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Meditazioni di Mons. Pizzaballa: Solennità di Cristo Re dell’universo 2019

Nov 23, 2019   //   by mauro   //   Riflessioni  //  No Comments

Il brano di Vangelo di oggi (Lc 23, 35-43) ci porta al Golgota, dove vediamo Gesù condannato a morte e inchiodato alla croce.

Gesù non è solo: ai piedi della croce c’è il popolo, che sta a vedere; poi ci sono i capi del popolo, i soldati (Lc 23,35-36) e, crocifissi insieme a Lui, due malfattori.

A Gesù vengono poste due tipi di domande.

La prima, rivoltagli in tono di scherno, gli chiede di scendere da quella croce, di salvarsi la vita. È una domanda ripetuta tre volte, prima dai capi, poi dai soldati e, infine, da uno dei due malfattori.

La domanda è provocatoria e, nella sua composizione, ricorda da vicino le tre tentazioni di Gesù nel deserto. Gesù sapeva di essere atteso, a Gerusalemme, dal diavolo, che lo avrebbe di nuovo messo alla prova: nel racconto delle tentazioni, secondo il Vangelo di Luca, “dopo aver esaurito ogni tentazione, il diavolo si allontanò da lui fino al momento fissato” (Lc 4,13). Ora questo momento è venuto e anche qui, come nel deserto, Gesù deve scegliere se essere un uomo come ogni altro uomo, oppure se preferire, almeno questa volta, la via del potere, del sensazionale e del miracolistico. Se fidarsi della propria forza o se affidarsi al Padre.

Di fronte a questa domanda, Gesù tace.

C’è una seconda domanda, che invece Gesù ascolta con interesse, a cui risponde. Il secondo malfattore, infatti, prima parla con il suo compagno, rimproverandolo di una cosa fondamentale, di non aver capito che Dio si è lasciato condannare alla nostra stessa pena, e ha fatto questo solo per poter stare con noi, lì dove noi ci siamo persi.

Poi si rivolge direttamente a Gesù. Lo chiama per nome, come si fa con una persona amica. Non gli chiede di scendere dalla croce, né di far scendere lui.

Gli chiede di più, perché ha capito che a quell’uomo, capace di morire così, perdonando, si può chiedere tutto. Intuisce che Gesù ha un Regno che va oltre la morte, e gli chiede di essere ricordato lì.

Lo fa umilmente, non accampando nessun merito, anzi, riconoscendo tutto il proprio male, come il pubblicano al tempio. E, come lui, torna a casa giustificato (Lc 18,13-14).

Infatti a questa domanda, a differenza della prima, Gesù risponde.

Lo fa in modo solenne, iniziando con un Amen, un sì senza alcuna possibilità di ripensamento, e prosegue con una promessa.

Ogni volta che, nella Bibbia, Dio promette qualcosa, promette sempre nel segno dell’abbondanza, dell’eccedenza. Così anche oggi: Gesù non potrebbe promettere di più.

E poiché il malfattore ha intuito che Dio, per poter stare con noi, si è caricato del nostro peccato, del nostro fallimento e del nostro dolore, allora può accogliere l’amore di Cristo, la grazia di essere con Lui, nel Suo Regno: “Oggi con me sarai nel paradiso” (Lc 23,43).

Accade allora che a quest’uomo, senza più alcuna speranza, si apre un mondo nuovo. Quello che doveva essere l’ultimo giorno della sua vita, diventa il primo della vita vera, eterna, quella che consiste nello stare con il Signore.

Gesù fa questo: muore aprendo il Regno a chiunque si riconosce bisognoso di perdono, a chiunque prega: a costoro, senza alcun merito, dona di essere con Lui.

Siamo giunti al termine dell’anno liturgico, che ci ha condotti a rivivere, attraverso le celebrazioni dei diversi tempi e delle varie feste della nostra fede, tutto il mistero della vita del Signore Gesù.

Abbiamo visto, nel Natale, che Gesù è il Dio con noi.

Poi abbiamo celebrato la Pasqua, che ci ha rivelato un Dio per noi.

Infine c’è stata la Pentecoste, e con la Pentecoste abbiamo celebrato il Dio in noi.

Oggi l’anno liturgico si conclude con questa solennità, con questo Vangelo. Cosa celebriamo? Cosa possiamo celebrare più del Natale, della Pasqua, della Pentecoste?

Oggi celebriamo il fatto che noi siamo con Lui, nel Suo Regno.

+Pierbattista

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