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Meditazione di mons. Pizzaballa: XX Domenica del Tempo Ordinario

Ago 18, 2018   //   by mauro   //   Riflessioni  //  No Comments

Mentre proseguiamo la lettura del capitolo 6 del Vangelo di Giovanni, ci avviciniamo al cuore di questa rivelazione che Gesù fa di se stesso, come di un cibo che nutre di una vita che va oltre quella terrena, biologica. E via via che proseguiamo nell’ascolto, le parole di Gesù diventano sempre più scandalose, “dure” (Gv 6,60).

Di fronte alle obiezioni degliisraeliti (Gv 6,52), infastiditi dalla “corporeità” delle sue asserzioni (Gv 6,52), Gesù non solo non addolcisce il discorso, ma sembra renderlo ancora più concreto e provocatorio.

Come per dire che questa è la strettoia per la quale passare se si vuole diventare credenti. C’è un passaggio che è necessario comprendere: Gesù dice che il mangiare questo pane non è tanto una possibilità, quanto la condizione, senza la quale non è possibile avere la vita: “Se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita” (Gv 6,53)

In realtà, la reazione degli israeliti è anche la nostra, quella dell’uomo vecchio, dell’uomo religioso, che non ha ancora compreso il senso del pane.

La tentazione di tutti è quella di pensare a Dio solo in termini “spirituali”, astratti, e in qualche modo lontani dalla vita. Ma la novità del cristianesimo è lo scandalo dell’Incarnazione, è il farsi carne del Figlio di Dio. E questo è già difficile da comprendere. Ma ancora più difficile da accogliere per noi è comprendere che solo facendo nostra la carne del Figlio di Dio noi diveniamo veramente spirituali. Non astraendo dalla vita, ma assumendola fino in fondo, come ha fatto il Signore.

Siamo troppo abituati a pensare che il mondo di Dio e il nostro mondo siano lontani e in qualche modo inconciliabili: lo scandalo delle parole di Gesù è quello di affermare il contrario, al punto da dire che non c’è accesso a Dio se non dentro il mondo della carne. Non solo, dunque, la carne non è un ostacolo all’incontro con Dio: ma al contrario, è il luogo necessario dove entrare in comunione con Lui.

Lo scandalo, nel brano di oggi, si radicalizza per due motivi.

Il primo è che il termine che l’evangelista Giovanni usa per “mangiare” ha qualcosa di brutale, e significa letteralmente masticare, triturare: è il verbo che si usa per esprimere il mangiare degli animali!

L’uso di questa espressione viene forse dalla ricorrenza di questo termine, che l’evangelista Giovanni utilizza solo qui, al capitolo 6, per ben quattro volte (v. 54.56.57.58), e poi più avanti, nel contesto dell’ultima cena (13,18) e ci richiama quindi la Pasqua. Questa espressione, dunque, collega il discorso di Gesù sul pane nel suo compimento, che è quello eucaristico. E lo collega strettamente al sacrificio di Gesù sulla croce, perché sarà lì che il corpo di Cristo sarà triturato e divorato, e solo così potrà diventare il pane vero per la vita di tutti.

Il secondo motivo è che oltre al fatto di mangiare la sua carne – cosa già di per sé impensabile -, in questi versetti Gesù aggiunge anche quello di bere il suo sangue!

Per chi ascoltava, questo era proprio inammissibile, perché la Torà vietava categoricamente di bere il sangue di un essere vivente, perché in quel sangue c’era la sua vita: chi l’avesse fatto, sarebbe stato eliminato dal popolo (cfr Lv 17,10-11). Invece Gesù qui afferma il contrario, che solo chi ne beve ha la vita, solo chi ne beve non muore!

Il salto da fare, dunque, è enorme: ed è il salto per credere che la salvezza è donata davvero all’uomo come possibilità reale di una vita eterna fin da quaggiù. Che l’uomo è chiamato a questa vocazione grande, quella di portare dentro di sé, dentro la propria carne, la vita stessa di Dio: l’uomo è capace di Dio.

Giovanni usa qui un verbo – “rimanere” (Gv 6,56) – anticipando il discorso che Gesù pronuncerà all’ultima cena, riportato al cap.15: e lo anticipa dandone la chiave, perché il rimanere di Gesù nei discepoli e dei discepoli in Lui sarà possibile solo a partire da questa comunione di carne, di vita, dentro questo nostro mangiare e assimilare la vita di Dio che si fa pane.

E se questo non bastasse, Gesù aggiunge che dentro questa comunione si riflette nientemeno che la comunione d’amore che c’è tra Gesù e il Padre (Gv 6,57), il loro vivere l’uno per l’altro e dell’altro: è questa la vita che ci è dato di mangiare.

+Pierbattista

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