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Meditazione di mons. Pizzaballa: XXII Domenica del Tempo Ordinario

Ago 31, 2018   //   by mauro   //   Riflessioni  //  No Comments

Con questa domenica, riprendiamo la lettura del Vangelo di Marco.

Il brano di questa domenica fa da confine: si trova, infatti, in mezzo alle due moltiplicazioni dei pani. Subito dopo il brano di oggi, Gesù uscirà dai confini di Israele e si inoltrerà in terra pagana, in terra “impura”. Proprio per loro, per i pagani, sarà la seconda moltiplicazione.

Il brano di oggi sembra prepararci a questo passaggio, ponendoci questa domanda: cos’è impuro? Cosa ci allontana da Dio?

L’occasione viene a Gesù da una domanda che gli viene rivolta da farisei e scribi, provenienti da Gerusalemme, ovvero dal luogo sacro per eccellenza. Queste persone, custodi della tradizione e della Legge, sono scandalizzati al vedere quanto poco osservanti delle prescrizioni rituali siano i discepoli di Gesù, e chiedono il perché di questo comportamento (Mc 7, 5).

Per loro, il confine tra puro e impuro è chiaro ed evidente. È puro chi osserva minuziosamente le prescrizioni e i precetti tramandati dai padri. Un tale criterio aveva un vantaggio preciso: c’era un criterio esterno, chiaro e facilmente verificabile per stabilire chi era giusto e chi no, e questo criterio era appunto l’osservanza delle leggi e prescrizioni dei padri.

Gesù, invece, richiama i suoi ascoltatori ad un altro criterio, li vuole portare ad un altro livello che – a dire il vero – era presente anche nell’intenzione delle leggi antiche, ma che era stato trascurato: le leggi di purità esteriore avevano sì un ruolo sociale importante, ma il loro scopo era quello di ricordare al credente la necessità della purità del cuore. Ed è quello che Gesù richiama in questo brano.

Gesù distingue tra tradizioni e comandamenti. Le prescrizioni vengono dagli uomini, i comandamenti da Dio; l’osservanza di quelle prescrizioni può essere contata e misurata, l’obbedienza ai comandamenti no; le prescrizioni fine a se stesse danno sicurezza possono farci cadere nella presunzione di farcela da soli; i comandamenti mettono in cammino, rendono liberi e aprono a Dio.

Il comandamento, insomma, va a toccare il cuore dell’uomo, le sue motivazioni profonde; le tradizioni restano in superficie.

Il rischio è quello di osservare tanti precetti pensando di essere, per questo, vicini a Dio; e non accorgersi così che il cuore è lontano, come dice Gesù citando il profeta Isaia (Mc 7,6-7).

Le tradizioni umane possono diventare un alibi per evitare di osservare l’unico comandamento capace di dare senso e pienezza alla vita dell’uomo, quello dell’amore. Ma c’è di più: dando all’uomo l’illusione di essere giusto, gli impediscono di guardare al proprio cuore, e di vedere che dal profondo di questo cuore viene il male.

E proprio riguardo a questo verte il secondo insegnamento di Gesù: per dire che il cuore dell’uomo – e di ogni uomo, senza distinzione – è soggetto ad ogni ambiguità e ad ogni possibilità di male; non ciò che è fuori di noi ci porta al peccato, ma dentro noi stessi abita l’inclinazione ad ogni egoismo: il confine tra puro e impuro abita proprio lì, e non basta un culto esteriore, non bastano delle osservanze per avvicinare questo cuore al Signore.

Come spesso accade nel Vangelo di Marco, Gesù non dice come il cuore possa essere guarito, quale terapia sia necessaria per recuperare la salute.

E questo forse perché il primo passo per essere guariti è quello di riconoscere di essere malati, senza illudersi che dei gesti esteriori bastino a guarire il cuore: la guarigione deve essere più profonda.

Ma è solo questa coscienza che prepara il cuore ad accogliere il passaggio che Gesù farà immediatamente dopo, in terra pagana. Ad accogliere cioè la grazia della salvezza che mi raggiunge lì dove io per primo, e non gli altri, sono impuro e pagano. Ad accettare che il Signore deve sconfinare per raggiungere innanzitutto me, la mia lontananza da Dio, perché solo così il Regno di Dio è veramente vicino (Mc 1,15).

È in questo modo, forse, che accade il passaggio che guarisce il cuore: quello dall’osservanza all’obbedienza. Perché se l’osservanza a dei precetti non ha il potere di liberarci da noi stessi e dalla solitudine in cui ci siamo rinchiusi -ed è poi questo che fa ammalare il cuore-, l’obbedienza ci pone in relazione con Colui che ha la vita e che vuole darci la vita. È la scelta di vivere del dono, di nutrirci di quel pane su cui abbiamo a lungo sostato nelle domeniche scorse, e che ci immette in un circolo virtuoso di carità e di gratuità, che è la vera e unica guarigione del cuore dell’uomo.

+ Pierbattista

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