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Meditazione di mons. Pizzaballa: XXV Domenica del Tempo Ordinario

Set 22, 2018   //   by mauro   //   Riflessioni  //  No Comments

Il viaggio di Gesù verso Gerusalemme diviene un’occasione per istruire i discepoli sul senso di questo cammino, e sulla meta che lo attende.

Per tre volte, quindi, Gesù parla ai suoi della passione che vivrà nella città santa, ed ogni volta la reazione dei discepoli mostra quanto siano lontani dall’entrare nell’ottica del loro Maestro.

Se la prima volta è stato Pietro ad esporsi per cercare di “salvare” Gesù dal suo destino (Mc 8,32), come abbiamo visto domenica scorsa, qui è tutto il gruppo a rivelare non solo la propria fatica a comprendere le sue parole, ma anche ciò che abita veramente il proprio cuore, tutto teso ad ambire posti di prestigio e di potere.

Il racconto si svolge in due parti.

La prima è lungo il cammino: Gesù crea innanzitutto le condizioni per parlare con i suoi, evitando ogni altra presenza e ogni altra interferenza.

Ma questo non basta a garantire la riuscita della comunicazione: le parole del Signore non trovano posto nel loro cuore, che non riesce ad accoglierne il significato.
Marco dice che i discepoli non capiscono, ma il problema non è solo questo. Il problema è che essi hanno paura a chiedergli spiegazioni (Mc 9,32), e rimangono ammutoliti.

Il termine “paura” ritorna più volte in Marco, ed è spesso seguito da un atteggiamento di chiusura e di ripiegamento in se stessi.

Un esempio lo troviamo al capitolo 11,28 quando nel tempio i capi interrogano Gesù sull’autorità con cui compie le sue opere. E di fronte alla reazione di Gesù, che a sua volta li interroga sul battesimo di Giovanni, l’evangelista Marco dice che essi ebbero paura di dire la verità (32), e rimasero bloccati dai loro condizionamenti. Invece di aprirsi al dialogo, si chiudono, come i discepoli, nei loro discorsi privati e difensivi.

Troveremo questa paura anche al termine del Vangelo (Mc 16,8), ed è una paura -quella delle donne di fronte all’annuncio della risurrezione del Signore- che anche questa volta chiude cuore e bocca dentro un silenzio ammutolito e spaventato (“Esse uscirono e fuggirono via dal sepolcro, perché erano piene di spavento e di stupore. E non dissero niente a nessuno, perché erano impaurite”).

La paura, dunque, compare nel vangelo ogni volta che c’è una novità a cui aprirsi e da cui lasciarsi trasformare e allargare il cuore.

Nel caso del Vangelo di oggi, il cuore dei discepoli è chiamato ad aprirsi alla dimensione del dolore di Gesù, al suo portare nella carne il mistero della sofferenza di ogni uomo. Per cui non ci stupisce questa paura, che  deve essere stata tanta, di fronte alla prospettiva inaudita di prendere parte alla sofferenza del Signore.

Eppure è questo, e non altro, a fare il cristiano, ad allargare all’infinito le dimensioni del cuore.

L’alternativa è qualcosa di molto triste, e la troviamo tutta tratteggiata nella seconda parte del brano: l’alternativa, infatti, è il vano rincorrere manie di grandezza e di potere, cosa completamente stonata rispetto alla profondità di dono che viene loro prospettata.

È come dire che dove manca una tensione vera a ciò che rende autentica la vita, l’uomo non può che perdersi dentro una propria ricerca dell’apparenza: è il peccato di sempre.

Così, non senza una certa ironia, appare tutta la piccolezza di cuore di chi ambisce ad essere grande.

Ma chi sia veramente grande, è Gesù stesso a dirlo con un gesto significativo: è grande chi è capace di accogliere il piccolo, secondo la logica evangelica della gratuità.

Ad accogliere i grandi, infatti, siamo ben capaci tutti, perché questo porta con sé un po’ di quella gloria umana in cui abbiamo riposto la nostra speranza.

Ma accogliere i piccoli è gesto nascosto di chi non cerca se stesso, ma il bene dell’altro, di chi ama senza attendersi altro in cambio. È la stessa logica di chi non invita vicini e parenti, ma poveri e storpi (Lc 14,12-14), di chi fa l’elemosina senza suonare le trombe (Mt 6,2), di chi prega per i nemici (Mt 5,44), di chi chiude la porta e prega nel segreto (Mt 6,6).

A capo della comunità cristiana, quindi, non sono chiamati i migliori, i più intelligenti o i più potenti.

Sono chiamati coloro che hanno fatto propria questa logica di accoglienza gratuita e ne sanno portare il prezzo, che è la croce.

Solo così potrà accadere che la loro vita sarà un servizio per i fratelli, e non una ricerca di sé; come il pastore buono che dà la vita per le sue pecore (Gv 10,11).

Bisognerà ricominciare sempre da qui per ogni autentico rinnovamento.

E non è un caso che Marco specifichi che questo insegnamento di Gesù avviene a Cafarnao: in Galilea, infatti, ricomincia il cammino dei discepoli (Mc 16,7) dopo la grande paura della croce, che li aveva dispersi lontano dal Signore, incapaci perfino di accogliere l’annuncio della risurrezione: “Ma andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro: “Egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto”».

Quando ogni ambizione è infranta, si ricomincia da qui a seguire il Signore, e si inizia a riporre in Lui, crocifisso e risorto, la propria gloria.

+Pierbattista

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