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Meditazione di mons. Pizzaballa: V Domenica di Pasqua

Apr 27, 2018   //   by mauro   //   Riflessioni  //  No Comments

Domenica scorsa abbiamo visto come la figura del pastore, in cui Gesù si identifica (Gv 10), affonda le proprie radici nell’Antico Testamento: Gesù compie l’attesa di un pastore buono, che di fronte al pericolo non fugge, ma rimane e offre la propria vita.

Anche oggi rivediamo la stessa dinamica, attraverso l’immagine della vigna: il testo di riferimento per comprendere quest’immagine è Isaia 5, 1-7. L’attesa, questa volta, non è da parte di Israele, ma da parte di Dio: Dio attende una vigna buona, che produca semplicemente uva. Ha piantato una “vite pregiata” sopra un “fertile colle”, ha sgombrato il terreno dai sassi, ne ha avuto cura: ma la vigna ha prodotto solo “acini acerbi”, non ha prodotto alcun frutto buono.

Questa è la condizione dell’umanità, che Gesù descrive bene in un versetto del Vangelo di oggi, quando dice che senza di Lui non possiamo far nulla (Gv 15,5). Da sola, in se stessa, una vigna non può produrre frutti all’altezza dell’attesa di Dio, perché l’umanità non può vivere una vita che sia vera e bella, non possiede in sé la vita eterna. Il frutto non dipende dai nostri sforzi, dalle nostre osservanze: per quanto siano buone, il frutto è ancora tutt’altra cosa.

Cosa mancava, dunque, alla vite di cui parla Isaia perché il frutto fosse buono? Non ne aveva avuto cura Dio stesso?

A quella vigna mancava semplicemente Gesù.

Per questo il Signore parla di sé proprio come della vite vera (Gv 15,1), quella che finalmente porta il frutto che Dio attende, quella che finalmente è capace di dire al Padre un sì senza riserve, quella che vive la vita stessa del Padre.

Di questa vita, Gesù apre le porte, perché sia la vita di ogni uomo e ciascuno vi partecipi, esattamente come un tralcio partecipa alla vita della vite.

Di questa vigna, Gesù sottolinea due particolarità.

La prima è l’esperienza della potatura: essenziale per produrre frutti è accettare di essere potati: “Ogni tralcio che porta frutto lo pota perché porti più frutto” (Gv 15,2).

Interessante che il verbo “potare” ha in greco la stessa radice del termine “puro”, che Gesù usa subito dopo: “Voi siete già puri”, cioè già potati.

Per portare frutto bisogna custodire in sé la vita della vite, senza nient’altro. Tutto ciò che è in più, tutto ciò che è altro da questo, viene semplicemente eliminato, perché il tralcio non sia altro da ciò che deve essere: parte della vite.

La vita del discepolo, quindi, è continuamente portata alla propria essenzialità, alla verità di ciò che è: essere puri significa proprio questo, essere semplicemente se stessi.

Come accade questa purificazione, questa potatura?

Gesù afferma che è la sua Parola a compiere questa operazione (Gv 15,3): chi l’ascolta veramente, abbandona il proprio sguardo su di sé e sugli altri, e il suo cuore diventa semplice.

E la seconda particolarità riguarda cosa significhi questo essere semplicemente se stessi: un tralcio è se stesso, è vero, quando rimane nella vite.

Bisogna semplicemente rimanere, un verbo che nella pericope di oggi ritorna almeno sette volte: e questo significa che l’ingresso nella vita nuova è già dato, non va cercato o conquistato con le proprie forze. Si entra nella vita nuova per grazia, per il dono del Battesimo che ci comunica la linfa, la vita di Dio, ci innesta nella Chiesa.

Ma a noi tocca rimanere lì, non perderci cercando la vita altrove: Gesù dice che chi non rimane, viene gettato via e “secca” (Gv 15,7), cioè muore.

Chi non rimane in Dio, chi vive una vita autoreferenziale, chi si accontenta di se stesso, chi si basta, rinuncia alla vita e alla fecondità, proprio come il chicco di grano, che abbiamo incontrato nella V domenica di Quaresima: abbiamo visto che una vita tenuta stretta, una vita chiusa in se stessa e concentrata su di sè, è una vita che rimane sola, che conosce solo gli spazi angusti del proprio io, ed è destinata a finire.

Ma chi rimane, vive in un modo veramente pieno, della stessa vita di Dio: con Lui condivide gli stessi sentimenti, lo stesso modo di sentire e di pensare, lo stesso sguardo sulle cose vita, lo stesso amore con cui amare tutti.

Per questo può chiedere qualsiasi cosa (Gv 15,7), perché chiederà solamente questa vita nuova e risorta, una vita di comunione con Dio e con tutti gli altri, tutti membra dello stesso corpo.

+Pierbattista

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