• Subcribe to Our RSS Feed

Meditazione di mons. Pizzaballa: XVII Domenica del Tempo Ordinario, anno C

Lug 27, 2019   //   by mauro   //   Riflessioni  //  No Comments

Il Padre nostro, la parabola dell’amico insistente, la bontà del Padre che dà lo Spirito: in ciascuno di questi tre brani, in cui Gesù parla della preghiera, ad un certo punto troviamo qualcosa che c’entra con la fame e, quindi, con qualcosa da mangiare.

“Dacci oggi il nostro pane quotidiano” (Lc 11,3), diciamo nel Padre nostro.

“Prestami tre pani” (Lc 11,5), dice all’amico chi ha un ospite notturno da sfamare.

“Se il figlio gli chiede un pesce…o se gli chiede un uovo” (Lc 11,11-12) dice Gesù per parlare di quanto è buono il Padre, di come sa dare sempre cose buone.

Si parla di cibo, e di qualcuno che lo dona.

Dunque, la preghiera non è qualcosa innanzitutto da fare, ma qualcosa da cui lasciarci nutrire. Anzi, è la scoperta di qualcuno che nutre. È la scoperta di ciò che nutre veramente, di una relazione capace di sfamare il nostro bisogno di vita.

Sono i discepoli che chiedono a Gesù di insegnare loro a pregare. Lo vedono pregare, e intuiscono che Lui è nutrito da una relazione; vedono che la sua vita ha una sorgente nascosta, che la rende vera e feconda.

L’esperienza del discepolato passa necessariamente attraverso questa domanda fatta a Gesù: insegnaci a pregare. È una domanda fondamentale: ad un certo punto, bisogna sentire dentro di sé il desiderio di una relazione con Dio che nutra la vita.

I discepoli intuiscono che la preghiera di Gesù è nuova, diversa da quella del Battista, da quella di ogni altro, che è solo sua, e che solo Lui la può donare. Sentono che manca loro qualcosa, che è proprio questo ciò che manca loro; ne sentono la fame, e chiedono. È già preghiera.

Per lasciarci nutrire, dunque, bisogna innanzitutto avere fame.

Chi sa tutto, chi ha tutto, chi può tutto, basta a se stesso, è sazio e non conosce la fame; e non ha bisogno di chiedere nulla a nessuno. Costui non prega.

E neppure chi, pur non avendo nulla, non ha nessuno a cui chiedere qualcosa, neppure costui prega.

E neppure prega chi non sa che c’è qualcuno disposto a dare, a nutrire la sua fame.

La preghiera che Gesù insegna ai suoi è l’esperienza che nasce nella vita di chi conosce la verità di sé e la verità di Dio.

La verità di noi stessi è quella del nostro essere affamati, bisognosi, mancanti, limitati: un essere bisognosi che, lungi dall’essere un ostacolo alla preghiera, ne è la forza.

Ma se conoscessimo solo la profondità del nostro bisogno, e non conoscessimo la bontà di Dio, se non sapessimo che la nostra fame interessa a qualcuno, la nostra vita sarebbe disperata.

E Gesù risponde ai discepoli rivelando e condividendo con loro ciò che nutre la sua vita: il Padre.

Dio “Padre” è il fondamento, della preghiera e della vita.

E in questo cammino della vita, di cui il Padre è origine e fine, Gesù mostra come il Padre ci nutre.

Sono le cinque domande del Padre nostro: al centro, appunto, la domanda sul pane di ogni giorno.

Le altre quattro dicono quale sapore ha il pane di Dio, con quale pane il Padre ci nutre, di cosa abbiamo veramente bisogno per vivere.

Abbiamo bisogno che il nome di Dio sia santificato (Lc 11,2). In nome di Dio è Dio stesso: ma chi oserebbe pronunciare un Nome santo con delle labbra impure? Il riferimento all’Antico Testamento è in Ez 36,23, dove Dio stesso si preoccupa di santificare il suo nome, disonorato tra gli uomini, con un di più di amore, perché questo Nome non rimanga inaccessibile, pronunciato solo dai puri. E lo fa dandoci un cuore nuovo, un cuore capace di portare il Suo nome dentro di sé. Santifica il suo Nome perché sia sorgente di santità per tutti.

Abbiamo bisogno che venga il suo regno (Lc 11,2): perché i nostri regni sono quelli che abbiamo davanti tutti i giorni, che generano morte e violenza. Il regno del Padre è quello dove si dà la vita gli uni per gli altri.

Abbiamo bisogno di perdono, ricevuto e condiviso (Lc 11,4), cioè abbiamo bisogno che Dio affronti con noi una delle questioni fondamentali della vita, che è la presenza del male. Abbiamo bisogno di un modo nuovo per affrontarla, un modo he nutra la vita. E questo modo è il perdono.

E infine abbiamo bisogno che Dio si prenda cura della nostra vita, perché nella vita non cadiamo in tentazione. È interessante che nell’episodio delle tentazioni di Gesù (Lc 4,1-13) ritorna il tema del pane: quando si ha fame, se il pane manca, si può cedere alla tentazione di cercarlo al di fuori della relazione con il Padre, di farlo da sé. Solo chi sa che Dio è Padre sa attenderlo da Lui.

Per questo poi Gesù racconta la parabola dell’amico insistente, e continua chiedendo di insistere nel chiedere.

È come se volesse invitarci a non accontentarci di un qualsiasi pane, ma di insistere a cercare quello buono. L’insistenza accetta di rimanere nella fame, fino a quando non sia il pane di Dio a sfamarci. È l’atto di fede di chi non desiste di fronte al silenzio del Padre, perché sa che il Padre certo darà la vita, come e quando Lui saprà meglio per noi.

Lì, nell’attesa, la relazione cresce, diventa davvero nutriente. Se no è magia.

Allora Gesù educa il nostro desiderio, il nostro palato, perché sappia riconoscere il gusto del pane vero, lo sappia chiedere, lo sappia attendere. Non qualsiasi pane ci sfama, ma solo quello che ha il sapore della santità del nome del Padre, che ha il sapore del suo regno, che ha il sapore del perdono, che attende da Lui la salvezza.

+ Pierbattista

Leave a comment

You must be logged in to post a comment.

error:

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi