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Meditazione di mons. Pizzaballa: XV Domenica del Tempo Ordinario

Lug 14, 2018   //   by mauro   //   Riflessioni  //  No Comments

“Chi ha visto me ha visto il Padre”: sono parole del Vangelo di Giovanni (14,9) riassuntive dello stile, della missione di Gesù in mezzo agli uomini. Parole che dicono che Gesù non è venuto ad annunciare se stesso, a portare a tutti un messaggio -per quanto nuovo, bello interessante- centrato sulla sua persona.

Gesù è venuto a portare agli uomini qualcosa “in più” di se stesso: ha portato il Padre.

Come ha potuto far questo?

Gesù è talmente unito a Lui, è talmente in relazione con il Padre, talmente obbediente e vivo della Sua vita, che chiunque l’ha visto non ha visto solo Gesù: ha visto l’amore del Padre, la Sua tenerezza, la Sua misericordia; ha incontrato il Suo Regno, quel Regno che si è fatto vicino (Mc 1,15).

Se Gesù non fosse venuto, l’uomo si sarebbe potuto costruire una propria idea di Dio, più o meno vicina alla verità: ma non avrebbe mai potuto incontrarlo. In Gesù, invece, Dio si è fatto incontrabile.

Questa premessa ci aiuta ad entrare nel brano di Vangelo di oggi.

Gesù manda i suoi discepoli in missione, e quindi a fare esattamente ciò che ha fatto Lui: rendere accessibile il Padre, portare ovunque il Suo Regno.

Marco ci ha già raccontato la loro chiamata: in Mc 3,13 è detto che Gesù sale su un monte, chiama a sé i suoi, ne costituisce un gruppo di dodici. E fa questo per due motivi: il primo è che i discepoli stiano con Lui, e il secondo perché vadano a predicare, con il potere di scacciare il male.

Ecco, questo dinamica, di stare e poi andare è il cuore della vita cristiana.

Il discepolo sta con il Signore, vive l’intimità e la conoscenza di Lui. Non una conoscenza superficiale, come quella dei Nazaretani che abbiamo visto domenica scorsa; ma una conoscenza “esistenziale”, quella che accade nella vita di coloro che sono stati salvati, che hanno imparato dentro le loro ferite che nel Signore si può riporre la propria speranza.

Così poi, quando è inviato ad annunziare ad altri il Vangelo, il discepolo non porta se stesso, ma porta Lui, porta la relazione che lo fa vivere: chi vede il discepolo, in qualche modo vede qualcosa del Signore che lo ha inviato.

Non avrebbe senso un discepolo che vive solo il primo movimento, quello dello stare con il Signore. A differenza di altre scuole religiose o filosofiche, il fine della sequela di Cristo non porta alla sicurezza della casa del maestro, non chiude nella relazione con lui. Al contrario, apre all’invio, all’altro, al mondo, e quindi all’insicurezza e alla precarietà.

Ma non avrebbe senso neppure la vita di un discepolo che vive solo il secondo movimento: chi parte senza prima essere “stato”, senza avere il cuore rivolto al Signore, porta solo se stesso, e non salva nessuno, perché non è rivestito della stessa autorità del Signore.

Dunque, chi sceglie di annunciare il Signore si espone a prove fatiche, insicurezze, incomprensioni.

Non deve far nulla per cercarle, ma non deve far nulla per evitarle; per questo, le uniche istruzioni che Gesù si premura di dare ai suoi riguardano ciò che non devono portare, ciò di cui possono non aver bisogno: poiché vivono della relazione con Lui, non hanno bisogno di nient’altro. Gesù li lascia in una situazione di incertezza, perché andando possano sperimentare loro per primi la provvidenza che li accompagna.

È interessante, a questo proposito, che secondo diversi esegeti con il brano di oggi inizia una sessione del vangelo di Marco detta “dei pani”; detta così perché il tema del pane ritornerà più volte nel corso di questi capitoli. E la prima volta compare proprio qui, nell’invio in missione, e compare come assente, come qualcosa che non deve essere preso con sé dai discepoli; ebbene, nel corso dei capitoli successivi, il pane sarà abbondante, e Gesù lo moltiplicherà ben due volte, e lo farà per tutti, Ebrei e pagani.

Chi parte senza pane, scopre che questo pane non mancherà, come non mancherà mai il rifugio e l’aiuto del Signore.

I discepoli così potranno annunciare che Dio, fattosi vicino in Gesù, è un Dio che provvede, un Dio che si fa pane. E non lo faranno solo a parole, ma con il loro stesso atteggiamento di bisogno e di precarietà, un atteggiamento che, da solo, parla di Colui nel quale hanno riposto la fiducia.

Allora le istruzioni di Gesù sul non portare con sé pane, sacco, denaro, non sono semplicemente un accorgimento ascetico, né una scelta di povertà. Sono lo stile naturale e conseguente di coloro che si affidano al Signore, e quindi non cercano in ogni modo possibile di garantirsi la vita da soli: la ricevono.

La ricevono dal Padre, ma la ricevono anche dai destinatari del loro annuncio, da chi li accoglierà nelle case e condividerà con loro il pane: sarà in questa condivisione reciproca di vita che l’annuncio del Vangelo potrà compiersi.

Infine, i discepoli sono inviati a due a due: perché il missionario non è un eroe solitario, ma un uomo di comunione. E la proclamazione del Regno non è un atto individualistico, ma fraterno e comunitario, a testimonianza di quella vita nuova che non esiste se non nella comunione.

+ Pierbattista

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