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Meditazione di mons. Pizzaballa: XXIX Domenica del Tempo Ordinario

Ott 20, 2018   //   by mauro   //   Riflessioni  //  No Comments

Per la terza volta Gesù parla ai suoi discepoli della sua passione, e per la terza volta questi dimostrano non solo di non capire, ma anche di essere molto lontani col cuore da quanto Gesù vive.

La scena di oggi (Mc 10,35-45), infatti, segue immediatamente il terzo annunzio della passione, e risulta ancora più stonata delle prime due: sembra che mentre Gesù si avvicina a Gerusalemme, i discepoli, al contrario, se ne allontanino.

Ci fermiamo su alcuni passaggi.

Il primo è la domanda dei figli di Zebedeo: “Noi vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo” (Mc 10,35). Anche solo ad un primo ascolto, questa domanda ci risulta sgradevole. Perché?

Mi sembra per almeno tre motivi: il primo è legato a questo “noi vogliamo”. Un’espressione che dice una vita, un pensiero, un sentire che si muovono paralleli a quelli di Gesù, senza incontrarli. Se il Figlio è colui che fa la volontà del Padre, se i discepoli sono coloro che fanno propria questa stessa obbedienza fiduciosa, Giacomo e Giovanni sono chiusi nel loro mondo e persi nei loro sogni di grandezza. Hanno un volere proprio, che non è lo stesso del loro Signore.

Il secondo è per il modo di stare davanti a Gesù, per il tipo di relazione che questa domanda implica, per le attese che si hanno verso di lui: e cioè un pensare a Gesù come a qualcuno che può tutto per me. Come a qualcuno che, potendo tutto, soddisferà certamente tutti i miei bisogni, tutti i miei sogni. In realtà non è così. Gesù non fa mai questo, perché ci ama portandoci al Padre, aprendoci a Lui. Gesù non ci dà nulla che non serva a questo, che sia di ostacolo per questo, per la nostra salvezza.

Il terzo è per il fatto di essere una richiesta escludente: Giacomo e Giovanni stanno pensando a se stessi, in un modo che esclude gli altri. Pensano come se gli altri non esistessero.

Ma perché fanno questa domanda?

La risposta è nelle parole di Gesù, quando dice che in realtà non sanno cosa stanno chiedendo.

Ecco, il problema dei discepoli è esattamente questo non sapere. Il verbo “sapere” è importante nella passione: nel Vangelo di Giovanni, al capitolo 13, tutta la passione dipende da questo verbo: “Gesù, sapendo che era venuta la suo ora di passare da questo mondo al Padre…” (Gv 13,1); e poco più avanti: “…sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani…” (Gv 13,3). Gesù sa chi è, da dove viene, dove va; e sapendo, ama fino alla fine, depone le vesti, si cinge un asciugatoio, lava i piedi.

Invece i discepoli non sanno che la gloria è la croce.

Allora è importante sapere: avere la consapevolezza della propria chiamata, del dono ricevuto. Sapere che questo basta alla vita, e non è necessario aggiungere altro. E che questo dono lo possiediamo nel momento stesso in cui lo condividiamo, ovvero nel momento in cui ci si spoglia e ci si mette al servizio, nel momento in cui si dona la vita, come Gesù: questa è la vera grandezza, e questo bisogna saperlo. Altrimenti ci si perderà nei propri sterili e disgreganti sogni di grandezza.

In realtà, solo dopo la Pasqua i discepoli sapranno quanto sono stati amati. E lo sapranno ancor più per il fatto di non essere stati presenti: alla destra e alla sinistra del Signore crocifisso (è interessante che quest’espressione “alla destra e alla sinistra” ricorre in Marco solo in queste due occasioni, qui e sulla croce), nella sua gloria ci saranno i due ladroni. Solo allora i discepoli sapranno che il dono è davvero gratuito.

Il terzo passaggio riguarda la risposta di Gesù: mentre i discepoli fanno richieste legate ad un immaginario di altezza, di grandezza, Gesù, al contrario, usa immagini di discesa, di abbassamento, di immersione. Per dire che la vera gloria non si trova in alto, ma il più possibile in basso, chinandosi sui piedi del fratello in un umile gesto di servizio.

La gloria si incontra abbassandosi e perdendo se stessi, esattamente al contrario di come umanamente ci si aspetterebbe.

E se il modo di vivere dei due fratelli è escludente e disgregante, quello di Gesù crea comunione e porta all’incontro: è il vivere per gli altri, e non per se stessi, il prezzo della croce.

Possiamo accostare questo brano al racconto delle tentazioni di Gesù nel deserto: anche in quel contesto Gesù viene messo alla prova e chiamato a scegliere tra la gloria effimera del mondo e quella data dal Padre; e lì Gesù imparerà a chiedere al Padre la vera gloria, come ripeterà spesso al capitolo 17 di Giovanni, dove la gloria che Gesù chiede non appartiene alla simbologia del potere e della supremazia, ma solo dell’amore.

+Pierbattista

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