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Meditazione di mons. Pizzaballa: X Domenica del Tempo Ordinario

Giu 9, 2018   //   by mauro   //   Riflessioni  //  No Comments

L’episodio raccontato nel brano di Vangelo di oggi (Mc 3,20-35) è ambientato in una casa, un luogo molto caro all’evangelista Marco. Ed è strutturato in tre parti, intrecciate tra loro: nella prima e nella terza i protagonisti sono i parenti di Gesù, nella seconda sono alcuni scribi scesi da Gerusalemme.

Il legame che tiene uniti tutti questi personaggi è dato da un verbo: “dicevano” (Mc 3,21.22.30). Ciascuno dei due gruppi, infatti, ha una propria personale opinione su Gesù, e la dice.

I parenti dicono che Gesù è fuori di sé; gli scribi dicono che è posseduto da Beelzebul. I più imbarazzati sembrano essere i familiari: questo figlio, uscito dalla loro casa e già così lontano e diverso, crea qualche preoccupazione. Ecco che allora partono per andare a prenderlo.

A questo punto del Vangelo, Gesù ha già compiuto diversi miracoli, ha pronunciato parole che hanno la pretesa di portare una novità nella storia, ha fatto nascere domande intorno alla propria persona: chi è costui? (Mc 1,27). Ha suscitato anche ostilità, e i due gruppi del Vangelo di oggi sono i rappresentanti di coloro a cui, per motivi diversi, la presenza di Gesù dà fastidio.

A queste due opinioni, Gesù risponde in due modi diversi.

Agli scribi risponde con due brevi parabole: nella prima (Mc 3,24-26) afferma di non poter essere un inviato di Satana, visto che finora non ha fatto altro che sconfiggerlo e detronizzarlo. Sarebbe strano che un suo inviato, al posto di fare il suo gioco, lo ostacolasse.

Nella seconda (Mc 3,27) Gesù dà la chiave di lettura di tutto ciò che ha fatto finora: è entrato in una casa dove Satana spadroneggiava, dove era forte, e lo ha legato, lo ha reso impotente. E ha potuto farlo perché Lui è più forte di Satana, e ha vinto la lotta da subito.

Il lettore del vangelo di Marco sa che è davvero così: il primo miracolo di Gesù, nella sinagoga di Cafarnao, è stato quello di scacciare il demonio che possedeva un uomo, che lo abitava. Lo ha letteralmente scacciato, intimandogli di uscire (Mc 1,21-26), e Satana non ha potuto far altro che andarsene. Continuando la lettura del Vangelo, vedremo più volte la stessa dinamica.

Allora, in questo modo, è Gesù che velatamente rivela la propria identità: non solo non è fuori di sé, non solo non è posseduto da Beelzebul, ma è quel “più” forte (Mc 1,7) annunciato dal Battista, Colui che viene per instaurare il Regno di Dio.

Lui è il più forte; e che è il più forte lo si vedrà dalla sua capacità di perdonare ogni peccato (Mc 3,28): perdonerà tutto, ogni peccato e ogni bestemmia. Solo qualcuno molto forte può fare questo.

L’unica cosa che Gesù non potrà perdonare è la bestemmia contro lo Spirito Santo, cioè l’incapacità di riconoscere dove è all’opera il Signore o dove invece è all’opera il suo nemico. Peccare contro lo Spirito Santo è etichettare l’opera dello Spirito come opera di Satana. In questo modo non vi sarà alcuna possibilità di riconoscere l’opera di Dio e qualunque gesto sarà letto nella maniera sbagliata e non porterà all’incontro con la salvezza. È ciò che accade agli scribi, che leggono l’opera di Gesù come opera di Satana. Chi fa questo, si chiude alla grazia, al dono di Dio, rimane fuori dal dono della vita.

Per raccontare agli scribi queste parabole, Gesù usa un’espressione usata poco prima, lichiama(Mc 3,23). Pochi versetti prima (Mc 3,3-18), infatti, Gesù aveva chiamato i suoi, i dodici, ad uno ad uno. Li aveva chiamati ad una relazione personale, cioè a seguirlo.

In qualche modo ora chiama anche questi scribi scesi da Gerusalemme già con un giudizio negativo su di Lui. E li chiama ad uscire, a fare un cammino, a prendere coscienza della bestemmia che li abita, che li porta alla morte, per aprirsi alla vita, alla libertà di ospitare nella propria casa il “più forte”, il vero liberatore, Colui che perdona.

Con questa prima risposta Gesù dice chi è lui. Ora si tratta di rispondere alla famiglia, per certi aspetti più agguerrita nei suoi confronti, più toccata nel vivo, più compromessa dalla sua “stranezza”.

Rispondendo a loro, Gesù dice chi è la sua nuova famiglia, quale è la sua casa, chi sono i suoi.

Una famiglia, abitualmente, è un gruppo chiuso, e ben definito dai legami del sangue. Non vi può appartenere chiunque, non c’è spazio per gli estranei.

Ebbene, Gesù allarga le maglie e apre le porte a chiunque voglia entrare: l’unico criterio di appartenenza alla sua famiglia è quello chiaro, ma non verificabile matematicamente, del fare la volontà del Padre. Non si tratta allora di entrare in un gruppo elitario, ma di uscire, come ben avevano capito i familiari di Gesù quando avevano detto che “è fuori di sé” (“uscirono per andare a prenderlo”,3,21). Entra in questa famiglia chiunque accetta di uscire dai propri schemi, dalle proprie sicurezze, come Gesù e i suoi, di cui all’inizio è detto che non avevano nemmeno il tempo per mangiare (Mc 3,20). Cosa incomprensibile per una famiglia “tradizionale”, tesa appunto ad assicurare che bisogni, tempi, tradizioni siano rispettati.

Qui no: entrano a far parte di questa famiglia coloro che accolgono la salvezza del Padre e imparano così a fare della propria vita un dono; coloro che accolgono un perdono per tutti e che sanno discernere in Gesù il Regno di Dio che è presente nella storia.

+Pierbattista

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