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Meditazione di mons. Pizzaballa: XXIII Domenica del Tempo Ordinario, anno C

Set 7, 2019   //   by mauro   //   Riflessioni  //  No Comments

Il brano di Vangelo di oggi (Lc 14,25-32) ci porta fuori dalla casa del fariseo, che l’aveva invitato a pranzo (Lc 14,1.12), e ci rimette in cammino.

Il tema del cammino, come già abbiamo detto più volte, è importante ed è da tener sempre presente, perché questo viaggio di Gesù ha una meta precisa, Gerusalemme.

Anche oggi la meta del viaggio può fornirci preziose chiavi di lettura.

Per tre volte, infatti, nel brano di oggi ritornano dei vocaboli che parlano di fine, di compimento (Lc 14,28.29): Gesù si sta rivolgendo alla numerosa folla che lo segue, e rimanda loro la necessità di prendere sul serio questa sequela, in modo che possa compiersi, che possa arrivare alla sua pienezza.

Ebbene, questi termini relativi al compimento sono molto importanti nel Vangelo di Luca, e ricorrono spesso.

Ritornano all’inizio della missione pubblica di Gesù, quando, nella sinagoga di Nazaret, Gesù si alza, legge alcuni versetti del profeta Isaia, e afferma che lì, in quel momento, si è compiuta quella Parola di salvezza (Lc 4,21).

Ritornano in una posizione strategica, a metà Vangelo, quando inizia il cammino di Gesù verso Gerusalemme: “Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto, egli prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme” (Lc 9,51).

E ritornano alla fine, sia prima della passione, durante l’ultima cena, dove ricorre ben cinque volte (Lc 21,22.24; Lc 22, 16.37.38), sia dopo la risurrezione, quando il Risorto spiega ai suoi che davvero dovevano accadere tutti gli eventi che aveva preannunciato, perché potesse compiersi la salvezza donata dal Padre (Lc 24,44).

Gesù è in cammino verso il compimento della sua vita, e rimanda ai suoi discepoli un avvertimento sul compimento della loro vita. Il compimento della vita di Gesù è il suo corpo glorioso e risorto: ma questo è anche il nostro fine, la meta a cui tendiamo, e non ne abbiamo di altri.

Perché proprio il suo compimento è ciò che rende possibile il nostro, che non sarà altro che accogliere e partecipare della sua pienezza di vita.

Ora, gli avvertimenti che il Signore dona nel brano di oggi indicano il modo, la via per entrare in questo compimento.

E mi sembra che tutti vadano in un’unica direzione, quella della libertà, che rende possibile un nuovo stile di vita, una nuova misura d’amore.

La libertà di cui parla Gesù va cercata in tre ambiti essenziali: libertà dai legami familiari, da se stessi, dai beni.

Libertà innanzitutto dai legami familiari, verso i quali Gesù usa termini molto forti, dicendo che bisogna odiare padre, madre, moglie, fratelli, figli, sorelle e fratelli (Lc 14,26). Queste affermazioni così forti, hanno un doppio significato.

Il primo è quello per cui la vita nuova è la vita che non ci viene dalla famiglia, ma dalla grazia: tutti siamo chiamati ad una morte, ad un passaggio, da tutto ciò che ci viene trasmesso attraverso il sangue, segnato dalla caducità e dal peccato, ad una vita nuova che è quella di Dio in noi; solo questa vita può giungere al pieno compimento.

Il secondo è nel senso che questi legami rischiano di diventare un luogo protetto da cui trarre sicurezza e vita, tenendoci ancorati al passato, al vecchio, impedendoci così di osare una fiducia piena nel Signore.

Tutto questo è ciò che va odiato, ovvero rifiutato, riconosciuto come una via che porta alla morte.

Ma questo non basta: nello stesso versetto Gesù dice anche che bisogna odiare se stessi, esattamente come si odia la propria famiglia. E dietro vediamo la stessa logica, quella per cui nel momento in cui cerchiamo sicurezza e vita in noi stessi e nelle nostre forze, alla fine ci ritroviamo su una via di morte.

Paradossalmente, solo la via della croce è una via di vita: una via in cui ci spalanchiamo al dono totale di noi stessi, senza pensare ai nostri interessi, alla nostra riuscita.

Infine, c’è l’invito a diventare liberi dai beni, dalle sicurezze umane e terrene. E questo attraverso le due parabole della torre e del re che si prepara alla guerra (Lc 14,28-33), due parabole costruite su un paradosso, per cui non chi ha più mezzi arriva a portare a termine la sua opera, ma, al contrario, chi non ne ha per nulla.

La sequela è questo lasciare tutto ciò che non dà vita, se non in apparenza, per poter contenere in sé la vita stessa di Dio, la sua misura d’amore.

+Pierbattista

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