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Meditazione di mons. Pizzaballa: XXVIII Domenica del Tempo Ordinario

Ott 13, 2018   //   by mauro   //   Riflessioni  //  No Comments

Per entrare nell’episodio che ci viene narrato nel Vangelo di oggi, facciamo un passo indietro, e ritorniamo all’osservazione con cui abbiamo terminato la meditazione di domenica scorsa.

Abbiamo detto che ai discepoli, tutti presi dalle loro manie di grandezza, Gesù propone come stile di vita un abbraccio, ovvero un gesto di tenerezza.

Questa stessa tenerezza può essere la chiave con cui leggere l’incontro tra Gesù e l’uomo ricco, raccontato da Marco al capitolo 10.

In esso ritroviamo, infatti, lo stesso spostamento di piani: dal piano su cui si trova il personaggio senza nome e con tanti beni, quello dell’osservanza, del fare, del possedere, del merito e del calcolo ad un piano, quello da cui Gesù lo guarda, quello su cui Gesù desidera incontrarlo, che è quello dell’amore. Gesù, infatti, lo guarda e lo ama (Mc 10,21).

E al personaggio non manca nient’altro (Mc 10,21) se non questo: l’amore! Ma è proprio questa mancanza a renderlo insoddisfatto e inquieto, in cerca di vita.

Perché finché la vita rimane sul piano del dovere, di un benessere proporzionato alla nostra osservanza e alla nostra bravura, la vita non può che rimanere incerta, come quella di chi non ha mai trovato l’essenziale: rimane fondamentalmente chiusa in se stessa.

La vita eterna, al contrario, viene dall’incontro con l’altro, dall’amore gratuito con cui siamo guardati: quell’uomo non ha fatto nulla per meritarsi questo sguardo di Gesù, eppure in nessun’altra parte del Vangelo di Marco, in nessun altro incontro si usa quest’espressione così forte come in questa, per cui Gesù lo guarda e lo ama.

La sequela inizia lì, dove questo sguardo diventa centrale nella vita, diventa la vita. Tutto il resto- beni, osservanze, leggi, relazioni, problemi…- viene relativizzato, e assume un nuovo significato a partire dallo sguardo d’amore di Gesù, a cui si può sempre ritornare ed attingere. È questo sguardo che ci fa vivere.

Allora la vita cambia direzione: per coloro che incontrano il Signore, infatti, avviene sempre qualcosa di comune, e cioè che la loro vita prende un’altra piega, un’altra strada. Dai magi a Zaccheo, per tutti cambia la vita. Un esempio evidente, e vicino al brano che stiamo leggendo oggi, è quello di Bartimeo, che Gesù incontra all’uscita da Gerico (Mc 10, 46-52): è seduto a mendicare sulla strada, sente il passaggio di Gesù, lo invoca e viene guarito; e “subito ci vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada” (Mc 10,52). Vide e cambiò strada, cioè la sua strada diviene la stessa di Gesù, quella che sale a Gerusalemme.

Il ricco di oggi, invece, non vede e quindi non cambia strada, e ritorna per quella da cui è venuto, come inghiottito dal nulla; il suo cammino non diventa sequela, nonostante tutto l’entusiasmo e le buone intenzioni con cui si era avvicinato al Signore.

Perché non vede?

Abbiamo detto che l’episodio di oggi è l’unico nel Vangelo di Marco in cui si dice che Gesù guarda e ama. Eppure, paradossalmente, è uno dei pochi incontri mancati.

Per dire che c’è il rischio di non vedere questo sguardo, di non lasciarsi raggiungere in profondità da esso. E questo per mille motivi.

Il ricco di oggi non accoglie perché non ha spazio dentro, perché gli manca la capacità di fare vuoto, di stare nel vuoto: il suo cuore è attaccato ai suoi beni, e da essi spera la vita. Ama altro, è già occupato con altro.

Questa è la sua malattia, una malattia, dice Gesù più avanti, da cui è molto difficile guarire (“Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio!» Mc 10,23). È quella malattia per cui l’esperienza religiosa non è intesa come uno spogliamento da sé, ma un arricchimento, un espandersi dell’io.

Non necessariamente la ricchezza che ingombra il cuore corrisponde ad un bene materiale: può anche essere un’idea, o un ricordo, o una persona, o una pretesa, un luogo, una scelta, un sentimento, una persona.

Ma allora non c’è speranza?

Una speranza in effetti il testo la fa intravvedere, ed è la tristezza: quell’uomo, infatti, va via triste (Mc 10,22), come uno che ha capito che un’importante occasione è fallita.

È interessante che il verbo usato da Marco per “rattristarsi” si ritrova solo due volte in tutto il Vangelo: qui, e poi al capitolo 14 (14,19), riferito ai discepoli che si rattristano quando vengono a sapere da Gesù che uno di loro lo avrebbe tradito.

E questo significa che anche questa tristezza può far parte dell’esperienza del discepolo, quando segna l’inizio di un cammino che ci accomuna tutti, che “misura” la nostra assoluta impotenza di fronte al compito arduo di seguire il Maestro. Solo la Pasqua potrà trasformare questa tristezza in gioia, quando la luce dell’amore gratuito risplenderà nuova e aprirà gli occhi di chi ne viene raggiunto.

+Pierbattista

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