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Meditazione di mons. Pizzaballa: XXIV Domenica del Tempo Ordinario

Set 15, 2018   //   by mauro   //   Riflessioni  //  No Comments

Potremmo dire che l’attenzione di Gesù, nel brano di Vangelo di questa domenica, è rivolta a ciò che pensano coloro che gli stanno vicino.

È Gesù stesso che chiede ai suoi cosa si pensa di lui tra la gente (Mc 8,27); chiede poi cosa pensino essi stessi a riguardo (Mc 8,29); Pietro viene rimproverato perché non pensa secondo Dio (Mc 8, 33); e poi a questo rimprovero segue un’esortazione di Gesù a lasciare il proprio pensiero sulla vita, per assumerne uno completamente nuovo.

A questo punto del Vangelo si è ad una svolta. In tutti e tre i sinottici l’episodio della confessione di Pietro a Cesarea di Filippo segna un passaggio fondamentale: da qui Gesù si mette in cammino verso Gerusalemme, dove vivrà la sua passione. Proprio a questo punto, per la prima volta, Gesù parla di ciò che lo attende nella città santa, e l’annuncio deve essere risuonato incomprensibile e inaccettabile agli orecchi dei suoi; e di fronte a questa prospettiva emerge tutta la resistenza ad entrare in questa logica d’amore, che implica la scelta di offrire la propria vita.

Potremmo dire che a questo punto del Vangelo ciascuno si è fatto un’idea su Gesù, ciascuno gli ha dato un volto. Da qui Gesù parte, per portare con sé, nel cammino verso Gerusalemme, anche i suoi discepoli, chiamati a fare spazio non al Gesù che “pensano”, ma al Gesù che si rivela sulla croce, che va al di là di ogni possibile pensiero umano.

Infatti, c’è un primo volto di Gesù, ed è quello dato dalla gente (Mc 8,28).

È interessante, perché è proprio un Gesù “minimo”! La gente, infatti, identifica Gesù con il Battista, o con Elia, o con uno dei profeti.

Nella lista dei profeti manca innanzitutto il nome di Mosè, al quale era legata l’attesa messianica di Israele. Elia era considerato colui che avrebbe preparato la via al Messia, proprio come Giovanni il Battista: paragonando Gesù a queste due figure, rimane evidente che lo si vuole ritenere dentro l’alveo dei precursori; nulla oltre questo. A nessuno sembra venire in mente che Gesù possa essere il Messia.

Perché? Le sue opere avevano dei forti richiami messianici: aveva guarito lebbrosi, ridato la vista ai ciechi, l’udito ai sordi, proprio come i grandi profeti avevano descritto sarebbe stata l’era messianica.

Ma evidentemente in Gesù c’era come una nota stonata, dissonante. La nota per cui questa salvezza non era riservata al solo Israele, ma era per tutti; la nota per cui il banchetto era apparecchiato anche per i pagani, e dove oppressi ed oppressori erano chiamati a sedersi insieme. La nota per cui tutto questo andava al di là del merito dato dall’osservanza di leggi e tradizioni, ed aveva la tonalità nuova del gratuito e del per tutti.

Ciò che la folla non riesce dunque a fare, il pensare a Gesù come al Messia, lo fa Pietro, ed è il secondo passaggio del Vangelo di oggi. Per Pietro, che sembra esprimersi a nome di tutti, Gesù non è solo uno dei tanti precursori, ma è il Messia stesso.

Qui è interessante che, a differenza di Matteo, in Marco non c’è nessun apprezzamento per la risposta di Pietro: Gesù impone solo l’obbligo di non rivelare a nessuno la verità della sua identità.

Il perché lo si intuisce subito dopo: Gesù non si ferma all’affermazione di Pietro, ma annuncia ciò che nessuno, né tra la folla né tra i discepoli, potrebbe immaginare; ovvero che il suo modo di essere Messia sarà quello del Figlio dell’uomo, un titolo messianico che in Marco torna ben quattordici volte, e che è quasi sempre legato al mistero pasquale e allo stile di chi è venuto “per servire e dare la sua vita in riscatto per molti (Mc 10,45).

Di fronte a questo annuncio, Pietro per primo dimostra di non aver capito nulla.

E qui c’è il terzo passaggio del Vangelo di oggi.

Gesù, infatti, allarga il discorso arrivando a delineare quella che è l’identità del discepolo. Come a dire che non si può capire chi è Lui senza fare un salto nella comprensione di se stessi: le due cose sono strettamente legate.

Io conosco il Signore solo se lo seguo nel suo perdersi e nel suo dare la vita.

Ogni altra conoscenza, come quella della folla, come quella di Pietro e degli apostoli, non può essere se non parziale e, quindi, falsa.

Ma se, come Lui e con Lui, entro in una logica nuova di dono, allora io lo posso conoscere come Signore che dà la vita, e la dà accettando che la sua vita sia persa per i fratelli.

Questa è la sfida da accettare in questo ultimo tratto di vita del Signore con i suoi, e questa sfida è un cammino.

E gli ultimi due incontri che Gesù farà prima di giungere a Gerusalemme saranno emblematici dei due possibili esiti di questa sfida: si tratta dell’uomo ricco (Mc 10,17-22) e di Bartimeo, il cieco di Gerico (Mc 10, 46-52). Il primo non è disposto a perdere nulla di ciò che ha, e rimane fuori non solo dalla conoscenza di Gesù, ma anche da quella pienezza di vita che il Signore gli aveva prospettato (Mc 10,21). Il secondo, invece, è tutto proteso all’incontro, nulla riesce a fermarlo e getta via anche il mantello per correre verso Gesù che lo chiama.

E siccome oggi abbiamo parlato di identità, di Gesù e del discepolo, è interessante notare che il primo non ha un nome, a differenza di Bartimeo, che non solo ha un nome ma ha trovato anche il suo posto nella vita, ed è divenuto colui “che segue Gesù lungo la strada” (Mc 10, 52): una perfetta definizione del discepolo del Signore, in cammino con Lui verso Gerusalemme.

+ Pierbattista

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