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Meditazione di mons. Pizzaballa: XXII Domenica del Tempo Ordinario, anno C

Ago 31, 2019   //   by mauro   //   Riflessioni  //  No Comments

Abbiamo visto, domenica scorsa, come in questa parte del viaggio di Gesù verso Gerusalemme risuoni più volte l’invito ad entrare nel Regno, a lasciarsi incontrare dalla salvezza. E abbiamo visto che lasciarsi incontrare da questa salvezza non è facile, non perché esiga prestazioni particolari, ma perché si tratta di entrare dalla porta stretta di una salvezza non meritata, ma donata gratuitamente a tutti.

Il brano di Vangelo di oggi (Lc 14,1-7-14) va in questa linea: si tratta, infatti, di due brevi racconti in cui il paradosso evangelico risuona con molta forza.

Il primo (Lc 14,7-10) è alquanto strano: si è ad un pranzo di nozze, e Gesù invita i commensali a non andare a sedersi al primo posto, per evitare che qualcun altro venga a spostarli da lì, per farli andare all’ultimo

Il racconto è molto più attuale e quotidiano di quanto sembri, perché non si tratta semplicemente di un invito ad essere umili e vergognosi, e non riguarda evidentemente solo un evento eccezionale, come un invito a pranzo: si tratta dell’invito a vivere in modo autentico.

Perché, a volte senza neppure accorgercene, noi passiamo la vita ad ambire al “primo posto”, lasciando spazio nel cuore all’avidità, al desiderio di possesso, alla competizione. Vogliamo apparire per quello che non siamo, lasciare una buona impressione. Siamo preoccupati di quanto gli altri potranno dire di noi. In altre parole, cerchiamo di evitare ogni situazione negativa, ogni fatica, qualsiasi cosa che possa sembrare u limite. Il nostro cuore è malato di questa malattia. E questo per inseguire l’illusione di non aver bisogno di nessuno, o di essere migliori degli altri, oppure ancora di essere maggiormente valorizzati, o amati.

La storia biblica riporta spesso esempi di questa dinamica: e il primo è proprio Adamo che, volendo evitare di obbedire a Dio per farsi come Lui, per prendere il primo posto, in realtà si trova poi all’ultimo posto e pieno di vergogna, proprio come l’invitato della parabola di oggi.

E si ritrova fuori dal paradiso, da quella dignità e da quel posto che il Signore Dio gli aveva assegnato, non perché Dio sia cattivo e punisca, ma semplicemente perché, come Gesù sembra dirci oggi, questo modo di vivere sgomitando per arrivare primi è una menzogna, e non può reggere a lungo, come quella casa sulla terra di cui parla la parabola (Lc 6,49): crolla alle prime intemperie, perché senza fondamenta. Alla fine, insomma, con la menzogna ci si ritrova senza nulla.

Chi invece, al contrario, sa stare al proprio posto, chi vive umilmente la propria obbedienza filiale al Signore, è colui che può sentire la voce del Signore che gli parla, che lo chiama “amico”, che lo invita accanto a sé (Lc 14,10). Costui conosce il Signore, ha fatto proprio il suo stile di amore, ed è da Lui conosciuto.

Ripensando alla parabola di domenica scorsa (Lc 13,22-30), potremmo dire che chi vive nella verità di sé, del proprio essere creatura, fratello accanto ad altri fratelli, è colui che passa attraverso la porta stretta e, arrivato davanti al padrone, non sentirà le sue terribili parole: “non ti conosco” (Lc 13,27), ma entrerà con Lui nella sua casa.

La seconda “parabola” (Lc 14, 12-14) rimane nel contesto dell’invito a pranzo.

E mi sembra che possa essere letto in modo consequenziale alla prima parte del brano, con due sottolineature.

La prima è che se chi ha fatto esperienza di essere stato chiamato gratuitamente dal Signore, di essere stato amato e onorato senza suo merito, allora poi è chiamato a fare altrettanto nella vita, a sposare uno stile di vita gratuito e buono, che non cerca i propri interessi, che gode nel vivere in comunione con tutti, senza alcun ritorno per sé, se non quello che viene dalla gioia di amare.

La seconda è che se qualcuno ti ha fatto entrare senza tuo merito, se non ti ha lasciato abbandonato fuori, allora imparerai ad avere compassione di tutti gli altri, a non lasciare che nessuno rimanga fuori, senza invito, senza casa.

Per concludere, è indicativo anche il contesto in cui queste parabole vengono raccontate “Un sabato si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano a osservarlo” (Lc 14,1).

Siamo dunque in una casa di farisei, ed è innanzitutto per loro che tutto questo viene detto.

Perché la porta stretta attraverso cui bisogna passare per entrare nel regno, è stretta innanzitutto per chi si ritiene giusto, per chi pensa di meritarsi il primo posto, anche nell’ambito della fede, del rapporto con Dio.

In un contesto simile, Gesù racconterà parabole dello stesso tono, che ascolteremo fra due domeniche: parabole famose e scandalose, in cui la misericordia del Padre farà un banchetto per quel figlio finito nella lontananza profonda del degrado, e poi riammesso a casa attraverso la porta stretta del perdono e dell’amore, con una grande festa.

+Pierbattista

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