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Meditazioni di Mons. Pizzaballa: Solennità dell’Immacolata

Dic 9, 2019   //   by mauro   //   Riflessioni  //  No Comments

Una parola chiave del Vangelo dell’Annunciazione (Lc 1,26-), che leggiamo in questa solennità dell’Immacolata, è la parola “grazia”.

La troviamo la prima volta al versetto 28, quando l’angelo chiama Maria “piena di grazia”.

E lo fa non perché non ne conosca il nome: subito dopo, infatti, la chiama con il suo nome proprio, Maria. Ma qui, nelle sue prime parole, sembra quasi che il nome proprio di Maria sia questo: “piena di grazia”.

E la troviamo di nuovo al versetto 30: “non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio”.

Maria è una donna raggiunta dalla grazia del Signore; non ha altre prerogative, altre capacità o possibilità, né titoli o meriti. Anzi, tutto, in lei, è nel segno della precarietà e dell’impotenza: è una donna, di un paesino sconosciuto e periferico, e non è ancora nemmeno sposata.

In realtà, nella storia della salvezza, ogni evento di elezione è sempre andato in questa linea: chiunque sia stato scelto per un servizio al popolo eletto, lo è stato non in virtù di qualche qualità o dote particolare, ma semmai al contrario, proprio per l’assenza di meriti; lo è stato sempre e solo per grazia.

Possiamo dire allora che, entrando nel mondo per iniziare la tappa nuova e definitiva della storia della salvezza, Dio riposiziona le fondamenta, ridispone delle basi solide. E questa base è una sola, ed è la sua grazia.

La grazia per prima cosa crea turbamento e interrogativi, riempie di domande, dà le vertigini (Lc 1,29: “A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo”).

Maria non entra nella storia come una persona che sa il fatto suo, convinta di potercela fare. Entra nella storia come chi è consapevole che l’elezione è sempre qualcosa di sproporzionato, di eccessivo, di impossibile all’uomo da solo, qualcosa che va oltre la nostra misura. Per questo la grazia inquieta, e richiede sempre a chi la riceve un esodo, un passaggio. La grazia sorprende sempre.

La grazia divina, inoltre, collabora: non fa tutto da sola, non si sostituisce, non si limita a dare ordini. Sceglie la via del dialogo, perché la grazia si fida e si affida. In fondo la grazia è qualcosa di estremamente fragile, perché accetta di consegnarsi all’accoglienza dell’altro, accetta di dipendere dal “sì” della ragazza di Nazareth.

La grazia, poi, rende l’uomo capace di generare qualcosa di eterno. L’angelo lo ripete più volte, quando dice che ciò che accadrà in Maria sarà qualcosa di grande, qualcosa che non avrà fine (Lc 1,32: “Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre”).

La grazia, infine, suscita un desiderio. Non costringe, non impone, non forza nessuno; ma nemmeno lascia liberi di rimanere rinchiusi nelle piccole misure del proprio io. Suscita un desiderio infinito. La risposta di Maria esprime in maniera particolare quel desiderio che è subito sbocciato in lei: “avvenga di me secondo la tua parola” (Lc 1, 38). Usa un tempo verbale raro, che non riusciamo a tradurre nelle nostre lingue e che esprime chiaramente la sua partecipazione, il desiderio che tutto ciò avvenga.

Suscita quel desiderio di fronte al quale ogni altro desiderio impallidisce e svanisce, e quando qualcuno ritrova questo desiderio dentro di sé, non può più tornare indietro, non può non obbedire a ciò che ha in cuore.

Gesù farà proprio questo: raggiungerà gratuitamente tanta gente dispersa, e susciterà quel desiderio capace di trasformare la vita.

Abbiamo iniziato con la parola “grazia”, concludiamo con la parola “desiderio”.

Ecco, potremmo dire che i pilastri della nuova vita, che inizia con questo evento misterioso nella sperduta cittadina di Nazaret, siano proprio queste due parole. Da una parte Dio, con il suo amore gratuito e preveniente. Dall’altra l’uomo, ridestato dalla grazia ad una nuova e più profonda capacità di desiderio, di attesa, di risposta, di dono.

+ Pierbattista

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