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Meditazione di mons. Pizzaballa: XVII Domenica del Tempo Ordinario

Lug 28, 2018   //   by mauro   //   Riflessioni  //  No Comments

Con questa domenica XVIII, l’ascolto del Vangelo di Marco si interrompe e lascia il posto a quello di Giovanni.

Nel brano successivo a quello letto domenica scorsa, infatti, Marco racconta il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci (Mc 6,34-44)); la Liturgia di oggi ci presenta questo stesso miracolo, ma così come viene riportato nel quarto Vangelo, di cui, nelle prossime domeniche, ascolteremo tutto il capitolo sesto, una lunga riflessione di Gesù sul tema del pane di vita.

Nel brano di oggi possiamo distinguere due parti: c’è il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci, che però non occupa la maggior parte dello spazio. Tanto spazio è dato invece al dialogo tra Gesù e Filippo, un dialogo importante, perché in esso Gesù offre la cornice di quanto sta per fare, il significato del suo gesto.

Allora, da subito, capiamo che non sarà importante solo mangiare questo pane: sarà importante capire cosa si sta mangiando, capire da dove viene questo pane, e di quale vita nutre.

Il primo elemento di questa cornice è dato dalla Pasqua.

La festa è esplicitamente citata al versetto quattro, ma fa da sfondo a tutto il brano: i gesti di Gesù rimandano in modo evidente alla figura di Mosè e ai quarant’anni di Israele nel deserto.

Come Mosè sale sul monte e consegna ad Israele la Legge che lo fa vivere, così anche Gesù sale sul monte, si mette a sedere (Gv 6,3) e dà alla folla un nutrimento per la vita.

Come al tempo dell’Esodo, anche qui c’è una folla in cammino; e come allora, anche qui si pone la questione del pane: senza pane non si cammina e non si vive.

La domanda del pane ha accompagnato tutto il cammino nel deserto, dall’Egitto fino all’ingresso nella terra della libertà: può Dio nutrire il suo popolo? E come potrà farlo, in una terra così inospitale?

Anche nel brano di oggi c’è una domanda, quella che Gesù fa a Filippo: ed è una domanda fondamentale. Gesù infatti chiede a Filippo da dove potrà venire questo pane capace di sfamare tanta gente (Gv 6,5).

“Da dove” è un avverbio che Giovanni usa spesso: e quando lo usa, solitamente indica sempre una provenienza diversa da quella che potrebbe sembrare a prima vista. “Da dove” indica sempre la provenienza di Gesù stesso, cioè il Padre.

Questo avverbio, ad esempio, lo ritroviamo al capitolo 2, quando il maestro di tavola, a Cana, non sa da dove viene il vino; al capitolo 3, in cui Gesù parla a Nicodemo di un soffio di vita che non sai da dove viene e dove va. Poi al capitolo 4, quando la Samaritana chiede a Gesù da dove prende l’acqua viva.

Nello scontro tra Gesù e i capi del popolo, più volte questi si chiedono da dove venga Gesù; se lo chiedono, o meglio, pensano di saperlo (Gv 7,27).

Il maestro di tavola di Cana, Nicodemo, la Samaritana, sono accomunati dal “non sapere”: nessuno di loro sa da dove venga il dono che ora è davanti a loro; questo perché l’uomo non conosce da dove viene la vita, non la possiede, non l’ha creata e non se la può dare da solo.

Sono proprio questi i momenti in cui Gesù rivela se stesso, si rivela come Colui che viene dal Padre e porta la vita del Padre.

Dove invece l’uomo pensa di saperlo, è proprio allora che si chiude al dono, come i capi del popolo, che sanno già tutto e non hanno più nulla da accogliere.

Nel Vangelo di oggi, è Filippo a “non sapere” da dove poter prendere il pane. Una cosa sola sa Filippo, una cosa fondamentale: Filippo sa che ciò che possiede non basta per acquistarlo (Gv 6,7).

Potremmo dire che Filippo sa che questo pane non si compra, che non è possibile acquistare con denaro.

Il pane che Gesù sta per dare, quello che viene dal Padre, non si compra ma si accoglie, e per averlo bisogna entrare in un’ottica di gratuità e di dono.

Ma perché questo possa accadere, perché la strada del dono possa riaprirsi nel cammino degli uomini, due cose sono necessarie.

Innanzitutto è necessario un bambino (Gv 6,9) che mette a disposizione il poco che ha con sé, il poco che è la sua vita: il dono viene da Dio, è vero, ma non può raggiungerci se non dentro ciò che siamo e che abbiamo. È la logica dell’Incarnazione.

E poi è necessario che questo “poco” passi nelle mani di Gesù: mani che non si stendono per prendere e per possedere, mani che non trattengono.

Se il gesto di Adamo ed Eva fu quello di stendere la mano per prendere, il gesto di Gesù, al contrario, è il gesto di chi prende per offrire.

La differenza sta tutta nella parola eucaristia, rendimento di grazie: Gesù prende così la vita, come un dono di cui ringraziare e da condividere con i fratelli.

Per questo il suo pane basta per tutti e può nutrire tutti, con abbondanza.

+Pierbattista

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