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Meditazione di mons. Pizzaballa: XIII Domenica del Tempo Ordinario, anno C

Giu 29, 2019   //   by mauro   //   Riflessioni  //  No Comments

Il brano di Vangelo che ascoltiamo in questa domenica dà avvio alla seconda parte del racconto di Luca, la parte caratterizzata dal tema del viaggio che Gesù compie per salire dalla Galilea a Gerusalemme.

Come abbiamo già avuto modo di dire, Luca presenta la vita di Gesù –e poi quella del discepolo- come un cammino: non tanto un cammino fisico, neanche un semplice spostamento, quanto un pellegrinaggio interiore, per arrivare al luogo del compimento, lì dove la vita è donata, è persa, nella fede in Colui che non abbandona i suoi figli nella morte.

La vita è un cammino che ha come meta prima Gerusalemme, e come meta ultima il Padre (verso di Lui, in alto, Gesù sarà “elevato” 9,51): da Lui veniamo e verso di Lui torniamo.

Nel brano che abbiamo ascoltato, questo viaggio verso Gerusalemme comincia: non è un caso che il termine “cammino” ricorra ben 4 volte.

In realtà, c’è un’altra parola importante, che ricorre più volte, ma che nella traduzione dal greco viene persa: Gesù indurisce il volto (v. 51), manda dei messaggeri davanti al proprio volto (v. 52), ed è rifiutato dai Samaritani perché il suo volto è rivolto verso Gerusalemme.

Allora possiamo dire che il protagonista di questo viaggio è il volto.

È il volto del Signore che si mette in cammino: qualche versetto precedente, questo volto, sul monte, era apparso trasfigurato, era diventato “altro”. E ancor di più sarà “altro” al termine del viaggio, dove lo troveremo sfigurato dalla Passione, e poi di nuovo luminoso al mattino di Pasqua.

Ma nessun viaggio è mai scontato: bisogna decidersi di mettersi in cammino, ed è proprio quello che Gesù fa oggi.

Ha fatto molti segni, ha compiuto molti prodigi, ma non rimane lì, non si ferma, non si accontenta di aver guarito qualcuno, di aver annunciato a qualcuno la buona notizia dell’amore del Padre.

All’inizio della vita pubblica (Lc 4, 16ss), nella sinagoga di Nazaret aveva iniziato il suo ministero alla luce di una Parola di grazia e di liberazione per tutti; e poi si era messo in cammino (Lc 4,30). Ora Gesù va fino in fondo, prendendosi la responsabilità di rimanere in un viaggio che lo porterà alla morte, perché sa che solo così rivelerà appieno il Volto del Padre.

Per questo indurisce il proprio volto, e la sua è la durezza di chi non retrocede, di chi è determinato ad andare fino in fondo, a portare a termine il proprio cammino, a compiere la propria ora. È la forza dell’amore, che non è una forza violenta, ma una forza mite. Mite, ed invincibile.

Nel brano di Vangelo, c’è un’altra durezza, molto diversa da quella che leggiamo sul Volto di Gesù: è la durezza dei discepoli Giacomo e Giovanni. Di fronte al rifiuto, all’ostilità, di fronte al mistero del male, essi decidono di rispondere con la violenza. Il riferimento è al profeta Elia (2Re 1, 10-15), che fa scendere un fuoco su tutti i nemici del Signore, pensando così di difendere Dio, pensando di risolvere il problema dell’idolatria facendo perire gli idolatri.

Ma non è questa la durezza che salva. Questa non è la durezza del Volto, è la durezza di cuore, la durezza dei cuori di pietra, di cui parlano i profeti (cfr Ez 36, 26): e il Signore ci salva cambiando il cuore di pietra in cuore di carne, cioè in cuori che, di fronte al mistero del male, sanno provare compassione, sanno assumersi il peso del destino dei propri fratelli.

La durezza dei discepoli esclude, distrugge, uccide, allontana, rifiuta…

La durezza di Gesù include, perdona, accoglie, si fa carico…

In realtà, sui Samaritani scenderà davvero un fuoco, ma sarà quello dello Spirito (At 8,17-18), e sarà proprio Giovanni, insieme a Pietro, a mettersi in cammino da Gerusalemme per imporre loro le mani, quando si seppe che i Samaritani avevano accolto la Parola di Dio.

Allora il nostro cammino, il cammino del discepolo, è un cammino che deve portare a conoscere questo Volto buono. Non un volto di dio così come noi ce lo immaginiamo (vincente, potente, violento…), ma il Volto di Dio in cammino verso Gerusalemme.

Per fare questo cammino, occorre un taglio: ed è quello che Gesù chiede ai tre che incontra sulla strada.

Sono tre casi diversi, tre situazioni diverse. In alcuni casi è Gesù che chiama, in altri sono loro che si propongono.

Ma quello che accomuna tutti e tre i personaggi è che ciascuno, se vuole seguire il Signore, deve fare un salto.

Deve creare un vuoto, uno spazio, deve lasciare il proprio cuore di pietra per accogliere un cuore di carne.

Cioè entrare in una logica diversa, dove al centro non ci siamo noi, neppure i nostri impegni più sacri, nulla di ciò che ci dà sicurezza, potere, gloria; nulla a cui possiamo aggrapparci per tenere stretta la vita fra le mani.

Deve lasciare il proprio volto di dio, e incontrare quello di Gesù.

Così si inizia il cammino.

Altrimenti seguiamo il Signore, ma non cambia il cuore, non si trasforma la logica, che rimane mondana.

Si possono avere tantissime buone intenzioni, ma il cammino non arriva a Gerusalemme, non torna al Padre, se non ci si converte al Volto di Gesù, al suo Volto reso duro dalla tenerezza dell’amore.

+ Pierbattista

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