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Meditazione di mons. Pizzaballa: XXX Domenica del Tempo Ordinario

Ott 27, 2018   //   by mauro   //   Riflessioni  //  No Comments

Nel racconto della Genesi che narra il peccato di Adamo ed Eva (Gn 3), un posto rilevante è riservato al senso della vista: si dice, infatti, che il serpente promette ad Eva che le si “apriranno gli occhi” (Gn 3,5); subito dopo Eva vede che il frutto era buono, ne prende e ne mangia (Gn 3,6); effettivamente gli occhi si aprono, ma per vedere la propria nudità e per provarne vergogna (Gn 3,7). Gli occhi sono aperti, ma ora vedono in modo distorto, vedono tutto a partire da sé e non dalla relazione con il Signore. E quindi, vedono solo parzialmente, non vedono più la realtà nella sua interezza. La relazione con il Signore è ferita, e, quando Lui viene, l’uomo si nasconde: non riesce più a vederlo, a riconoscerlo, a sostenere la sua presenza.

Ed è interessante che invece, negli incontri di Gesù risorto dopo la risurrezione, sono proprio gli occhi i primi ad essere interessati: in tanti episodi c’è un’espressione del tipo “si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero” (cfr. Lc 24,31). C’è una guarigione dello sguardo, i discepoli imparano di nuovo a vedere il Signore e a vedere la realtà nella sua totalità, perché la realtà totale è la Pasqua, il mistero della morte e della risurrezione.

Per tutto questo, è altamente significativo che l’ultimo miracolo di Gesù, compiuto nell’ultima tappa del suo cammino verso Gerusalemme, quando la città santa è ormai prossima, sia la guarigione di un cieco.

È l’unico miracolato di cui conosciamo il nome, proprio come si conosce il nome dei dodici discepoli scelti da Gesù. E questo, forse, perché Bartimeo è la figura del discepolo, e nei pochi versetti che lo riguardano c’è tutto il cammino che il discepolo è chiamato a fare per poter vedere.

Innanzitutto Bartimeo sente (Mc 10,47): è descritto come un mendicante, seduto ai bordi di una strada, e quindi come un uomo senza una dignità, ma è un uomo vivo, che ancora vuole vivere, che ancora spera.

E siccome sente, allora poi può gridare, e il suo grido è una preghiera: in Marco, infatti, Bartimeo è l’unico ad invocare Gesù al modo vocativo, e questo dice un affidamento, un’attesa sicura.

Poi Bartimeo esprime un desiderio, ed è Gesù stesso, con la sua domanda (“Cosa vuoi che io faccia per te?” Mc 10,51) che lo mette davanti al suo desiderio più vero, che gli dà la possibilità di esprimerlo: “che io veda di nuovo”. Nelle parole di Gesù, c’è un rimando chiaro al brano di domenica scorsa, che anche nel vangelo precede direttamente quello di oggi: lì Giacomo e Giovanni chiedono al Signore di fare per loro ciò che loro vogliono, ma Gesù fa loro notare che in realtà non sanno quello che vogliono veramente. Bartimeo, invece, lo sa, e lo chiede con fiducia e, a differenza dei discepoli, lo chiede senza pretese.

Lo chiede dentro una relazione che via via diventa intima, chiamandolo infine “rabbunì”, “maestro mio”, termine che in tutti e quattro i vangeli troviamo solo due volte: qui e in Giovanni 20,16, sulle labbra di Maria di Magdala…

Quindi, dopo questo percorso di fiducia, di desiderio, di intimità e di preghiera, Bartimeo torna a vedere: vede ciò che desidera di più vedere, ovvero il volto di chi lo ha guarito.

Ma il cammino non è finito, anzi, proprio qui inizia. Bartimeo, che era seduto sulla strada come un uomo senza meta e senza nessuno da seguire, si mette in cammino dietro Gesù, e Marco usa per lui il verbo della sequela: Bartimeo diventa colui che segue Gesù lungo la strada (Mc 10,52). È diventato un discepolo.

A questo punto è interessante confrontare questo miracolo (l’ultimo, come abbiamo detto), con il primo raccontato da Marco: siamo al capitolo primo (Mc 1, 21-28), nella sinagoga di Cafarnao, dove Gesù libera un uomo da uno spirito impuro: lo spirito impuro se ne stava tranquillamente nella sinagoga, e si sente minacciato solo nel momento in cui Gesù entra, perché non può esserci nessuna relazione tra il santo e l’impuro. Come il mendicante, anche lo spirito impuro grida, ma non grida per essere guarito. Dice chi è Gesù, ma lo dice troppo presto, per cui in qualche modo non dice la verità, non la vede, perché la verità tutta intera sarà solo dopo la Pasqua, quando si vedrà che Gesù è il Cristo a prezzo della croce.

Lì, sotto la croce, infatti, Marco mette un altro personaggio che vede: è il centurione, che vedendoGesù morire in quel modo (Mc 15,38), riconosce che quell’uomo è il Figlio di Dio. Vede un Dio che vive la propria santità non come separazione, ma come condivisione, come assunzione della nostra impurità perché noi possiamo essere salvati.

Allora possiamo dire che quest’ultimo miracolo è simbolico di cosa accadrà a Gerusalemme, della guarigione che lì ci sarà offerta e che diventerà nostra attraverso il dono del Battesimo, sacramento della luce e dell’illuminazione, della guarigione di quel peccato che ci impedisce di vedere la gloria della croce e la vita dell’amore.

+ Pierbattista

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