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Meditazione di mons. Pizzaballa: XXVII Domenica del Tempo Ordinario

Ott 6, 2018   //   by mauro   //   Riflessioni  //  No Comments

Per entrare nel brano di Vangelo di oggi, facciamo una premessa.

Gesù, come sappiamo, è in cammino verso Gerusalemme, dove donerà la sua vita sulla croce per la salvezza di tutti. Non farà questo gesto perché una legge glielo impone, perché nessuna legge può chiederti di morire per gli altri. Solo l’amore può chiederlo, e solo per amore Gesù donerà la vita.

Nel brano di oggi, alcuni farisei chiedono a Gesù se sia lecito ripudiare la propria moglie (Mc 10,2).

In realtà, la domanda di per sé è già guasta.

Perché dice di un modo distorto di utilizzare la legge, un modo che usa la legge per giustificare il proprio egoismo, per non sentirsi in colpa. Come se osservare una legge bastasse ad una vita piena.

Gesù risponde ridonando ad ogni cosa il proprio senso e la propria dignità, cioè quella vocazione che ha da principio (Ma dall’inizio della creazione li fece maschio e femmina – 10,6) e che riposiziona tutto in un cammino unificato di sequela.

E fa questo innanzitutto alla Legge, che Mosè, in questo caso, aveva dato all’uomo per la sua durezza di cuore (“Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma” – 10,5): era cioè una legge data a persone incapaci di amare, perché la loro durezza non fosse troppo di danno. La legge sul ripudio, dunque, era destinata ad arginare il potere dell’uomo sulla donna, perché non fosse arbitrario in modo assoluto. Chi voleva ripudiare la propria moglie, doveva farlo pubblicamente, assumendosene la responsabilità, e doveva avere dei motivi validi per farlo. Ma si capisce che questo non può essere tutto in un rapporto d’amore tra uomo e donna: questo è solo il minimo.

E infatti Gesù fa un passo ulteriore, e si rifà al fondamento del matrimonio secondo il disegno di Dio: perché per capire cos’è l’amore di coppia non basta riferirsi a ciò che una legge permette o meno di fare; bisogna riandare a ciò che è scritto nel nostro cuore, nel nostro DNA da sempre; alla nostra vocazione originaria.

E lì c’è scritto che amare significa unirsi ad un altro e diventare con l’altro una cosa sola (“…e i due diventeranno una carne sola- 10,7-8): e quando davvero, liberamente, si è diventati una cosa sola, come ci si può dividere?

Quando davvero si è lasciato il proprio passato per fare una cosa nuova, come si può tornare indietro?

Allora non si tratta di legge, ma della vocazione profonda dell’uomo, mancando alla quale l’uomo manca a se stesso.

Si tratterà, allora, di pensare non tanto a quando sia possibile ripudiare la propria moglie, ma come sia possibile lasciarsi trasformare il cuore, perché non sia più un cuore indurito, incapace di amare.

Ed è interessante che, come nei brani letti nelle scorse domeniche, anche qui sia questione di potere, di dominio: il cuore indurito è il cuore di chi pensa di poter esercitare un potere sulla vita dell’altro senza impegnarsi davvero ad amarlo. Ma questo non è nel disegno originario di Dio sull’uomo.

Ma c’è un altro passo ulteriore, che Gesù spiega non più all’aperto, davanti a tutti, ma in casa, ai suoi discepoli che lo interrogano di nuovo su quest’argomento (Mc 10, 10). E cioè che il soggetto in questione non è più solamente l’uomo, come se la donna non potesse essere nemmeno presa in considerazione: anche lei, esattamente come l’uomo, deve essere coinvolta perché la nuova creazione, il nuovo e impegnativo cammino d’amore proposto da Gesù non può realizzarsi senza l’apporto pieno della libertà di entrambi, uomo e donna: non è possibile diventare una cosa senza questa nuova coscienza.

L’amore secondo la logica del regno, dunque, si pone esattamente all’opposto da ogni forma di dominio e di potere, e si realizza al contrario nel dare la vita, nel mettersi al servizio dell’altro: così si realizza veramente l’uomo, e così il Regno si fa davvero vicino.

La seconda parte del brano di oggi (Mc 10,13-16) può essere letta secondo la stessa logica: come non c’è più alcuna differenza nella dignità tra uomo e donna, così altrettanto non ve n’è tra grandi e piccoli, tra adulti e bambini.

Ancora una volta i discepoli si permettono un potere arbitrario, allontanando i bambini che venivano portati a Gesù. E Gesù rovescia ancora una volta le parti: entrerà nel Regno non chi si permette di comandare sugli altri, chi esercita un potere sentendosi superiore, ma chi è privo di diritti, chi non ha prestigio né merito, chi accoglie la vita come puro dono.

Gesù si adira (Mc 10,14) contro i discepoli, che continuano ad essere sordi rispetto al rimprovero già rivolto loro dopo il secondo annuncio della passione (Mc 9,30-32), e dimostrano di voler continuare a credere che la sequela di un maestro così autorevole non possa se non garantire loro una grandezza tutta terrena.

Il cammino di conversione dei discepoli è ancora lungo, e questo fraintendimento tornerà ancora in questo capitolo, con la domanda di Giacomo e Giovanni (Mc 10 35 ss) di sedere alla destra e alla sinistra di Gesù.

Davanti a questi discepoli, Gesù fa un gesto altamente significativo, quale l’abbraccio con cui stringe a sé i bambini, benedicendoli (Mc 10,16): in luogo delle loro manie di grandezza, Gesù propone invece un gesto di tenerezza. Ai discepoli, e oggi a noi, di comprendere quale di questi due modi di vivere sia più vero e fecondo.

+Pierbattista

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