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Meditazione di mons. Pizzaballa: VII Domenica di Pasqua

Mag 12, 2018   //   by mauro   //   Bollettino Parrocchiale  //  No Comments

Siamo ormai al termine del tempo Pasquale, e la Liturgia di oggi ci fa leggere un brano del capitolo XVII del Vangelo di Giovanni. Il capitolo fa parte dei discorsi di addio, ma il capitolo XVII è diverso dai precedenti: Gesù cessa di parlare con i discepoli, e parla direttamente al Padre, in una lunga e intima preghiera.

Nei versetti che leggiamo oggi (Gv 17,11b-19), Gesù prega il Padre per i discepoli: sa che è giunta l’ora di lasciarli, e li riaffida a Colui che gli glieli ha affidati.

Cosa chiede Gesù?

Fondamentalmente Gesù chiede due cose, e queste due cose corrispondono ai due imperativi che troviamo al versetto 11 e al versetto 17: “custodiscili” e “consacrali”.

Innanzitutto, “custodiscili”.

Gesù conosce i suoi discepoli, e sa che hanno bisogno di essere custoditi.

Essi continuano a vivere nel mondo (v. 15-16), e non possono, da soli, vincere il maligno (v 15): hanno bisogno di un rifugio sicuro, dove non cessare di essere una cosa sola (v. 11).

Qual è questo rifugio sicuro?

Per Gesù non c’è rifugio sicuro se non nel nome del Padre. Nelle Scritture, il nome esprime identità, appartenenza, unità. Il nome di Dio è la verità di Dio stesso e proprio per questo era impronunciabile. Gesù prega, dunque, che i discepoli siano custoditi dalla unione con Dio Padre.

Significa che un uomo è custodito quando ha un Padre; quando la sua vita, nel profondo, ha trovato quell’origine dal quale sa di venire e al quale sa di poter tornare, al quale si rivolge, dal quale ci si sente accolti e amati. E una vita è custodita quando questa presenza è ferma e sicura, è dentro di sé, è un nome conosciuto, che si sa di poter pronunciare sempre, senza paura. Questo nome è come una fortezza, come ripetono tanti salmi.

Gesù stesso inizia la sua preghiera chiamando Dio con il nome di Padre, e in questo capitolo lo ripete quattro volte. Ma quante volte questa parola è tornata sulle sue labbra nel corso di questo Vangelo…

Gesù, inoltre, collega direttamente questa custodia nel Nome del Padre con l’essere una cosa sola dei discepoli. In effetti, c’è una stretta relazione tra le due realtà; di più, c’è una dipendenza l’una dall’altra. Solo se i discepoli rimangono nel nome del Padre, possono essere una cosa sola; se invece ciascuno si disperde nel proprio nome, se ciascuno si fa un altro nome (cfr Gen 11,4 l’episodio della costruzione della torre di Babele: “facciamoci un nome, per non disperderci su tutta la terra”), allora viene meno ogni forma e ogni possibilità di unità, di fratellanza; viene meno la Chiesa.

La seconda cosa che Gesù chiede è di consacrarli, di santificarli.

I versetti sono impegnativi: “Consacrali nella verità. La tua parola è verità. Come tu hai mandato me nel mondo, anche io ho mandato loro nel mondo; per loro io consacro me stesso, perché siano anch’essi consacrati nella verità” (Gv 17,17-19).

Per comprendere meglio facciamo un passo indietro: al versetto 36 del capitolo X del Vangelo di Giovanni, troviamo un’espressione molto simile: “a colui che il Padre ha consacrato e inviato nel mondo, voi dite…”.

In entrambi i brani troviamo una connessione tra consacrazione e invio: Gesù è stato consacrato dal Padre, ovvero è diventato, nel mondo, il luogo della Sua presenza, la manifestazione del Suo nome. Si è consacrati per essere inviati nel mondo; e per esserlo non nel proprio nome, ma come portatori di una presenza che ora ci abita e a cui apparteniamo.

Così i discepoli sono chiamati ad una vocazione speciale e santa, quella di ascoltare la Parola della verità: Gesù ha dato loro la Parola del Padre (Gv 17,14), e questo li ha separati dal mondo.

Ma sono separati dal mondo per esservi inviati di nuovo, come annunciatori del Vangelo.

I cristiani sono allora portatori di una parola nuova, una parola paradossale e unica, una parola altra rispetto alla logica del mondo, che infatti non li riconosce come suoi. Questa Parola è l’unica parola vera, è la verità stessa.

È questa Parola che crea il legame tra il Padre e il Figlio, così come tra Gesù e i suoi.

Ebbene, Gesù prega perché i discepoli siano consacrati, santificati in questa parola vera, che fa di loro persone nuove. Persone che non vivono per se stesse, ma che sono mandate al mondo (Gv 17,18) ad annunciare che c’è una Parola vera, per tutti; ad annunciare che c’è un rifugio sicuro, e che questo rifugio sicuro è il nome del Padre.

Allora, Gesù prega per entrambi questi motivi: non prega solo perché siamo custoditi, perché abbiamo una vita sicura nelle mani e nel nome del Padre; ma anche perché, a partire da questa sicurezza, possiamo essere inviati al mondo, ai nostri fratelli, e portare ovunque il dono di cui gratuitamente siamo stati colmati.

+Pierbattista

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