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Meditazione di mons. Pizzaballa: XXXII Domenica del Tempo Ordinario

Nov 10, 2018   //   by mauro   //   Riflessioni  //  No Comments

Il brano del Vangelo di oggi (Mc 12,38-44) ha come sfondo il tempio, dove Gesù si trova ad insegnare. Qui ha incontrato vari gruppi di persone e con loro è entrato in dialogo, un dialogo che in certi momenti si è trasformato in diatriba.

Siamo alla fine del capitolo dodici; il capitolo tredici è occupato dal discorso escatologico, e con il quattordicesimo ha inizio il racconto della Passione.

L’icona che vediamo oggi nel nostro brano è dunque un’icona conclusiva, l’ultima immagine che Gesù ci lascia nel suo insegnamento, e per questo è particolarmente importante.

In realtà le immagini sono due, in due quadri giustapposti.

La prima (Mc 12, 38-40) è occupata da personaggi che hanno bisogno di molto spazio, con i loro atteggiamenti autocentrati: tutto in loro è finalizzato all’essere notati e ammirati, perciò cercano molta visibilità.

Il secondo personaggio è una vedova povera, che non occupa spazio e che nessuno vede, se non Gesù (Mc 12,41-44).

In che cosa sono diversi questi due personaggi?

Una chiave di lettura può venirci dal luogo dove si svolge la scena: il tempio, infatti, è il luogo per eccellenza dove incontrare Dio, dove l’uomo sale per vederlo.

Ebbene, gli scribi in realtà non vedono nessuno, perché sono troppo occupati nel voler farsi vedere. Tutto ciò che fanno, anche le loro opere religiose, non li portano al di là di se stessi. Nel Vangelo di Marco, essi sono l’icona dell’anti-discepolo per eccellenza.

La vedova, al contrario, vede, e vede una cosa sola. E il suo sguardo su Dio è così reale, così concreto, che a Lui affida tutto ciò che ha, tutta la propria vita.

Lo fa con un gesto talmente forte che appare assurdo, per almeno due motivi.

Perché dare tutto e rimanere senza di che vivere? Può Dio chiedere questo? E perché farlo nel tempio e per il tempio, visto che esattamente due versetti dopo Gesù dirà che di quello stesso tempio non resterà pietra su pietra (Mc 13,2)?

Dunque, questa donna, già di per sé povera, se dona tutto, non rimane ancora più povera?

In realtà no. Donando tutto, questa donna diventa ricca. Perché se uno ama, e dona tutto per l’altro, nel momento in cui dona non si sente per nulla depauperato. Si sente, al contrario, arricchito da quella relazione in cui ha giocato tutto se stesso, si ritrova pienamente nel dono che ha fatto. È ciò che doniamo che ci fa ricchi.

E questo è qualcosa che non finisce, che non passa. Passa il tempio, che sarà distrutto; ma rimane la relazione, in cui la donna ha messo tutto il suo amore, una relazione vera, perché non c’è relazione vera se non si gioca tutta la propria vita, come la donna.

Gli scribi giocano, nella loro relazione con Dio, solo l’apparenza, la donna tutta la sostanza.

È semplicemente la logica evangelica, quella per cui solo chi perde la vita la ritrova pienamente. Una logica che il vangelo di Marco, passo dopo passo, ci ha accompagnato a conoscere, e che ora, a pochi istanti dalla Passione, Gesù stesso vede incarnata in una donna vedova e povera.

E la sua presenza segna lo scoccare dell’ora, e invita Gesù ad entrare con fiducia in questo mistero di morte, perché tutto ciò che perderà per amore sarà ritrovato pienamente.

E questo a differenza degli scribi: chi pone il suo guadagno nell’essere ammirato, come il tempio finirà desolato, inutile e senza vita.

Ci chiediamo infine: cos’ha dunque visto questa donna per fare questo gesto?

Penso che si possa dire che questa donna ha visto l’essenziale di Dio, ovvero ha visto che Dio è dono di sé, fino alla fine: un dono di sé infinito, in perdita, gratuito, senza calcoli. Per cui l’unico modo per incontrarlo è donarsi a Lui, offrirsi, perdersi in Lui. Questo è l’unico scambio ammesso nel tempio, l’unico per cui il tempio ha senso nel suo esistere e che si compirà pienamente nel nuovo tempio, cioè nel corpo del Signore donato per tutti.

C’è un gioco di sguardi nel vangelo di oggi: Gesù invita a guardarsi (Mc 12,38) da coloro che cercano il nostro sguardo; e, al contrario, invita a guardare (Mc 12,41.43) chi non cerca altro se non lo sguardo di Dio, perché questi sono i veri maestri che insegnano la strada della vita.

E bisogna avere occhi nuovi e guariti, come quelli di Bartimeo (Mc 10,46-52), altrimenti il nostro sguardo, malato di egoismo, rischia di non vedere e non capire le logiche dell’amore, e giudicarle assurde secondo i nostri criteri umani.

+ Pierbattista

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