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Meditazione di mons. Pizzaballa: XI Domenica del Tempo Ordinario

Giu 16, 2018   //   by mauro   //   Riflessioni  //  No Comments

Continuiamo la lettura del Vangelo di Marco, e ci troviamo oggi al capitolo 4, un capitolo in cui l’evangelista raccoglie alcune parabole: oggi ne ascoltiamo due, quella del seme gettato nel terreno (Mc 4,26-29) e quella del grano di senape che, una volta cresciuto, diventa un grande albero (Mc 4,30-32).

Ci fermiamo innanzitutto sulla prima.

Direi che i protagonisti sono tre: c’è un seme, c’è un terreno e c’è qualcuno, “un uomo”, che getta il seme sul terreno. E perché ci possa essere un buon raccolto, ognuno deve fare la sua parte.

C’è la parte dell’uomo, che entra in scena all’inizio e alla fine del percorso: all’inizio per seminare, alla fine per mietere.

Sono due azioni fondamentali, ma di per sé non bastano.

La parabola dice che il seminatore deve avere altri due atteggiamenti, perché il seme possa dare frutto.

Il primo è attendere: la parabola sembra dare il ritmo di questo attendere, lì dove scandisce le varie tappe della crescita: “prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga” (4,28).

Qui attendere significa fondamentalmente fidarsi: fidarsi innanzitutto del seme, e della forza che in esso è contenuta; il seme è il dono di Dio, e non può non essere fecondo.

Ma il seminatore è chiamato a fidarsi anche del terreno: proprio il terreno mi sembra il vero protagonista della parabola di oggi, perché è lui che produce spontaneamente “prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga” (Mc 4,28).

L’altro atteggiamento è detto in questi brevi parole: “Come, egli stesso non lo sa” (4,27). L’uomo non sa come accade questo mistero di maturazione e di vita. Il seme germoglia e cresce, ma lo fa senza rivelare il segreto della sua forza, senza mostrare a nessuno il suo lento ma sicuro sviluppo.

Non solo, allora, bisogna saper aspettare; ma bisogna attendere accettando di non sapere, di non controllare, di non possedere le sorti del seme.

In Marco, c’è un altro brano in cui questo non sapere ha una certa importanza: al capitolo 13 (Mc 13,33-37), Gesù invita i suoi alla vigilanza, e li invita proprio perché “non sanno”: un uomo parte e lascia la sua casa ai servi, ad ognuno il suo compito, ed ordina a ciascuno di vegliare, perché non sanno quando il padrone torna.

I due brani si illuminino a vicenda: il seminatore non sa, non conosce il mistero del ritmo della vita, però una cosa può fare, è chiamato a fare: è chiamato, come i servi di Marco 13, a vegliare, a fare attenzione, a guardare con fiducia la crescita del seme, perché verrà un momento -che non conosce- in cui il frutto sarà maturo, e lui dovrà raccoglierlo.

Non possiede e non può far nulla perché il seme maturi: ma se quando matura lui non sarà stato attento, non avrà colto il tempo opportuno, tutto il processo sarà stato inutile.

C’è una grande responsabilità dell’uomo, che è quella di sapere guardare, di saper fare attenzione: in Marco, questo aspetto ha una grande importanza, al punto che alcuni esegeti parlano di questo Vangelo come di una grande parabola del vedere: l’uomo, chiuso e ripiegato nel proprio peccato, è un uomo essenzialmente incapace di vedere, di vedere che il regno di Dio è vicino (Mc 1,14), e quindi di aprirsi alla salvezza.

E non è un caso che in Marco uno dei miracoli più importanti e più significativi è la guarigione del cieco di Betsaida (Mc 8,22-26), un miracolo riportato solo in questo Vangelo. Ed è un miracolo particolare perché Gesù deve imporre le mani due volte, affinché la guarigione sia completa.

Infine, nel racconto c’è un altro protagonista, e questo protagonista è il tempo.

Il tempo è alleato del terreno, ed è un alleato buono: è il tempo che permette al seme di crescere.

In realtà, il tempo è un alleato buono non solo per il terreno, ma anche per il seminatore, perché anch’egli, come il cieco di Betsaida, ha bisogno di tempo; anzi, ha bisogno di due tempi, di due tappe, ha bisogno anch’egli di crescere e di maturare, per poter imparare a vedere che il terreno è un terreno buono, che è stato capace di produrre frutto.

Allora il Vangelo di oggi ci fa vedere questo terreno che siamo noi, che è la nostra vita: ce lo fa vedere come un terreno fatto per ospitare un seme di vita nuova, di eternità, capace di generare qualcosa che va oltre se stesso e che non è solo per se stesso. E questo solo a patto che sappiamo attendere con fiducia e senza voler possedere la vita che è seminata in noi.

+ Pierbattista

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