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Meditazione di mons. Pizzaballa sul Vangelo della IV domenica di Quaresima

Mar 25, 2017   //   by mauro   //   Riflessioni  //  No Comments

Il brano di Vangelo della Liturgia di oggi, IV domenica di Quaresima, ci presenta l’episodio della guarigione del cieco nato (Gv 9,1-41).

E’ un brano molto lungo, e per entrarci ne esaminiamo un po’ la struttura: vediamo così che c’è una prima parte (9,1-12) nella quale è raccontato il miracolo in sé; c’è poi una seconda parte, la più lunga (Gv 9,13-34) che ha per protagonisti, accanto al cieco guarito, i farisei con la loro diatriba con Gesù e i loro interrogatori intorno al miracolo che Egli ha compiuto; mentre nella terza (Gv 9,35-41) Gesù incontra di nuovo il cieco guarito, e il racconto si conclude con un giudizio di Gesù su chi ha la presunzione di vedere.

Nella prima parte il cieco guarisce; nella seconda invece i farisei si rifiutano di credere e sprofondano in una sempre più buia cecità.

Nella prima parte il cieco recupera la vista e inizia una vita nuova che lo porterà a credere e ad essere salvato; nella seconda i farisei si chiudono sempre di più nella loro pretesa di conoscere la verità, e dalla verità si allontanano.

In tutte e tre queste parti ci sono due gruppi di termini che ritornano, che fanno un po’ da filo conduttore, che danno la chiave del racconto.

Il primo gruppo di termini è quello legato al vedere o all’essere ciechi: Gesù incontra un cieco, il cieco viene guarito, e comincia a raccontare a tutti quello che gli è successo: prima ero cieco ed ora ci vedo. Nel corso del brano lo ripeterà almeno 4 o 5 volte.

Il secondo gruppo è legato al concetto di peccato e di colpa. Il problema emerge subito, fin dai primi versetti, ed accompagnerà tutto il brano, sino alla fine. I primi a parlarne sono i discepoli, che di fronte al cieco chiedono a Gesù chi abbia peccato, di chi sia la colpa di questa disgrazia. E fanno due ipotesi: o la colpa è sua, o dei suoi genitori (v. 2).

Poi di peccato e di colpa parlano in continuo i farisei, che sembrano non essere capaci di altro che di trovare un colpevole. Lo trovano facilmente nel cieco (v. 34), ma poi usano questo termine “peccatore” anche nei confronti di Gesù: essi parlano a lungo di lui, ma non lo chiamano mai per nome, limitandosi ad apostrofarlo appunto come “peccatore” (v. 24). Nel vangelo di Giovanni questo termine è usato solo qui, in questo capitolo.

Questo collegamento malattia-colpa, per cui se una persona non vede vuol dire che ha commesso uno sbaglio, è sotteso a tutto il brano, ed era opinione popolare comune in quel tempo. E forse, questo modo di pensare non è del tutto scomparso nemmeno oggi nelle nostre differenti culture…

Ebbene, Gesù ribalta completamente questa logica, dietro alla quale c’è un’immagine di Dio che castiga e che punisce. La malattia – secondo Gesù – non solo non dipende dal peccato, ma può addirittura essere luogo privilegiato della rivelazione di Dio: Gesù lo dice qui (v. 3) e lo ripete all’episodio della resurrezione di Lazzaro: “Questa malattia non è per la morte, ma per la gloria di Dio, perché per essa il Figlio di Dio venga glorificato” (Gv 11, 4). Il peccato si pone lì, non dove si è malati, ma dove si rifiuta di credere alla rivelazione di Dio, di credere alla sua misericordia, che opera sempre, anche al di fuori dei nostri schemi, e quindi anche di sabato. Il peccato è lì dove non si riconosce la propria cecità, e ci si rifiuta di lasciarsi guarire.

Il cieco guarito si apre a questa evidenza, semplicemente riconosce di essere stato guarito, e anche se all’inizio di Gesù non sa nulla se non il nome (v 11-12), rimane fermo a testimoniare semplicemente ciò che gli è accaduto: “ero cieco, ed ora ci vedo”.

I farisei, invece, si sforzano in ogni modo di negare questa realtà, che è sotto gli occhi di tutti, si sforzano di non vederla. E per far questo si difendono, aggrediscono, cercano pretesti… Sono ciechi, ma non lo sanno.

Il cieco guarito diventa sempre più se stesso, sempre più libero, vero, senza paura. Affronta i farisei con semplicità, anche con ironia, e paga di persona, con l’espulsione, la sua aderenza alla verità che gli è accaduta. I farisei invece diventano sempre più meschini, più divisi tra loro, meno credibili, meno credenti.

Perché fanno questo? La diagnosi esatta della loro malattia viene loro offerta dal cieco stesso: “Ve l’ho già detto e voi non avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo?” (v. 27).

Questo è il problema dei farisei, la loro incapacità di ascoltare qualcun altro che non siano loro stessi, le loro convinzioni, la loro legge. Ma ascoltare è l’unica condizione per conoscere veramente Dio, per aprirsi a Lui: solo chi ascolta, vede.

Infatti alla fine, Gesù si rivela al cieco guarito come Colui che parla, e usa con lui significativamente la stessa espressione che domenica scorsa avevamo ascoltato nel dialogo con la donna di Samaria: “Sono io, che parlo con te” (Gv 4, 25).

Quando Gesù viene a sapere che il cieco guarito è stato espulso, va in cerca di lui. Lo cerca per parlargli, perché la guarigione diventa salvezza solo dentro un dialogo: il dialogo rende personale la relazione, e questa è la salvezza.

Allora, quando il cieco vede Gesù che gli parla, fa una professione di fede e si prostra ad adorarlo (v. 38): è il punto culminante del brano.

Ed è anche il punto di arrivo del cammino quaresimale, che ha per meta la professione di fede battesimale nella Veglia pasquale. Ma che non è possibile se non a chi accetta umilmente la realtà del proprio essere ciechi, e a chi accoglie Colui che scende negli abissi per ridonarci la luce.

Il cammino della fede, infine, richiede un passaggio doloroso, che è quello della solitudine: il cieco viene in qualche modo misconosciuto dalla famiglia ed espulso dalla Sinagoga. Non significa necessariamente che ci deve capitare la stessa cosa, ma che Gesù lo si incontra fuori dall’ambito ristretto delle nostre certezze, dei nostri schemi mentali… I farisei non furono capaci di uscirne, e non colsero la grande novità che stava di fronte a loro. Potevano certo vedere, avevano la vista, ma non potevano vedere Lui, non potevano riconoscerlo e riconoscere la verità che stava di fronte ai loro occhi. Significa anche che lo si incontra magari proprio lì, dove meno ci si aspetterebbe di incontrarlo

«Tu, credi nel Figlio dell’uomo?». (35). La domanda di Gesù sta di fronte a noi ancora oggi.

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