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Meditazione di mons. Pizzaballa: VI Domenica di Pasqua

Mag 25, 2019   //   by mauro   //   Bollettino Parrocchiale  //  No Comments

Il brano di Vangelo di oggi (Gv 14,23-29) fa parte del lungo discorso che Gesù fa ai suoi discepoli durante l’ultima cena nel Cenacolo, dopo il gesto della lavanda dei piedi.

È un discorso di saluto, in cui Gesù accompagna il turbamento che i discepoli provano all’annuncio della sua imminente partenza con parole che dicono il senso di ciò che sta accadere, che dicono il senso della vita che il Signore sta per dare.

In questo discorso, come un ritornello, ritornano alcune frasi, alcune intuizioni di Gesù, parole che sono il cuore della vita di un discepolo.

Vorrei sottolineare due aspetti.

Il primo è che è vero, Gesù sta per lasciare i suoi. Ma questa partenza apre la possibilità di un suo ritorno, e di un ritorno assolutamente nuovo, assai più ricco e bello della realtà che i discepoli hanno imparato a vivere con lui nei suoi giorni terreni.

Gesù lo dice più volte in questo capitolo 14: lui sta per partire e ritornare al Padre, portando con sé la nostra umanità. Per questa umanità è preparata una dimora dove tutti possono trovare posto.

Gesù parte, dunque, ma per poter venire di nuovo (Gv 14,3). Gesù non tornerà da solo, ma con il Padre e con lo Spirito: “noi verremo a lui” (Gv 14,23), dice Gesù, parlando di sé e del Padre. E il Padre manderà lo Spirito (Gv 14,26), che sarà la vita stessa di Dio in noi.

La venuta di Cristo dopo la Pasqua, insomma, porta una novità. Non è un semplice ritornare alle cose di prima, come se nulla fosse cambiato. L’evangelista Giovanni ci dice che con la nuova venuta di Cristo la nostra vita non è più solamente nostra, ma è una vita abitata dalla vita di Dio, che è essenzialmente relazione e comunione d’amore tra le persone della Trinità.

Gesù viene ad abitare nella nostra vera casa, ovvero nell’amore del Padre. L’opera della salvezza iniziata nella Pasqua si compie con questa venuta.

Il secondo aspetto è che tutto questo è legato ad un condizionale: il brano di oggi, infatti, inizia con un “se”. “Se uno mi ama…” (Gv 14,23).

La comunione di vita con Dio è possibile solo se abitiamo nella casa che è stata preparata per noi, ovvero nell’amore, nell’accoglienza dell’amore che Dio ha per noi, e che gli eventi della Pasqua hanno rivelato in pienezza.

Se si vive di questa accoglienza, di questo amore, allora il frutto è l’obbedienza: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola” (Gv 14,23).

L’obbedienza alla parola di Gesù è il frutto della vita nuova, ma ne è anche la cartina tornasole: per Gesù l’amore non è un semplice sentimento, ma è una vita di ascolto e di obbedienza.

Lui per primo l’ha vissuta nei confronti del Padre, non cercando altro se non di fare la Sua Volontà: il Vangelo di Giovanni è costellato di parole in cui Gesù dice questa obbedienza al Padre (Gv 4,34; 5,30; 8,28-29…).

La vita stessa, poi, gli ha insegnato l’obbedienza, lo ha posto nella condizione drammatica, al Getsemani, di scegliere non la sua volontà, ma quella del Padre.

Gesù si è fidato, e ha sperimentato che questa obbedienza è effettivamente la via che porta alla vita, che è l’unica strada per rimanere nell’amore. Per cui, prima di tornare al Padre, mostra questa via ai suoi.

Sa che non dovranno fare tutto da soli: è lo Spirito che forma in noi la vita da figli, la vita obbediente. Lui insegnerà ogni cosa e ricorderà ai discepoli le sue parole, perché possano rimanere nell’obbedienza (Gv 14,26).

E, infine, dice che a chi vivrà tutto questo non potrà mancare la pace (“Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi”. Gv 14,27). La pace è la condizione di chi ha trovato la strada, sa dove sta andando e sa di non essere solo nel cammino. Gesù lascia questa pace, che è la sua e che solo lui può donare.

Non troveremo mai nei Vangeli discorsi o considerazioni sulla pace. Essa non è un’astrazione, né il risultato di iniziative umane o il frutto di un atteggiamento morale o sociale (“non come la da il mondo io la do a voi”, 27). Nel Vangelo la pace nasce dall’esperienza dell’abitare nell’amore di Cristo. Più avanti, nello stesso discoro Gesù, infatti, aggiungerà: “Rimanete nel mio amore” (15,9).

Non è un’indicazione a non occuparsi della pace, ma un invito a costruirla a partire dall’esperienza della Pasqua, dove tutto, inclusi i nostri tradimenti, è accolto nel cuore dell’Amore che salva.

+ Pierbattista

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