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Meditazione di mons. Pizzaballa: XXXIII Domenica del Tempo Ordinario

Nov 17, 2018   //   by mauro   //   Riflessioni  //  No Comments

In queste ultime domeniche è tornato più volte il tema dello sguardo: l’ultimo incontro di Gesù nel suo cammino verso Gerusalemme è quello con Bartimeo (Mc 10,46-52), che viene guarito dalla sua cecità; è seguito poi, domenica scorsa, l’episodio della vedova, e l’invito di Gesù a guardare il gesto di questa donna, e a guardarsi, al contrario, da chi cerca solo lo sguardo e l’approvazione della gente (Mc 12,38-44).

Come se Gesù, prima di entrare nei giorni della passione, abbia voluto ammonire i suoi perché imparassero a guardare le cose con uno sguardo nuovo.

Il brano di oggi è situato nel capitolo tredicesimo di Marco (Mc 13,24-32), ovvero nel discorso escatologico.

E sembra che l’aver allenato il nostro sguardo durante il cammino, ora ci risulti particolarmente prezioso.

Gesù parla innanzitutto dell’arrivo prossimo di giorni angosciosi, di tribolazione e di dolore. Dice che accadrà qualcosa di talmente grave e inaudito, che tutto sarà sconvolto.

Non sta parlando della fine dei tempi, ma del presente, della vita di ogni uomo: gli ultimi tempi sono quelli che iniziano con la Pasqua, e in modo particolare con il momento della croce. Ci sono infatti, nei versetti che abbiamo letto, diversi rimandi al brano che racconta la morte di Gesù. Potremmo dire che in questo discorso escatologico Gesù non racconta altro se non quello che accadrà sulla croce, e dalla croce in poi.

La prima cosa da vedere è che tutto si oscura (Mc 13,24). Sole, luna stelle, tutto cesserà di fare luce, e per questo sarà difficile vedere.

Sole, luna stelle: i punti di riferimento del cielo, ovvero ciò che di più stabile e sicuro sembra esserci nella creazione, anche questo verrà meno. È il segno che un mondo sta finendo, che il tempo sta finendo.

Quando Gesù sarà messo in croce, proprio lì il sole si oscurerà (Mc 15,33), e vorrà dire che con la sua morte un mondo finirà. La croce è innanzitutto la fine di qualcosa, e questo qualcosa è il mondo del peccato, il mondo in cui l’uomo è schiavo del male. Con la croce di Gesù questo mondo finisce.

Ma questo non è tutto. Perché proprio nel buio più profondo, accade che qualcuno è capace di vedere qualcosa di nuovo, che il Figlio dell’uomo sta venendo (“Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e Gloria” – Mc 13,26), che sulla croce il Signore sta donando la vita.

Potremmo dire che la croce è come uno spartiacque: di fronte allo spettacolo di quest’uomo crocifisso, c’è qualcuno che non riesce a vedere, e non può far altro che schernirlo e oltraggiarlo.

Ma c’è qualcun altro che invece vede: in Marco questo altro è il centurione, un pagano, un soldato, un colpevole. Un lontano, quindi, che però nel buio vede che chi muore così, senza salvare se stesso per salvare gli altri, non può essere se non il Figlio di Dio (Mc 15,38).

Ed è strano che non siano i discepoli a farlo, ma uno che si trova lì come per caso. E questo sta a dirci che il discepolo è innanzitutto uno che vive di grazia, che accoglie un dono. Che vede non perché abbia capito, ma perché accoglie un dono assolutamente immeritato. Il cammino del discepolo è accogliere la grazia di vedere con gli occhi del risorto.

Allora potremmo dire che nei giorni angosciosi della vita ciò che fa la differenza è lo sguardo. Non la forza, non lo status sociale, non i beni. Di questo non rimane niente. Ma se lo sguardo sa vedere oltre, allora scorge, che proprio nel buio viene la luce. Che solo dalla morte di Gesù viene la vita.

Lo sguardo cristiano è uno sguardo che sa cogliere il ritmo della Pasqua dentro le realtà della vita, con la stessa sicurezza di chi, guardando le gemme di un albero, sa che l’estate è vicina (Mc 13,28).

E sa ricominciare proprio quando tutto sembra finire.

Non si tratta, dunque, di aspettare che accada qualcosa di nuovo, per cui rimandare ad un ipotetico altro momento le scelte della vita: tutto è già accaduto, e si tratta innanzitutto di accorgercene, di vedere appunto, e di scegliere. Si tratta di lasciarsi radunare dalle proprie dispersioni e dalle proprie illusioni, per immergersi nella vita senza timore.

Abbiamo sottolineato la centralità dello sguardo, ma il brano di oggi si conclude con l’ascolto: quando tutto passa, rimane una Parola eterna e fedele (“Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno” – Mc 13,31). Come per dire che solo chi ascolta e si appoggia alla Parola di Dio potrà davvero vedere il nuovo che nasce e così attendere la rivelazione piena del mondo futuro, che il Padre continua a donare all’uomo, unendolo sempre più intimamente alla Pasqua del Signore Gesù.

+Pierbattista

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