• Subcribe to Our RSS Feed

Meditazioni di Mons. Pizzaballa: Epifania, anno A

Gen 11, 2020   //   by mauro   //   Bollettino Parrocchiale  //  No Comments

Abbiamo iniziato il nuovo anno liturgico con il tempo di Avvento, e con l’invito, nella prima domenica di avvento, a fare attenzione, ad essere vigilanti (Mt 24,37-44). Solo così, infatti, può avvenire l’incontro con il Signore che viene, che si rivela.

Oggi, Solennità dell’Epifania, ritorniamo a questo invito, e vediamo, nel brano di Vangelo di oggi (Mt 2,1-12), persone che fanno attenzione, e quindi incontrano il Signore, e altre, invece, incapaci di fare attenzione, e che quindi non lo incontrano. Le une e le altre ci aiutano a capire cosa significa fare attenzione, come vivere da persone attente.

Vivere da persone attente significa rendersi conto che qualcosa è accaduto e prenderlo in considerazione.

Sorge nel cielo una stella diversa, ma non tutti sembrano farci caso: probabilmente in molti la vedono, ma solo i magi, in Oriente, la riconoscono come la stella del Messia; solo i magi danno importanza a ciò che hanno visto.

Essere attenti significa dunque riconoscere che ciò che accade è un segno, porta in sé una parola, dice qualcosa. Significa riconoscere che quel segno è per te e mettersi in ascolto.

Magari non si capisce tutto, e il segno parla con linguaggi che non sempre sono i nostri. Ma, per iniziare il cammino, basta rendersi conto che la realtà non è muta, che la realtà parla.

E questo è già il primo passo della salvezza.

Il peccato, infatti, ha spostato l’attenzione dell’uomo, ha sviato l’oggetto del suo sguardo, del suo interesse: dopo il peccato, l’uomo smette di guardare in alto, di guardare al luogo dove abita Dio, e si ferma a guardare a se stesso, alla propria nudità. E poi, per tutta la storia della salvezza, Dio cerca proprio questo, cerca persone capaci di guardare oltre se stesse, di andare oltre se stesse, di mettersi in cammino.

“Il mio popolo è duro a convertirsi: chiamato a guardare in alto, nessuno sa sollevare lo sguardo” (Os 11,7), dice il Signore attraverso il profeta Osea. E a lui fa eco Isaia, proprio nella prima lettura di oggi, una frase di Isaia: “Alza gli occhi intorno e guarda…” (Is 60,4).

Essere attenti, poi, significa obbedire e mettersi in cammino.

Quando si è ascoltato, allora bisogna lasciare spazio dentro di sé a ciò che la parola semina in noi e, di solito, la parola semina in noi un desiderio, un unico grande desiderio, che è quello di cercare il Signore, il desiderio di conoscerlo e, infine, di vivere per Lui. “Siamo venuti per adorarlo”, diranno i magi (Mt 2,2).

È proprio ciò che non avviene ai capi dei sacerdoti e agli scribi del popolo, che Erode manda a chiamare per cercare di sciogliere questo misterioso annunzio che i magi avevano portato a Gerusalemme (Mt 2,4-6). Questi eruditi di Israele sanno bene la lezione, e danno la risposta esatta, ma questo non cambia la loro vita, non li mette in moto, non suscita in loro un desiderio.

Ed è drammatico che proprio le persone religiose, che proprio i sapienti, non partano alla ricerca del compimento, che si fermino prima, che rimangano bloccati da ciò che sanno, come se la loro conoscenza da sola bastasse…

Un altro elemento da notare è che l’annuncio viene da fuori: è Gerusalemme il luogo delle promesse, ma l’annuncio che le promesse si sono compiute non accade lì e viene da fuori, da persone straniere e lontane.

L’attenzione, poi, chiede umiltà: i magi, arrivati a Gerusalemme, fanno una cosa che gli scribi e i capi non sanno fare, ovvero semplicemente chiedono. Sono attenti, sono sapienti, e perciò sono umili, per cui sanno che tutto la loro conoscenza da sola non basta, che c’è qualcosa oltre, che non è ancora dato loro. Ma per questo non tornano indietro, al contrario. Vanno ad attingere ad un’altra fonte, ad un altro linguaggio che finora era loro sconosciuto, quello della Parola, delle promesse, della rivelazione.

Anche i capi del popolo avrebbero potuto chiedere, mettersi in dialogo, ma non lo fanno: si limitano a dire ciò che già sanno, e si fermano lì.

Fare attenzione, poi, significa saper lasciare qualcosa: i magi lasciano la loro terra e, da lontano, si mettono in cammino. Altri, in questo brano, dimostrano di non saperlo fare, di non saper rinunciare a ciò che hanno.

Erode non può vedere minacciato ciò che di più prezioso ha, ovvero il suo potere; e gli scribi non si spostano da ciò che più prezioso hanno, la loro conoscenza, ovvero il loro potere religioso.

Anche magi, i lontani, hanno qualcosa di molto prezioso, che portano con sé, ma che non tengono per sé: arrivati al luogo dove si trovava il bambino, lo offrono a colui che hanno trovato.

Lo fanno perché hanno provato una grandissima gioia (Mt 2,10), ovvero una gioia che non ha prezzo.

Lo fanno per gratitudine, perché è tanto ciò che hanno ricevuto quando hanno trovato quel Messia che li ha attratti e li ha guidati.

+Pierbattista

Leave a comment

You must be logged in to post a comment.

error:

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi