola, per cui chi ascolta si mette nella Verità e diventa un uomo vivente, un uomo libero.

Per cui Pilato evidentemente non può capire Gesù: tra i due c’è una distanza abissale. Pilato dimostrerà di essere prigioniero delle proprie paure, della paura di perdere il proprio potere, e così perderà l’occasione di conoscere la verità che rende liberi.

+ Pierbattista

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