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Meditazione di mons. Pizzaballa: XIII Domenica del Tempo Ordinario

Giu 30, 2018   //   by mauro   //   Riflessioni  //  No Comments

Il brano di Vangelo oggi è tratto dal capitolo V di Marco e porta in sé una particolarità interessante. Spesso infatti, nei Vangeli, troviamo il racconto di guarigioni che Gesù opera su diverse tipologie di malati. Nel racconto di oggi, però, i miracoli sono due; e non uno accanto all’altro, ma l’uno dentro l’altro, come tessuti insieme, con diversi elementi in comune. Come un’unica storia declinata in più scene.

Di questa storia ci fermiamo innanzitutto su alcuni particolari.

Il primo particolare è il numero dodici.

La fanciulla, figlia di Giairo, che sta per morire, ha dodici anni. E la donna da dodici anni è affetta da un’emorragia inarrestabile. Dodici, per una ragazza ebrea, è l’età delle nozze, e quindi l’età in cui la vita sboccia, l’età in cui si guarda al futuro, in cui ci si affaccia sul tempo della fecondità. Ma in queste due donne questo numero dodici è fortemente associato ad un’esperienza di morte, anziché di vita: per entrambe la vita, proprio in questo momento, è minacciata dalla morte.

Proprio la morte è il secondo elemento: una morte che domina la scena, e lo fa con crudeltà: la crudeltà di chi si accanisce su una ragazza, di chi compromette la vita proprio dove la vita prometterebbe il meglio di sé.

E la crudeltà di chi infierisce come uno stillicidio, una morte quotidiana, che succhia la vita piano piano, che la svuota dal di dentro. Una morte che sembra godere di impedire alla vita di essere vita.

E una morte che ha degli alleati tra i viventi. Gli alleati della morte della donna sono i medici. Marco dice che sono molti, che invece di aiutare la donna avevano peggiorato la sua situazione, causandole, oltre a tanta sofferenza in più, anche il dispendio dei suoi averi (Mc 5, 26).

La morte ha un altro alleato, che è la vergogna, e quell’isolamento in cui la società l’aveva posta, considerandola impura. Alleato della morte è anche il modo in cui è vissuta la religiosità, che sbarra la vita, che esclude, che etichetta. Al posto di sollevare dal dolore, opprime ulteriormente.

E infine, altro alleato della morte è la disperazione: mentre Gesù sta ancora parlando con la donna, dalla casa di Giairo mandano a dire che non c’è più nulla da fare (Mc 5,35). E quando Gesù, incurante, entra in casa, c’è chi lo deride (Mc 5,40): Gesù è deriso per la sua pretesa di dare la vita.

Allora la morte è potente, e non c’è nessuno che possa vincerla: tutto ciò a cui l’uomo si rivolge per eliminarla si rivela non solo un palliativo, ma un ulteriore fallimento. L’uomo, da solo, non può farcela.

È la grande tentazione dell’uomo, quella di riuscire a vincere la morte da solo, a darsi la vita da solo. Ma questo è semplicemente impossibile, perché è uno sforzo che va contro l’uomo stesso.

Come e dove la vita può essere veramente tale?

Il Vangelo di oggi ci dice che la vita può diventare di nuovo vita quando si accetta il proprio limite e ci si rivolge a chi la vita la può veramente donare. Solo allora, quando l’uomo smette di volersi salvare da solo, cerca il Signore. Quando la donna ha speso tutto, quando la ragazzina è in fin di vita, allora è davvero il tempo delle nozze: arriva per tutti quel dodicesimo anno, in cui tutto sembra finire e invece in cui tutto ricomincia. Lo sposo arriva ed entra in casa, e la morte esce, proprio come, nel brano di Vangelo di tre domeniche fa (Mc 3 20-35), avevamo visto che Gesù è il “più forte” che entra nella casa di un uomo forte e lo neutralizza.

Perché questo accada, è necessario innanzitutto che l’uomo riconosca la propria impotenza a vincere da solo il male, e vada a cercare salvezza dove può trovarla. Il Signore farà tutto il resto.

Inizialmente la donna va da Gesù con una fede un po’ magica, superstiziosa. Con una fede che si accontenta si “strappare” un miracolo, senza uscire dal proprio isolamento. Il Signore la incontra lì, la raggiunge lì, e poi la porta oltre. La porta ad uscire dalla propria vergogna, a stare davanti a Lui e agli altri nella propria dignità di “figlia” (Mc 5,34), senza essere più schiava della paura. Gesù le chiede di uscire dalla folla anonima, che più volte ritorna nel brano, per diventare un soggetto, una persona, una donna adulta e responsabile dei propri gesti.

E perché questo accada, bisogna poi saper attraversare la morte, la disperazione. Bisogna arrivare a quel punto in cui la fede diventa fede nell’impossibile, e dove ad uno sguardo umano sembrerebbe tutto finito, proprio lì attendere e scorgere i segni di un nuovo inizio.

Lì ciascuno prega come forse non ha mai pregato prima, lì nasce la preghiera vera dell’uomo, e noi rinasciamo nell’incontro vero e profondo con Cristo. E diventa vera anche per noi quella Parola per cui la nostra fede ci salva (Mc 5,32).

+ Pierbattista

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