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Meditazione di mons. Pizzaballa: XXVI Domenica del Tempo Ordinario

Set 29, 2018   //   by mauro   //   Riflessioni  //  No Comments

Domenica scorsa abbiamo visto da vicino una delle tentazioni che alloggiano nel cuore dei discepoli: la tentazione del potere, di voler essere considerati grandi, di essere i primi (Mc 9,34).

Nel brano di Vangelo di oggi ne ritroviamo un’altra: è la tentazione non solo di essere i primi, ma di essere gli unici.

Nel viaggio verso Gerusalemme, mentre Gesù istruisce i suoi sul mistero della sua passione e morte, i discepoli vedono che qualcuno esercita un potere nel nome di Gesù, e vogliono fermarlo.

È importante la motivazione: “Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demoni nel tuo nome e volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva” (Mc 9,38).

Dunque, ciò che infastidisce i discepoli è che quel tale, che scacciava demoni, non seguiva loro; che quindi non riconosceva la loro autorità, non chiedeva loro l’autorizzazione.

Gesù, rispondendo, sposta subito il baricentro della sequela e lo rimette al suo posto: la sequela non è seguire i discepoli, ma seguire, insieme ai discepoli, l’unico Maestro; nessuno può mettersi al suo posto, neanche coloro che presumono di essere arrivati per primi.

Chiunque, dunque, è il benvenuto, e l’unica porta di accesso per appartenere al gruppo dei discepoli è quella di vivere nel nome di Gesù, unica ragione d’essere, unico riferimento per chi lo segue. Ed è solo intorno a Lui che il gruppo dei discepoli può trovare unità e coesione.

La pericope di oggi continua con altri due elementi: il primo legato all’accoglienza (Mc 9,41), e il secondo allo scandalo (Mc 9,42-48).

La domanda che ci facciamo è quella di chiederci se esiste un nesso tra queste tre parti, oppure se sono detti di Gesù raccolti qui dall’evangelista Marco.

Un indizio può venirci dalla parola “impedire”, che nella prima parte ritorna due volte: i discepoli si sentono in diritto di impedire, di mettere uno sbarramento, un ostacolo. È un atteggiamento che ricorda da vicino il rimprovero che Gesù fa ai farisei: “Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che chiudete il regno dei cieli davanti agli uomini; perché così voi non vi entrate, e non lasciateentrare nemmeno quelli che vogliono entrarci” (Mt 23,13). Accade, a volte, che chi dovrebbe fare da guida, favorire il cammino per entrare nel Regno, è invece proprio colui che lo impedisce.

Ebbene, il termine scandalo, che ritroviamo ripetuto più volte nella terza parte del Vangelo, è esattamente questo atteggiamento: lo scandalo è l’impedimento, l’ostacolo, l’inciampo; ciò che mi si mette sulla strada e mi impedisce il cammino.

E ciò che rischia di fare da ostacolo al cammino dei piccoli, di chi si accosta alla comunità dei discepoli, non è tanto il limite che trovano nella comunità, neanche il peccato, ma questo abuso di potere, questa presunzione di poter dire chi sta dentro e chi sta fuori.

Insomma, i discepoli sono scandalizzati e risentiti per queste persone che dal di fuori usano il nome di Gesù; ma non si accorgono che così diventano essi stessi uno scandalo per chi, da fuori, vorrebbe entrare dentro, sperando di trovarvi accoglienza e uguaglianza.

Per cui al discepolo è necessario uno sguardo nuovo: lo sguardo di chi sa vedere anche in un piccolo gesto di accoglienza – come il dono di un bicchiere d’acqua fatto a chi appartiene a Cristo – la presenza del Regno (Mc 9,41): basta poco per essere di Cristo.

Bisognerà dunque vigilare sui propri occhi, sulle proprie mani, sui propri piedi (Mc 9,43-47) cioè su tutta la propria vita: perché sia lontana dallo scandalo, sia guarita dall’incapacità di vedere la presenza del Regno, dalla tentazione di ostacolarne il cammino.

Mani, piedi, occhi…hanno senso se indicano Gesù come unico maestro da seguire e da amare. Altrimenti non hanno ragione di esistere, ed è meglio che non ci siano. C’è qualcosa che viene prima di tutto, e non siamo noi.

La tentazione, al contrario, di usare il nome di Gesù per usurpare il potere di decidere chi sia degno del suo nome, paradossalmente mette fuori dal gruppo, rende estranei al Signore, allontana da quello stile di vita nuova che Lui ha portato tra noi, quella di non aver altro potere se non di svuotarsi per amore della vita di ogni piccolo.

Per salire a Gerusalemme insieme al Signore, quindi, bisognerà fare un ulteriore passo: e cioè iniziare a considerarsi fratelli accanto ad altri fratelli, tutti ugualmente in cammino per sola grazia e misericordia di Colui che, sulla croce, darà la vita per tutti. E lasciare che ciascuno, nella comunità, abbia il proprio modo di vivere nel Suo Nome.

+Pierbattista

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