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Meditazione di mons. Pizzaballa: V Domenica del Tempo Ordinario

Feb 4, 2018   //   by mauro   //   Bollettino Parrocchiale, Riflessioni  //  No Comments

“Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino” (Mc 1,14): è con queste parole solenni che Gesù ha dato inizio al suo ministero pubblico, in Galilea. Le parole che troviamo nel Vangelo di oggi, invece, sono tutte parole molto più semplici e ordinarie: casa, suocera, febbre, prendere per mano, alzarsi, servire (Mc 1,29-31).

C’è una sproporzione tra il solenne incipit del Vangelo e l’episodio di oggi, ma in questa sproporzione sta tutta la novità del Vangelo, c’è quel “farsi vicino” del Regno, di cui abbiamo letto due domeniche fa. Perché il Regno si compie proprio dentro la ferialità degli incontri e delle case, dentro le relazioni e le esperienze della vita, le più semplici.

L’episodio di oggi fa parte di quella cosiddetta “giornata di Cafarnao” che l’evangelista descrive come una giornata tipo di Gesù, per farci vedere come Gesù si muove dentro la vita ordinaria. Lasciata la sinagoga, dove ha insegnato con autorità e ha liberato un indemoniato mettendo a tacere lo spirito impuro che lo teneva in possesso, ora Gesù si reca a casa dei suoi nuovi amici.

La casa è il primo elemento importante del Vangelo di oggi: è qui, in una casa, in un luogo “profano”, non ufficiale, che prende vita la prima comunità, la prima chiesa. Qui Gesù ritornerà spesso, per vivere una vita privata e feriale che non è meno importante di quella più visibile e pubblica. La sinagoga in quel tempo era il luogo istituzionale di incontro della comunità, ed è proprio quel contesto istituzionale, guidata dai capi del popolo e dagli scribi, a mostrarsi incapaci di accogliere la salvezza nuova che Gesù porta (in Mc 3,6 vediamo che proprio dentro la sinagoga matura il primo rifiuto violento nei suoi confronti). La casa invece sembra essere il luogo dove la salvezza accade, dove Gesù rivela lo stile del Regno. Dentro la casa sono le cose ordinarie ad essere importanti ed è in quel contesto che lo si può incontrare.

E dentro la casa di Simone, come in tante case, accade che è entrata anche la malattia: una malattia anch’essa ordinaria, una semplice febbre, ma pur sempre sintomo di quella fragilità che accomuna l’umanità tutta. Gesù semplicemente si avvicina (Mc 1,31): un giovane maestro si fa accanto ad un’anziana donna, e accade una relazione carica di umanità e di affetto. Cosa si può fare, ad un malato, se non prendergli la mano, in segno di amicizia e di partecipazione? E anche Gesù non fa altro che questo, perché questo è lo stile di quel Regno che Gesù ha annunciato all’inizio del suo ministero.

Questo non è l’unico caso in cui Gesù prende per mano qualcuno: lo farà altre volte, ed ogni volta questo gesto sarà fortemente legato alla guarigione e, ancora di più, al ridonare vita. Così sarà per la figlia di Giairo (Mc 5,41) o per il fanciullo epilettico che, dopo l’esorcismo, “diventò come morto”. Ma Gesù lo prese per mano, e lo fece alzare (Mc 9,26-27).

C’è una sequenza, un legame che ritorna tra questi due verbi, prendere per mano far alzare, ed è un legame che genera vita, che vince la morte, che fa risorgere. La mano di Gesù, quando prende la nostra, ci risolleva, ci restituisce la vita, perché per vivere abbiamo bisogno di questo semplice gesto di tenerezza e di vicinanza.

Ma c’è un terzo verbo importante: la suocera di Pietro, una volta guarita, si mette a “servire” (Mc 1,31).

Non si è guariti semplicemente per stare bene, ma perché questa vita, che ci è stata restituita gratuitamente, sia messa a disposizione di altri. E questo comporta che la guarigione – la risurrezione – sia “completa” solo se questi due verbi stanno insieme, se ci si alza per servire: solo così sarà davvero pasqua.

Proprio in un contesto pasquale, infatti, Gesù parlerà di sé come di un servo, là dove dirà di non essere venuto per essere servito, ma per servire e dare la vita in riscatto per molti (Mc 10,45).

Il brano di oggi non si ferma nella casa di Simone: la salvezza accaduta in questa casa si sposta anche fuori, in un altro importante luogo di incontro che è la porta di una città (Mc 1,33). È un luogo di confine, luogo dove tutti si incontrano. Lì ciascuno arriva con il proprio carico di sofferenza e fatica, e possiamo pensare che la stessa mano che si è posata sulla suocera di Pietro si posa anche su ciascuno, con la stessa tenerezza.

Ma il brano si conclude con un evento inaspettato: Gesù, nella notte, si ritira nella solitudine, per custodire la propria relazione con il Padre, con la sua sorgente di vita.

E ai discepoli che lo cercano ansiosi, preoccupati di non disattendere le attese della gente (“tutti ti cercano!”, Mc 1,37) Gesù apre orizzonti più vasti ancora, come quelli aperti per loro al momento della chiamata; e propone loro un “altrove” (Mc 1,38). Chi lo vuole seguire, chi lo cerca, sa dove trovarlo: lo troverà sempre “altrove”, perché Lui avrà già lasciato il luogo che avrà beneficato, senza rimanevi imprigionato, ubbidiente ad una chiamata che chiede di andare “anche là” (Mc 1,38), in un altro luogo.

Dentro questo anche c’è una possibilità di salvezza, di guarigione, una mano posata su tutti.

+Pierbattista

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